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Posted domenica, 11 marzo 2018 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

200 anni fa con Frankenstein nasceva la paura del mostro

Frankenstein o il moderno Prometeo
Frankenstein o il moderno Prometeo

Ed eccoci qua che appena archiviata la Festa della Donna, con le mimose che non fanno in tempo ad appassire, ci ritroviamo a parlare di un grande romanzo scritto proprio da una donna, oltretutto giovanissima: aveva solo ventuno anni, infatti, Mary Shelley quando la sua penna partorì il notissimo capolavoro Frankenstein.

La data della prima pubblicazione – in forma anonima, tanto che molti pensarono fosse opera del marito, il famoso poeta Percy Shelley almeno finché l’arcano non fu svelato con la seconda edizione del 1831 – in realtà è controversa: alcuni affermano il primo gennaio; i più riferiscono l’11 marzo ed è per questo che noi, proprio oggi, ricordiamo questo caposaldo della letteratura britannica e mondiale, di fatto l’iniziatore del genere fantascientifico, opera romantica capace di primeggiare e superare il romanzo gotico in cui – ahilui – l’ordine naturale delle cose non viene sovvertito. Certo è che ebbe un enorme successo di pubblico, mentre la critica gli puntò il dito contro, accusandolo di dubbia moralità.

Frankenstein o il moderno Prometeo

La genesi di Frankenstein

E così come la creatura protagonista dell’opera (Frankenstein è in realtà lo scienziato che le dà vita, ma poi, con le generazioni, il nome è diventato una sorta di patronimico) viene assemblata pezzo dopo pezzo, anche la genesi letteraria del romanzo che ne racconta la storia è bizzarra e scaturisce da una sorta di «assemblaggio di ispirazioni» dell’autrice.

Era l’estate del 1816, ricordato nella storia come «l’anno senza estate» (e se non è un orrore questo…) a causa dell’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia che causò un terribile quanto immediato mutamento climatico: il brutto tempo e il freddo costrinsero per molto tempo al coperto Mary, il marito e gli altri ospiti che popolavano la villa nei pressi di Ginevra che avevano affittato per la villeggiatura. Da lì a raccontarsi storie di paura intorno al camino il passo fu brevissimo, e siccome molti dei convitati erano scrittori o poeti (tra questi il Palidori, che in quell’occasione scrisse Il Vampiro, opera che fu terreno fertile per il successivo Dracula di Bram Stoker) scattò tra questi la competizione a chi inventava la trama più terrificante.

L’ispirazione del romanzo

Mary pensò al castello in Germania dove nel 1600 l’alchimista Johann Dippel provava a far tornare in vita i cadaveri e agli esperimenti di Galvani con le rane sottoposte a impulsi elettrici; attinse al Maharal di Praga, il primo a costruire un Golem che gli si rivoltò contro, si lasciò ispirare dall’opera di Milton e dal mito, come dimostra anche il sottotitolo con cui uscì il romanzo: Prometeo moderno, e scrisse di getto, ma perfezionò il tutto in alcuni mesi.

Comunque la Shelley di morte, per sua esperienza personale, se ne intendeva: sua madre se ne andò dandola alla luce; tre dei suoi quattro figli morirono in diverse circostanze che erano ancora piccoli; dovette affrontare il suicidio della moglie di Percy e, poi, anche l’annegamento di lui, nel 1822.

Le varie trasposizioni

In seguito il suo Frankenstein ebbe il primato di aver ispirato ben cento altre opere di narrativa (tra cui la narrativa romantica delle sorelle Brönte) e di aver avuto oltre ottanta adattamenti teatrali e quaranta cinematografici, oltre a un migliaio di fumetti. Questo, almeno, è quanto afferma la biografa ufficiale di Mary, Charlotte Gordon. E pensare che per molti anni, nonostante queste fatidiche pagine (solo trenta raccontano la creazione del mostro, pur consegnandolo all’immortalità), in un mondo letterario esclusivamente maschilista, la Shelley veniva citata solo come curatrice delle opere del defunto marito, ed è addirittura assurdo constatare che morì in semi-povertà, a causa della guerra economica che le fece il suocero dopo la morte del marito per i diritti delle sue opere.

Restando al cinema, inoltre, è interessante sapere che il primo soggetto per il grande schermo basato sulla storia di Frankenstein, risale al 1910, girato negli Edison Studios di New York, pellicola poi perduta e ritrovata solo nel 1980. Da lì, in un tripudio grandi registi e altrettante stelle della recitazione, si arriva agevolmente a Tim Burton e al suo Edward mani di forbice, classe 1990. Ma non solo letteratura, cinema e affini: è curioso e anche un tantino inquietante ricordare che perfino l’ideatore del pacemaker, una vera rivoluzione della cardiochirurgia moderna, affermò più volte di aver avuto l’idea proprio dalla creatura della Shelley, concepita come una sorta di insieme di scarti e pezzi di ricambio.

Il perché di un successo

Ma perché, in definitiva, Frankenstein oggi, a distanza di due secoli dalla sua comparsa, ha ancora un fortissimo potere di suggestione? Sicuramente perché per primo ha creato il «mostro», sbattendo davanti agli occhi del lettore il tabù della paura di chi è diverso da noi, fosse uno straniero, un disabile oppure – per calarci nella società del tempo – qualcuno appartenente a un’altra classe sociale, specie se inferiore alla nostra. Il mostro, inoltre, affascina ed evoca un’ancestrale paura dell’ignoto, crea coesione sociale perché tutti si coalizzano e combattono uniti contro di lui. Per la prima volta, infine, un romanzo poneva un tema etico d’eccezione, destinato a essere sempre d’attualità: il rischio che l’abuso del progresso porta inevitabilmente con sé.

Infine, per festeggiare degnamente questo imponente compleanno, non poteva esserci regalo migliore che la prima traduzione in italiano dell’inedito Il segreto di Falkner, ultimo romanzo firmato da Mary Shelley nel 1837, ben trentacinque anni dopo il suo capolavoro. È come sempre una storia a tinte forti, piena di risvolti drammatici e tormenti interiori in cui una coraggiosa protagonista femminile, prototipo di un’eroina vittoriana, riveste un ruolo centrale ed è capace anche di trarre in salvo i personaggi maschili da scelte e comportamenti che rovinerebbero completamente la loro vita.

Foto | Pixabay




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.