Un articolo a caso


David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice, di Francesco Benozzo

 
Francesco Benozzo, David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice
Francesco Benozzo, David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice
Francesco Benozzo, David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice

 
Scheda del libro
 

Autore: Francesco Benozzo
 
Titolo: David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice
 
Casa editrice: Safarà / Universalia
 
Anno: 2017
 
ISBN: 978-88-941359-0-9
 
Pagine: 158
 
Formato: cartaceo + CD musicale
 
Genere:
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
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Aspetti positivi


positivi: Il libro è lontano dalla consueta saggistica biografica musicale e si pone come opera narrativa e per certi versi autobiografica, corroborata da un’interpretazione musicale inedita, all’arpa celtica e bardica, di brani di David Bowie. Notevole anche lo studio elle fonti letterarie e poetiche che hanno forgiato l’arte di Bowie.


In sintesi

«David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice» è un saggio (+CD) in cui Francesco Benozzo dialoga con David Bowie e la sua arte.

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pubblicatogiovedì, 23 novembre 2017 da

 
La nostra recensione
 
 
Francesco Benozzo, David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice

Francesco Benozzo, David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice

È difficile resistere alla tentazione di capire quali siano i motivi che hanno spinto Francesco Benozzo, il poeta e musicista dell’Appennino modenese candidato dal 2015 al Nobel per la letteratura, ad avvicinarsi alla musica e all’arte di David Bowie. Probabilmente proprio per il fatto di apparire anomalo, questo dialogo nasconde una qualche verità che in altri testi rimane solo accennata.

I perché di una scelta

Partiamo da una considerazione: gli ultimi tre anni sono stati tra i più produttivi dell’attività di Benozzo: oltre a diversi volumi accademici di linguistica e filologia (Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana, Bologna, 2015; Carducci, Roma, 2015; Le origini sciamaniche della cultura europea, Alessandria, 2015; Studi di ecdotica romanza, Roma, 2016; Dizionario etimologico-semantico dei cognomi italiani, Savona, 2017; Speaking Australopithecus, Alessandria, 2017), ha pubblicato due poemi epici (Felci in rivolta, Ferrara, 2016 e La capanna del naufrago, Ferrara, 2017) e tre cd (Ponte del Diavolo, Arezzo, 2015 [con Fabio Bonvicini], Un requiem laico, Reggio Emilia, 2016 [con fabio Bonvicini e i Fratelli Mancuso] e L’inverno necessario, Torshavn, 2016). Esce ora, per l’editore Safarà di Pordenone (nella collana Pre-testi diretta da Miro Renzaglia) il libro David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice, al quale è allegato un CD, intitolato Ytiddo, nel quale Benozzo riarrangia all’arpa celtica e canta dodici brani di Bowie. Un libro-CD che potrebbe lasciare spiazzati: probabilmente mai, nelle sue esplorazioni a vasto raggio tra diversi campi del sapere e dell’arte, Benozzo si era spinto verso zone così diverse dai suoi territori abituali.

David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice

Ma il titolo del libro svela già il primo segreto: la bellezza molteplice. A Benozzo interessa l’opera di Bowie come quête, come ricerca (Benozzo parla esplicitamente di «ossessione») della bellezza. Ecco come si apre il libro:

Un vita ispirata, ossessionata e imprendibile. David Bowie volle costantemente ridiventare ciò che era prima di essere, e questa è la sua arte. Ciò che è diventato, la sua bellezza molteplice, la sua eleganza decadente e solitaria, il firmamento malinconico delle sue canzoni, la prolissità ridondante ma impeccabile delle sue provocazioni ricordano meno gli esteti e i dandy dell’Europa tardo-moderna che gli asceti orientali di un redivivo Medioevo iniziatico. Al pari di Hafez, Rāmānanda, Huineng, egli è stato l’artista dell’incompiutezza prismatica che si fa voce, il folgorato poeta dell’esasperazione tecnologica, il non sospetto interprete della postmodernità senza scampo (p. 9).

