Un articolo a caso


Figli dello stesso padre, di Romana Petri

 
Romana Petri, Figli dello stesso padre
Romana Petri, Figli dello stesso padre
Romana Petri, Figli dello stesso padre

 
Scheda del libro
 

Autore: Romana Petri
 
Titolo: Figli dello stesso padre
 
Casa editrice: Longanesi
 
Anno: 2013
 
ISBN: 9788830436114
 
Pagine: 297
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
3/5


Voto degli utenti
2 Voti totali

 

Aspetti positivi


La figura del padre trova una collocazione nuova, forte. La riflessione sul difficile rapporto padre/figlio è d'obbligo, ma l'autrice cerca di analizzare ogni figura familiare, tramutando ciò che solitamente leggiamo nei saggi in una storia dal dettaglio drammatico.

Aspetti negativi


La narrazione stenta a trovare il ritmo capace di conquistare il lettore. Dialoghi quasi teatrali, intervallati da accurate descrizioni, si accostano con difficoltà allontanando chi legge dall'empatia che spesso proviamo verso i protagonisti.


In sintesi

“Figli dello stesso padre” di Romana Petri rischia a tratti di annoiare: i dialoghi snelli ricordano il teatro, mentre le descrizioni sono ridondanti.

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pubblicatogiovedì, 4 luglio 2013 da

 
La nostra recensione
 
 

Romana Petri, Figli dello stesso padreFigli dello stesso padre, di Romana Petri, finalista al Premio Strega 2013, è un tuffo instancabile: presente e passato si intrecciano costringendo il lettore a continui balzi temporali. I ricordi di ogni personaggio sono i reali protagonisti di un romanzo piacevole, anche se stenta a trovare il ritmo narrativo capace di conquistare chi legge.

Un padre, definito matto da chi gli vuole bene – altri lo definirebbero semplicemente irresponsabile – incapace di vivere relazioni stabili, due figli e tante donne. La famiglia ritratta dall’autrice non rispetta certo i canoni consueti, ma poco importa, eppure ansie, paure, rancori, sembrano eccessivi. Un esperto di psicoanalisi probabilmente riconoscerà molti spunti, ma per chi esperto non è si ritroverà semplicemente una famiglia molto disturbata. Personalmente solo un personaggio, marginale, si è conquistato la mia totale simpatia, Duarte, il portoghese, secondo marito di Edda, mamma di uno dei due figli dello stesso padre.

Ricapitolando: due figli, due mamme, un padre, un secondo marito, una nonna nonnosa e alcolizzata, un numero imprecisato di fidanzate Barbie, ovvero che vantano una media di venticinque primavere in meno del padre.

Preso singolarmente ogni personaggio non sfora la media delle stranezze che ognuno di noi incontra almeno una volta nella vita. Tutti assieme compongono un drammatico quadretto.

La scrittura stenta a trovare il ritmo, i ricordi si accavallano mentre il testimone dell’io narrante viene passato principalmente tra i due fratelli che sembrano usciti da una versione di Cenerentola al maschile: il più grande, Germano, esercita il diritto di definirsi figlio unico anche a cinquant’anni, grande e grosso, arrabbiato col mondo, non riesce a fuggire alla sensazione di abbandono che ha provato quando a nove anni il padre, Giovanni, ha lasciato la sua famiglia a causa di quell’altro figlio.

Fingendo di giocare, ogni tanto Germano sentiva qualche frase spezzata e poi cercava di ricostruirne il senso. Che ne sapeva lui di come andavano le cose? Solo gli sembrava che quella donna ossessionasse il padre, che si imponesse a forza. Sentiva parole come «rassegnati», «dacci un taglio», «l’hai voluto a tutti i costi tu». Certe volte avrebbe voluto intervenire a favore del padre, dire a quella donna di sparire, di lasciarlo in pace.

Emilio cerca nella matematica un ristoro che nella vita pare gli venga negato: da sempre rincorre l’affetto del fratello maggiore, trovando solo odio ad attenderlo.

Mentre salivano le scale, Emilio notò che Germano si passava in continuazione la mano tra i capelli. Gli camminava accanto e lo guardava con la stessa intensità di quando era bambino. La differenza di altezza che un giorno, tra di loro, sarebbe stato logico si fosse accorciata, era rimasta invece più o meno uguale. Li dividevano almeno venti centimetri. Non c’era stato niente da fare, quel fratello, in altezza, non l’aveva raggiunto. Se da una parte gli dispiaceva, dall’altra quasi lo rendeva euforico camminare accanto al gigante.

Costanza, mamma di Emilio, donna debole sempre speranzosa nel ritorno di Giovanni; Edda, mamma di Germano, varia tra donna forte, sua la decisione di mettere la parola fine al matrimonio quando scopre la gravidanza dell’amante, ma, contemporaneamente, eterna mamma incapace di cedere il suo bambino all’età adulta.

Il finale cerca l’effetto buonismo che, a mio avviso, dopo tanto odio stona, ma è pur vero che i legami famigliari sono talmente complicati da accettare anche il colpo di scena.

Nell’insieme il romanzo rischia a tratti di annoiare: i dialoghi snelli ricordano il teatro, mentre le descrizioni tendono a ridondare in eccesso di dettagli che scollano la storia.

Forse chi vanta rapporti familiari così complicati troverà nella lettura de Figli dello stesso padre un divertente confronto. Eppure, nessuna famiglia è perfetta ma l’imperfezione non sempre si rivela uno scorcio meritevole di tanta attenzione




Anna Fogarolo

 
Fotogiornalista per le maggiori testate italiane come Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Gente, Oggi, Focus... Dal 2009 sposta la sua attenzione sulle nuove tecnologie iniziando la carriera di Web content e blogger per alcuni noti portali e Network, successivamente si specializza come Social Media Manager. Attualmente: consulenza di Ufficio Stampa, Content & Community Manager, Web Relation e Digital PR per le Edizioni Centro Studi Erikson.


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