Un articolo a caso


«Alterità. L’identità come relazione», di Roberto Marchesini

 
Roberto Marchesini, Alterità. L'identità come relazione
Roberto Marchesini, Alterità. L'identità come relazione
Roberto Marchesini, Alterità. L'identità come relazione

 
Scheda del libro
 

Autore: Roberto Marchesini
 
Titolo: Alterità. L'identità come relazione
 
Casa editrice: Mucchi
 
Anno: 2016
 
ISBN: 9788870007275
 
Pagine: 189
 
Formato: cartaceo
 
Genere: , ,
 
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Il libro ha un’impostazione rigorosa in cui è possibile, per gli studiosi di etologia e filosofia, rendere conto a un discorso sull’essere umano che prenda parte alla rivoluzione che sta avendo luogo nella ricerca della soggettività animale e dei nuovi sguardi allo studio zooantropologico odierno, al dibattito in evoluzione del posthuman e degli animal studies.


In sintesi

«Alterità. L’identità come relazione» è un saggio di Roberto Marchesini che si inserisce nel dibattito in evoluzione del posthuman e degli animal studies.

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pubblicatomercoledì, 18 gennaio 2017 da

 
La nostra recensione
 
 
Roberto Marchesini, Alterità. L'identità come relazione

Roberto Marchesini, Alterità. L’identità come relazione

La ricerca costante di Roberto Marchesini nell’indagine zooantropologica dell’essere umano, nella visione postumanistica, e quella della soggettività animale, nell’etologia filosofica, traccia un percorso nella definizione di «alterità» e «identità».

La condizione stessa del pensare l’alterità rimette in discussione l’ontopoiesi umanistica, ovvero quel tratto distintivo che costituisce la sicurezza dell’individuo umano, nel quale si erge lo sguardo viziato dell’altro. L’alterità è il contro termine con cui l’individuo umano ha costruito la sua separatezza esistenziale, l’autonomia e l’autopoiesi che rappresentano l’ontologia stessa dell’individuazione. L’animale umano è principalmente bisognoso di tracciare limiti entro i quali possa esistere un’epistemologia fissa, legata alla sua concezione dell’individuo come a una pura monade che Marchesini denuncia come illusione onto-epistemica.

«Pensare le alterità significa cercare tra le pieghe di se stessi […]» (p. 13). Infatti, l’alterità è un rispecchiamento di ciò che condividiamo con gli altri esseri: l’essere animale che relaziona il soggetto al mondo. Gli eterospecifici costruiscono e costituiscono l’identità come mezzo ibrido per comprendere l’Altro.

La comprensione per immedesimazione «è infatti solo il momento di apertura di una soglia d’incontro […]. Le alterità ci sono accanto in infiniti mondi, ma frattalicamente all’interno della nostra identità, che sembra frantumarsi e disperdersi nel continuum» (p. 15). Nell’indagine ontologica e fenomenologica dell’animale umano, l’etologia recupera una posizione centrale in questo movimento dialogico dell’Io che si connette con l’altro-da-sé.

La modalità per comprendere le alterità nasce dalla decostruzione dell’impermeabilità dell’individuo, riportando il discorso filosofico su una nuova riflessione sulla relazione e sulle soglie che continuano a manifestarsi durante l’incontro. L’«ontologia relazionale» è il primo passo per il ripensamento dell’umano non chiuso entro i suoi stessi limiti, ma aperto alla costruzione continua delle soglie identitarie. «Il rispecchiamento relazionale è il vero motore esistenziale» (p. 22) laddove è possibile la riorganizzazione tra i fattori esterni e interni sulla base di coordinate matriciali offerte dall’altro. Il dialogo, l’esercizio dialogico, è un modo per migliorare se stessi in cui la tolleranza della diversità va inserita in quella rivelazione che è la vulnerabilità e la pochezza dell’esperienza individuata.

L’ambivalenza del termine «relazione» può annichilire la propria posizione oppure tradurla in infusione. La dissoluzione di queste dialettiche, che fondamentano il pensamento binario dell’umanismo, ritrova importanza pratica nella trasformazione in cui «nell’incontro relazionale l’altro-da-sé viene trasmutato in altro-in-sé, subendo pertanto una metamorfosi che ne altera profondamente i contenuti» (p. 28). L’alterità manifesta ciò che siamo, ma anche ciò che possiamo essere, nel trattamento e presa di coscienza del valore fondamentale di quell’«ecologia ontologica» che reinterpreta il valore dell’esistente.

Il pensiero sull’alterità è un mezzo per decentrare l’individuo dove la rilevanza della singolarità evidenzia una costruzione fallace. L’essere umano, infatti, ha sempre negato «i prestiti dialogici contratti con le altre specie nella costruzione della propria identità» (p. 69). Ma se conoscere è dialogare con il mondo e la conoscenza è somatizzazione delle relazioni, c’è il necessario ripensamento di un’epistemologia che spezzi i confini delle umwelten e che rilevi le zone di sovrapposizione: dall’altro-da-sé all’altro-con-sé. Emergono così le soglie di coniugazione tra alterità ed identità.

Nella ricerca della soggettività animale, la funzione dell’essere animale, è evidente come si debba oggi passare da un modello a dominio (automatismo) a uno a mappa (dotazione come strumento). Nell’apprendimento, infatti, l’animale rivela questa metamorfosi di modellizzazione in un’analisi fenomenica dello schema operativo dell’acquisizione: la caccia, il gioco, la seduzione.

Centrale nel concetto di animalità è il corpo come entità dialogante per costituzione filogenetica e ontogenetica. Oltre a ciò, c’è una zona comune dell’essere animali: il desiderio, che è la più immediata espressione di soggettività (emergenza di un corpo dialogico con il mondo); desidero ergo sum.

La soggettività è lo spazio in cui si erge il modo di «vedere» la realtà come dialogo con il mondo: l’alterità apre i confini a una nuova percezione della realtà.

Il modello ibridativo dell’essere umano, ovvero l’insieme delle predicazioni che è in grado di esprimere, ammette che la condizione sovrana dell’umano è sempre stata un’illusione. La nascita del postumano dirige l’immagine dell’uomo verso la transitorietà, la molteplicità e il rifiuto di autoposizionamento; perciò esso è «aperto all’introiezione di contenuti non-umani» (p. 76).

Tutto ciò costituisce un’enfasi rivelativa che fa cedere l’universalismo morboso dell’umano ideale-prototipico e, dall’altro, decostruisce l’individuo come compartimento impermeabile da qualsiasi evento. Questa dialettica può esistere solo nell’ammissione della sua inclusività e della nuova organizzazione, «vale a dire: a) la rappresentazione dell’alterità da parte dell’umano; b) la proiezione dell’umano nell’alterità; c) la riorganizzazione dell’umano attraverso l’alterità; d) l’emergenza dell’umano come esito dell’incontro» (p. 173).




Nicola Zengiaro

 


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