Scorrendo le pagine del saggio di Benozzo si comprende sempre meglio che quest’opera non vuole offrire semplicemente un’interpretazione della musica del Duca Bianco, ma rappresentare una forma di dialogo nella quale l’autore non rinuncia a parlare di sé. Si legga ad esempio questo passaggio:

Effetto dell’arte di David Bowie su di me: pur avendo io lottato e lottando per le opinioni fluttuanti, pur pensando di resistere ai dogmi e agli slogan, pur avendo tentato di indicare direzioni antiautoritarie e anarchiche anche nei territori che ne sono da sempre refrattari, io intuisco e invidio le sue opinioni fluttuanti, la sua capacità di non infeudarsi ai dogmi e agli slogan, e quasi arrossisco per il disagio di rendermi conto, nel confronto a cui la sua arte mi obbliga, di avere anche io una mia verità e per sentirmene alla fine schiavo. I modi di essere della sua musica sconvolgono non soltanto le certezze ma, ancora prima, l’illusione di non avere certezze. Un’inclinazione che in alcuni instanti della sua fantasmagorica galassia artistica affiora come vera e propria autocoscienza: “Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent / I can’t give everything / I can’t give everything away”, “Vedendo di più e sentendo meno / dicendo no ma intendendo sì / questo è tutto quello che ho sempre voluto dire / è il messaggio che ho inviato / non posso rivelare tutto / non posso rivelare tutto quanto” (I Can’t Give Everything Away, 2016). Con Bowie accade insistentemente proprio questo: che il molteplice viene tolto al suo stato di predicato per diventare e ridiventare un sostantivo. Bowie non è stato un artista molteplice. Egli è il molteplice artistico (p. 19).

Saggistica letteraria

La scrittura saggistica di Benozzo è in realtà prosa letteraria, e la lettura del suo libro assomiglia più a un racconto che a un saggio d’interpretazione o all’ennesima biografia della rockstar. Si potrebbe quasi dire che in questo libro Benozzo «si nasconda» volutamente. Con questa affermazione intendo richiamarmi alla definizione di poesia che egli diede in un’intervista di qualche anno fa: poesia come «arte di manifestarsi sottraendosi». Ebbene, è significativo che in contemporanea con questo libro esca, per Arcana editrice, il libro di Francesco Donadio David Bowie. L’arte di scomparire. Indagine sugli ultimi misteriosi dodici anni dell’uomo delle stelle. Quasi un’indicazione ulteriore di ciò che ho appena detto. Parlando di Bowie, insomma, forse Benozzo interpreta se stesso nascondendosi, e cioè offrendo spunti che, come in uno specchio, illuminano proprio qualcosa che riguarda la propria poesia. Assumono così un significato particolare frasi come le seguenti:

La sua musica è trascendelizzazione della musica, e il livello che raggiunge è alla fine troppo astratto ma non abbastanza astratto. È sospensione, ambigua ma non enigmatica: che non consente di tornare indietro. Bowie non fissa un canone, ma lo suggerisce soffiando sopra di esso una danza di immagini e suoni, muovendosi a suo agio, e senza lacerazioni, in una dimensione in cui non serve rimpiangere qualcosa o opporvisi. La sua compostezza parla di un conflitto già risolto, ricomposto dentro un’arte che non fa paura ma che appare semmai spietata nel suo essere adamantina (p. 12).

Un’altra fiamma che attraversa il sangue dell’opera di David Bowie: l’utopia. Non come aspirazione, anelito, slancio, ma come l’aspetto inevitabile dell’artista che passa continuamente dall’altra parte aggirando la morte, come conseguenza della sua creatività mai appagata, come ancella della sua ricerca di bellezza (p. 21)

Nella seconda parte del libro Benozzo ha il merito di scovare alcune fonti poetiche e letterarie (che vengono antologizzate in traduzione italiana, secondo lo schema della collana Pre-testi) dell’opera di Bowie, tra cui Shakespeare, Nietzsche, Manuel Machado, Wallace Stevens, Eliot, Bukowski, Peter Ackroyd e Martin Amis.

