Un articolo a caso


Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci

 
Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance
Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance
Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

 
Scheda del libro
 

Autore: Giordano Meacci
 
Titolo: Il cinghiale che uccise Liberty Valance
 
Casa editrice: Miminum Fax
 
Anno: 2016
 
ISBN: 9788875217174
 
Pagine: 452
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
3/5


Voto degli utenti
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Aspetti positivi


Meacci infarcisce questo libro di mille citazioni pop, colte, basse, filosofiche, letterarie, cinematografiche, musicali.

Aspetti negativi


La scrittura è molto densa, quasi prolissa.


In sintesi

«Il cinghiale che uccise Liberty Valance» è una spaccato della vita dell’immaginaria Corsignano, dei suoi abitanti e dei cinghiali dei boschi circostanti.

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pubblicatomartedì, 5 luglio 2016 da

 
La nostra recensione
 
 
Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Il cinghiale che uccise Liberty Valance è l’ultima fatica di Giordano Meacci, scrittore e sceneggiatore romano. Questo romanzo racconta degli abitanti di Corsignano, cittadina immaginaria ubicata tra Toscana e Umbria che ha ossessionato l’autore per più di un decennio. Lo sguardo narrante diviso tra gli esseri umani (comuni, con vite ordinarie) e un branco di cinghiali (il cui capo, Apperbohr comincia a sviluppare una comprensione del linguaggio degli Alti sulle zampe, ossia gli esseri umani). Le vicende si svolgono a cavallo tra il 1999 e il 2000, ma i ricordi degli umani ci portano molto lontano, quasi all’inizio del Novecento. Meacci usa, infatti, la narrazione come elemento ipertestuale in cui ogni cosa rimanda a qualcosa d’altro: continue citazioni più o meno esplicite, pensieri affastellati dei protagonisti, alberi genealogici esplicitati all’interno della storia principale.

I corsignanesi – umani – sono narrativamente duplici: da una parte archetipi (il ragazzino che vuole scappare dal paesino, la vecchia vedova, il cacciatore ossessionato da un animale specifico), dall’altra freschi e originali (le sorelle prostitute – insieme per sfogare l’innamoramento reciproco; la tribù di uomini-filosofi che de-costruiscono il mondo davanti a L’uomo che uccise Liberty Valance; il ragazzino-genio con la sindrome del gemello mancante). I cinghiali, invece, sono scopritori. Non solo Apperbohr che riesce a trovare i nomi alle cose, ma anche il resto del branco.

«Cos’è morire?», gli ha chiesto Chraww-nisst. Apperbohr, con tutta la sua arroganza (arroganza è la parola), con tutta la proterva vanità dei suoi comizi alla radura, la sua superiorità di rvrrn, lui, Apperbohr, non sa cosa dire. Perché neppure lui, con tutte le sue parole in mostra, cadute in continuazione dall’alto o da dentro – questo ancora non lo ha stabilito; forse non gli interessa – con tutte le parole che possiede e la capacità di portare la magia di là del tempo, solo immaginandolo. Con tutta la sua disperata, approssimata, furiosa smania di vivere da rvrrn con i rvrrn e di cambiarli cambiando sé stesso. Lui, per quanto si sforzi, non sa cos’è morire.

Certo, Apperbohr scopre le parole ed impara ad usarle, ma il resto del branco scopre con lui gli Alti sulle zampe, le loro usanze, la loro bestiale umanità.

Il rapporto con il cinema è lapalissiano, non solo grazie al titolo del volume (omaggio a L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford), ma – soprattutto – grazie alla scrittura densa, ricca, fitta e compatta che caratterizza il romanzo (per capirne lo stile si consiglia la lettura dell’anteprima che si trova sulla rivista minima&moralia). Meacci ci guida da una scena all’altra, passando da inquadrature lontane a immagini vicine, vivide (come descrivere la frustrazione se non “Amedeo si riaccomoda sulla sedia, svuotato e stanco e al tempo stesso però elettrico, e sull’orlo dell’esaurimento nervoso; come Bruce Banner costretto ancora una volta a ricomprarsi i vestiti strappati da Hulk”).

I sensi diventano anch’essi strumenti narrativi e citazioni: il film in sottofondo serve ad elaborare visioni squisitamente filosofiche del mondo circostante; l’odore di una pisciata serve a raccontare lo stacco tra Apperbohr e il suo branco; la vista serve al lettore per riconoscere le varie strutture narrative che Meacci presenta (l’autore arricchisce il racconto di copioni, dizionari, verbali dei carabinieri). Lo scrittore infatti gioca con le parole e la loro rappresentazione visuale: dal linguaggio fatto di consonanti dei cinghiali, fino al carattere sbiadito del verbale, tutto ci accompagna in questo mondo immaginario e sconosciuto.




Erika Marconato

 

Erika Marconato è nata nel 1985 in Veneto. I libri la accompagnano fin da bambina e ha passato gran parte della sua vita a leggere, prima di decidersi a scrivere. Per Graphe.it ha scritto «È questa la fine?». Nel tempo libero va a caccia di posti dove bere il caffè, cucina e frequenta gruppi di lettura.



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