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Un articolo a caso


L’Amalassunta, di Pier Franco Brandimarte

 
Pier Franco Brandimarte, L'Amalassunta
Pier Franco Brandimarte, L'Amalassunta
Pier Franco Brandimarte, L'Amalassunta

 
Scheda del libro
 

Autore: Pier Franco Brandimarte
 
Titolo: L'Amalassunta
 
Casa editrice: Giunti
 
Anno: 2015
 
ISBN: 9788809802537
 
Pagine: 192
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
3.5/5


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1 Totale dei voti

 

Aspetti positivi


L’equilibrio fra saggio e finzione, tra vicenda personale del narratore e vicenda umana e artistica del pittore, presentata in modo originale e non accademico.

Aspetti negativi


La, probabilmente intenzionale, indeterminatezza del racconto ostacola un approfondimento sul senso dell’opera di Licini, che risulta difficile da cogliere per chi non conosce già il pittore.


In sintesi

L’Amalassunta è il romanzo con cui Pier Franco Brandimarte ha vinto il Calvino 2014 e racconta la storia di Antonio e quella dell’artista Osvaldo Licini.

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pubblicatolunedì, 16 marzo 2015 da

 
La nostra recensione
 
 

Pier Franco Brandimarte, L'AmalassuntaL’Amalassunta, romanzo d’esordio di Pier Franco Brandimarte, vincitore della XXVII edizione del Premio Calvino, racconta due storie, quella del protagonista Antonio, alter ego dell’autore, e quella dell’artista Osvaldo Licini. Si tratta di due vicende lontane nel tempo ma vicine a livello spaziale ed esistenziale: conterranei, entrambi individuano nelle Marche, da cui provengono, il punto di partenza e di arrivo della loro personale recherche. Licini, dopo la formazione all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e il soggiorno parigino, riconosce in Monte Vidone, il paese natìo, il luogo dell’anima, dell’ispirazione artistica e della creazione. Allo stesso modo, Antonio lascia Torino e la fidanzata Nina per tornare nella sua terra d’origine (proviene da Torano Nuovo, in provincia di Teramo, poco lontano da Monte Vidone dove suo nonno possedeva una barberia) e mettersi sulle tracce del pittore, e di se stesso.

Con sensibilità e partecipazione Brandimarte narra la vicenda umana e artistica di Licini, dagli anni di Bologna, in cui divenne amico di Morandi e Vespignani, all’esperienza della Prima Guerra Mondiale, durante la quale si procurò una ferita alla gamba che lo lasciò per sempre claudicante; dagli anni di Parigi, dove conobbe un Modigliani in fin di vita e dove subì l’influenza di Matisse, alle frustrazioni dei mancati riconoscimenti; fino al 1958, anno in cui la vittoria del Gran Premio Internazionale della Biennale di Venezia per la pittura lo consacrò come artista di spicco del panorama italiano, appena prima della morte, avvenuta a distanza di pochi mesi. L’autore riporta così alla luce la figura doi un pittore originalissimo e unico nel suo genere, a cui purtroppo la critica non ha dedicato la dovuta attenzione, specie quand’era in vita.

L’inchiesta sulla vita e sull’opera di Licini si fa racconto poetico, in cui non mancano le suggestioni leopardiane, legate non tanto alla figura della luna, quanto a un costante anelito all’indeterminato, che induce il protagonista a procedere a tentoni nella vita del pittore, quasi evitando volutamente di restituirne un ritratto ben definito e un’analisi completa dell’opera. Una tendenza al vago che spesso si estende anche (sempre leopardianamente) alla contemplazione del paesaggio marchigiano:

«Credevo, dice Nina, che non ci fosse più niente di là dall’orizzonte del mare. […] Credevo che in quello spazio fossero ambientati tutti i sogni che facevo di notte, quelli belli. Me lo immaginavo come un nero, disponibile a essere riempito a discrezione, come succede agli spazi che sfuggono alla vista. Anche se solitamente il nero fa paura, per me era uno spazio libero e ci mettevo quello che mi piaceva. Ma anche adesso che so cosa c’è, che l’ho visto, sento allo stesso modo. E non so perché, immagino che al di là dell’orizzonte ci sia sempre un grande silenzio» (p. 110).

Senza la pretesa di dare un’interpretazione da critico d’arte all’opera di Licini, Brandimarte riconosce nelle opere appartenenti al suo ultimo periodo pittorico, quello del figurativismo fantastico che ha come protagonisti gli Olandesi Volanti, gli Angeli Ribelli, le Amalassunte e alcuni astratti geometrici, un fil rouge, il dilagare dello spazio, che rende lecito il paragone con Fontana e i suoi tagli:

«Uno spazio percorso da una corrente elettrica che ne dilata e ne contrae la superficie con microscariche che crepitano, friggono, scoppiettano facendo tutte insieme un vibrare stabile e continuo che mi arriva da lontano nelle orecchie, e questo suono è come il canto dell’uccello rintanato, il pesce che guizza sotto l’acqua, le rondini nascoste nel solaio» (p. 168).

Nel 1950, in occasione della XXV Biennale di Venezia, Licini in una lettera destinata al critico d’arte Marchiori dà una famosa definizione dell’Amalassunta:

«Se dovessero chiederle chi è Amalassunta, risponda pure, a mio nome, senza ombra di dubbio, sorridendo, che “Amalassunta è la Luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco”» (p. 117).

Sorridendo. È dietro questo sorriso che l’autore intravede il mistero di Licini, un enigma che preferisce resti tale: che quel sorriso raccomandato serva a celare qualcosa, un senso nascosto che è meglio non svelare? Mentre Brandimarte preferisce l’indeterminato, Licini nelle sue opere ha dato forma a qualcosa di inafferrabile e intangibile, nell’ambito di una riflessione inesausta sull’uomo e sull’esistenza, la cui ironica precarietà si riflette nelle linee scivolate e nell’affascinante equilibrio fra geometria ed energia vitale.

Amalassunta è la luna, sì, ma è anche la regina ostrogota figlia di Teodorico e la grande dea della vita e della morte, simbolo del femminino, venerata in tutte le religioni come governatrice dei parti e delle maree, delle nascite e delle rinascite; è la personificazione dell’eros e della vita ultraterrena, e la detentrice dei misteri dell’esistenza. E infatti, a ben guardarle, nelle raffigurazioni liciniane la luna non esprime soltanto serenità e sogno, anzi: ha spesso un’espressione beffarda, come se guardasse irridendo, con quel fragile equilibrio tra celestialità ed eresia, peccato e innocenza, che si ritrova anche nelle raffigurazioni degli angeli ribelli.




Eleonora Cocola

 
Laureata in Lettere Moderne, vivo a Milano dove mi occupo di comunicazione e ufficio stampa. Amante dei libri fin da bambina, la letteratura e l'arte (specie il teatro, che pratico come attrice amatoriale) sono da sempre le mie più grandi passioni.








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