La reinvenzione musicale: Benozzo canta Bowie

Ancora più significativo, nell’ottica che ho indicato in precedenza, è il CD Ytiddo. Sembra quasi inverosimile o ossimorico pensare a certi brai di Bowie eseguiti sull’arpa celtica e sull’arpa bardica. Ma in questo ossimoro si nasconde appunto la ricerca di bellezza che a sua volta Benozzo compie indossando i panni di Bowie. È lui stesso a spiegarcelo chiarendo meglio che cosa significa il titolo:

“Ytiddo”, inversione di “Oddity”, è anche un avverbio gallese che significa “dentro”, nonché un acronimo qabbalistico che indica la “libertà” e il “cambiamento”. In questa mia interpretazione di alcuni punti della luminosa cartografia musicale di Bowie ho cercato di “entrare” proprio procedendo a ritroso e “all’inverso”, provando in un certo senso – con la “libertà” che questa musica mi ha saputo ispirare – a rintracciare l’etimologia, l’origine, il canovaccio narrativo-sonoro celato in filigrana nelle sue mirabili forme espressive. Devo a Michela Carpanelli le indicazioni e i suggerimenti più importanti che mi hanno mosso in questa direzione (p. 115).

I dodici brani che compongono il disco sono, nell’ordine, Lazarus, Ashes to Ashes, New Killer Star, The Jean Genie, (You Will) Set The World on Fire, Moonage Daydream, Starman, The Man Who Sold The World, Rebel Rebel, Cactus, Heroes e Space Oddity. Anche cronologicamente, dunque, si va à rebours: il disco si apre con l’ultimo brano inciso da Bowie (2016) e si chiude con uno dei primi, certamente col più famoso dei primi (1969). Per la registrazione (effettuata da Davide Cristiani dello studio Bombanella di Maranello di Modena) è stato utilizzato un unico microfono a valvole e un pre-amplificatore a valvole in stile vintage, mentre echi a nsatro quali Space Echo sono stati usati per il mixaggio. Significativo anche il fatto che, come dichiarato a p. 149, oltre che a fare uso di echi a nastro (quali Space Echo), si sia ricorso a un emulatore della tecnica di registrazione utilizzata da Tony Visconti nel 1977 per l’album Heroes, consistente nel posizionare diversi microfoni dentro la stanza attivati a seconda della dinamica della voce.

Molto suggestivo appare il lavoro fatto su brani come Moonage Daydream, la cui originale sensualità erotica e volutamente sguaiata è stata trasformata da Benozzo in un canto suadente e avvolgente, o Rebel Rebel, il cui noto e travolgente riff iniziale, diventa un canto a voce bassa dalla ritmica lenta e quasi jazz. The Man Who Sold The World accentua ancora di più e quasi esaspera la celebre interpretazione in chiave acustica che ne offrirono i Nirvana, mentre Ashes to Ashes si pone a mio parere come l’emblema di tutta l’operazione di Benozzo: la sua vena ironica, urlata e ondeggiante si stempera qui in una specie di confessione intima e sussurrata, resa fortemente malinconica dai modi arcaici in cui l’arpa l’accompagna.

Vale la pena chiudere questo breve intervento citando l’ultima frase del saggio introduttivo di Benozzo:

Ha detto una volta Bowie: «Per me la musica è il colore, non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso». Chissà che i colori della sua musica non rappresentino alla fine anche questo: l’occasione, per chi se ne fa fruitore, di farsi interprete, come un frammento o una monade, di una possibile ricerca di bellezza (p. 25).

Frammento, o monade, di cui il libro e il CD del poeta modenese sono il primo, mirabile inveramento.




Eugenio Santoli

 


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