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Posted venerdì, 24 novembre 2017 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

L’ultimo cucchiaio di minestra

L'ultimo cucchiaio di minestra
L'ultimo cucchiaio di minestra

Il trillo del timer mi avverte che la minestra è pronta. Con il cucchiaio prendo un assaggio di pasta per controllare; questa volta ho scelto le stelline per accompagnare il brodo vegetale. Decido che sono cotte, apro lo sportello della credenza, prendo un piatto fondo e sento le labbra che cominciano ad aprirsi in un timido sorriso: sto pensando che solo pochi mesi fa la minestra con le stelline me l’avrebbe tirata dietro…

«Non penserai che io mangi una simile schifezza!»

Solo qualche mese fa.

Prendo un mestolo dal cassetto e lentamente verso la minestra nel piatto, aggiungo un filo d’olio, una spolverata di parmigiano e appoggio il piatto sul tavolo.

Mi siedo alla sua sinistra e mescolo il tutto perché si raffreddi un po’, poi riempio un mezzo cucchiaio, prendendo dal bordo – dove, mi insegnava mia madre, «è un po’ meno bollente…» – soffio delicatamente e assaggio. Dovrebbe andare bene.

Sempre dal bordo prendo un altro mezzo cucchiaio, soffio e lo avvicino alla sua bocca. Devo alzare lo sguardo per controllare se l’ha aperta, ma farlo mi costa una fatica indicibile. Quegli occhi acquosi, spenti, quei lineamenti ormai quasi immobili non riesco più a guardarli. Accosto ancor di più il cucchiaio alla sue labbra, lui apre la bocca e piano lo imbocco.

Nel bicchiere con l’acqua aggiungo un goccio di vino per colorarla, lui la preferisce così.

Mi ricordo la volta che, con un gesto stizzoso, mi ha fatto cadere di mano il bicchiere perché mi ero dimenticato di regalare quel goccio di vino all’acqua. E a lui.

Mescolo ancora un po’ la minestra e tiro su un’altra cucchiaiata, facendo attenzione a non prendere troppe stelline altrimenti le sputa.

Ha le mani poggiate sul bordo del tavolo, ai lati del piatto; quelle mani non grandi, nervose ma delicate al tempo stesso, con le unghie un tempo sempre cortissime; ora le unghie sono lunghe, sporche, in alcuni punti scheggiate, le dita sono spesso attraversate da un tremito e sempre fredde. Lo so, dovrei prestare maggiore attenzione a queste cose, ma non ci riesco anche perché non mi sembra giusto nei suoi confronti.

Un verso inarticolato mi richiama all’ordine: la bocca socchiusa chiede un altro cucchiaio di minestra.

Mastica e qualche goccia di brodo scorre sull’angolo della bocca. Mi affretto ad asciugarlo mentre lui continua a masticare.

Chiudo gli occhi e cerco con la memoria di rivivere il passato. Mi torna alla mente quella volta che mentre guidavo aveva affrontato il discorso del fumo; insisteva perché smettessi e io avevo cominciato a colpire violentemente il volante con le mani, urlando che erano affari miei, che la vita era mia e potevo fare ciò che volevo. E quella volta che gli giravo intorno cercando il modo per dirgli che la mia ragazza aveva un ritardo e forse sarebbe potuto diventare nonno, e lui mi osservava con uno sguardo sornione dietro le lenti degli occhiali, aspettando senza dirmi una parola.

Riapro gli occhi, vedo che mi osserva e non so se il rimprovero che mi sembra di scorgere nei suoi occhi riguardi il mio distrarmi mentre lo aiuto a mangiare o se, invece, sottenda a una richiesta che non riesce più ad articolare, ma che in alcuni momenti, un barlume della persona che era, sembra voglia rivolgermi:

«Non ce la faccio più: aiutami!»

L’ultimo cucchiaio di minestra è un racconto di Antonio Martino
allievo del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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