Un articolo a caso


Fornelli d’Italia, di Stefania Aphel Barzini

 

 
Scheda del libro
 

Autore: Stefania Aphel Barzini
 
Titolo: Fornelli d'Italia. Centocinquant'anni di storia del nostro paese raccontati da piccole e grandi cuoche
 
Casa editrice: Mondadori
 
Anno: 2014
 
ISBN: 9788804638292
 
Pagine: 248
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: , , , ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
4/5


Voto degli utenti
6 Voti totali

 

Aspetti positivi


Con ironia e passione sono narrate abitudini, ricette e manie alimentari che hanno segnato, nel bene e nel male, centocinquant’anni della nostra storia.

Aspetti negativi


Nella ricerca esaustiva dell’autrice sono giustamente nominati molti personaggi emblematici nell’evoluzione della cucina italiana. Per i lettori più giovani, che forse non conoscono neppure i più recenti, l’elenco può risultare un po’ eccessivo.


In sintesi

Stefania Aphel Barzini ripecorre l’evoluzione nel costume e nelle abitudini italiane dall’Unità ai giorni nostri attraverso il rapporto con il cibo.

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pubblicatovenerdì, 4 luglio 2014 da

 
La nostra recensione
 
 

Fornelli d'Italia, di Stefania Aphel BarziniNoi siamo quello che mangiamo. Il rapporto con il cibo è spesso complicato ma rappresenta la cartina al tornasole dei costumi della nostra società. Stefania Aphel Barzini, scrittrice (i suoi romanzi più recenti sono L’ingrediente perduto e La scrittrice cucinava qui), ma anche cuoca ed esperta di cibo, lo sa da sempre e con Fornelli d’Italia l’ha dimostrato alla grande esplorando in maniera esaustiva e appassionata centocinquant’anni della nostra storia, partendo dall’Unità d’Italia per arrivare fino ai giorni nostri. Con una scrittura coinvolgente e ironica ci racconta aneddoti, svela segreti e toccanti verità culinarie.

Il cibo è mezzo di sussistenza ma anche metafora negli accadimenti della vita. Quando nel lontano 1861 si è “fatta” l’Italia, l’Unità era più teorica che pratica, emblematicamente anche le abitudini culinarie tra nord e sud erano diversissime. Cavour, gourmet raffinato, lo sapeva e infatti per raccontare gli eventi salienti riguardo lo sbarco dei Mille, in un telegramma del luglio 1860, scrisse prendendo a prestito il linguaggio di cucina: “Le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti”. Poi sappiamo che i garibaldini risalirono lo stivale e così anche i maccheroni terminarono la loro cottura!

Ma le discrepanze fra le diverse cucine continuarono comunque alla grande. Quando Pellegrino Artusi pubblicò il suo celebre manuale, nella raccolta di ricette mancavano quelle delle Marche, dell’Abruzzo, della Puglia e della Basilicata. Solo tre furono le ricette siciliane e di quelle sarde neppure l’ombra. Le discriminazioni furono tante e non solo territoriali, la più grossa di tutte nel mondo gastronomico italiano, come sottolinea in tutto il libro l’autrice, è quella di genere. Mentre il prestigio dell’abilità gastronomica è sempre stato attribuito agli uomini, in realtà chi spadellava erano sempre le donne. A casa dell’Artusi c’era la fida Marietta, domestica e cuoca, a cui almeno è stata riconosciuta l’abilità nella ricetta del panettone a lei dedicato. Ma se Marietta Sabatini è stata nominata le altre, tantissime cuoche appassionate e abili, sono state dimenticate.

L’excursus storico di Stefania Aphel Barzini è molto approfondito e riesce a svelare dettagli toccanti e sconosciuti sul cibo e soprattutto, anche sulla sua mancanza. Durante la prima Guerra Mondiale, ad esempio, dopo la disfatta di Caporetto, alcuni soldati fatti prigionieri in Germania, per non soccombere alla fame si erano inventati un gioco pieno di nostalgia. Descrissero i piatti preferiti, preparati per loro da mogli e madri. I loro foglietti furono poi ritrovati con ricette piene di lardo, uova, burro, olio, farina, latte. Indigeste e piene di grassi, capaci di far inorridire i nutrizionisti di oggi, ma emblematiche delle loro fantasie in un momento di difficile sopravvivenza alimentare.

Anche durante il fascismo, molte materie prime, a causa dell’embargo contro l’Italia sancito dopo la conquista dell’Etiopia, mancarono allora il Duce convinse le donne ad abbracciare l’autarchia. Imparare a cucinare, facendo a meno di molti ingredienti e italianizzando molti termini.

…il consommé diventa il consumato, i marron glacés castagne candite, il menù è ora la lista, il picnic è il pranzoalsole, il sandwich è il traidue e il cocktail diventa la polibibita…

Poi gli anni passarono, le abitudini alimentari mutarono lentamente. Dal dopoguera l’industrializzazione dei prodotti alimentari diventò sempre più pesante. Con i cibi confezionati e l’avvento degli elettrodomestici la vita di cuoche e casalinghe si stravolse. Per arrivare fino ai rivoluzionari anni’70 dove anche le italiane non ebbero più voglia di cucinare.

La liberazione femminista fece bruciare reggiseni e spegnere fornelli. Sulla scia di questo rigetto per le lunghe ore passate a preparare il cibo, negli anni’80, iniziò l’apoteosi della cucina veloce, che vuole subito il risultato e bada molto all’immagine dei piatti proposti. Il primo seme dell’arte culinaria di Benedetta Parodi, che arriverà solo tre decadi dopo ma, assieme agli altri chef televisivi, sarà l’emblema di questa ideologia.

Ma come sempre la storia è piena di sorprese, balzi e giravolte. E negli ultimi decenni c’è stato, come scrive la Barzini, anche un ritorno alle consuetudini di una volta. All’inizio del secolo scorso erano le nostre trisavole a emigrare portando nel loro bagaglio, padelle e tegami, per conservare anche in un paese lontano il legame con le proprie origini. Mentre adesso le nuove generazioni conoscono e apprezzano la cucina etnica grazie alle donne straniere sbarcate in Italia.

…Sono marocchina e sono arrivata qui con la mia couscoussiera, per me è molto più di un utensile, è il mio paese, sono io, la mia identità. Certo avrei potuto comprarmene una nuova qui, ma non sarebbe stata la stessa cosa…

Grazie alla globalizzazione, alla rete, all’avvento dei foodblogger, i fornelli italiani si sono evoluti, hanno una nuova identità, frutto di contaminazione ma anche di un deja-vu culinario. Leggendo il libro della Barzini si scoprono molte cose interessanti. Ancora una, molto emblematica: durante la Seconda guerra mondiale c’era, per necessità e non per scelta, la “cucina senza”, vera antenata dell’odierna moda vegana.




Patrizia Violi

 

Patrizia Violi è laureata in giurisprudenza, vive a Milano dove fa la giornalista, occupandosi di attualità, psicologia e costume. È sposata e ha due figlie: dalla sua esperienza famigliare è nato il blog extramamma.net. Ha scritto il romanzo “Una mamma da URL” (Baldini & Castoldi). Per Emma Books ha pubblicato “Love.com” e “Affari d’amore”.



  1.  

    Grazie Patrizia!! Con tutto il cuore e spero a presto!




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      Il libro è interessante e assolutamente in linea con il suo titolo.

      Ho rilevato tuttavia una pecca abbastanza importante, quando l’autrice cita il caso anomalo e clamoroso di “Lisa Biondi”, autentico fenomeno editoriale e mediatico degli anni 50-60 poiché riferito a chi si occupava e promuoveva una margarina.
      La pecca riguarda la sostanziosa dimenticanza di chi ha ricoperto quel ruolo per lungo tempo e vero personaggio mediatico del tempo, si tratta di Lydia Salvetti Cipolla, gran signora ed esperta enogastronoma, l’unica fra le interpreti del ruolo “Lisa Biondi” ad essere conosciuta dal vivo con immagini fotografiche nei rotocalchi, in televisione, spot pubblicitari, telefono ( la celebre rubrica era intitolata “Pronto, qui Lisa Biondi” e moltissimi libri ancora oggi diffusi ovunque. La Signora Lydia Salvetti era nota anche quale fondatrice in Italia della Commanderie Des Cordons Bleus de France, uno dei più sofisticati sodalizi enogastronomici internazionali. In caso di ristampa, sarebbe importante colmare questa lacuna. Grazie





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