Un articolo a caso


Il maiale non fa la rivoluzione, di Leonardo Caffo

 
Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione
Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione
Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione

 
Scheda del libro
 

Autore: Leonardo Caffo
 
Titolo: Il maiale non fa la rivoluzione. Il nuovo manifesto per un antispecismo debole
 
Casa editrice: Sonda
 
Anno: 2016 (seconda edizione a cura di Beatrice Scutari)
 
ISBN: 9788871068091
 
Pagine: 160
 
Formato: cartaceo
 
Genere: , , , , ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
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Aspetti positivi


Il testo è scorrevole nonostante l’utilizzo a tratti di un linguaggio tecnico. La lettura è chiara, l’autore si spiega e fornisce ampiamente elementi di critica e riflessione a supporto della propria tesi.

Aspetti negativi


Nessuno in particolare.


In sintesi

Dopo una fortunata prima edizione, «Il maiale non fa la rivoluzione» di Leonardo Caffo si presenta come «il nuovo manifesto per un antispecismo debole».

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pubblicatomercoledì, 27 luglio 2016 da

 
La nostra recensione
 
 
Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione

Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione

Il maiale non fa la rivoluzione di Leonardo Caffo è uscito per la prima volta nel maggio del 2013, ottenendo, nel giro di poco, un incredibile successo: dalla nicchia ristretta dei soli antispecisti – quel “tra di noi” volutamente virgolettato dall’autore – il dibattito sulla validità filosofica e politica della teoria della liberazione animale ha toccato (ed è quindi toccato a) spazi e sedi che mai, prima di allora, l’avrebbero rilevato tra le proprie aree di interesse (non in questo tempo, almeno). Tre anni dopo, poi, nel 2016, è uscita la seconda edizione (questa), curata da Beatrice Scutari, ampliata e aggiornata con l’aggiunta di una postfazione e di un nuovo capitolo sul panorama antispecista italiano.

Scopo del saggio è quello di presentare, proporre, un nuovo approccio antispecista alla questione animale, un avvicinarsi “debole”, che nasce soprattutto come risposta e opposizione ad un’altra teoria denominata antispecismo politico (identificata a partire almeno da Nibert1)Nibert D., Animal Rights/Human Rights: Entanglements of Oppression and Liberation, Rowman & Littlefield, Lanham 2002.). Dalla presentazione, la struttura dell’opera si articola in quattro capitoli, di cui il primo passa in rassegna le prime teorie concretamente definibili come antispeciste – l’antispecismo utilitarista di Singer2)Singer P., Liberazione animale, Net, Milano 2003., cioè il “primo”, e quello giusnaturalista di Regan3)Regan T., Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali, Sonda, Casale Monferrato 2005. – testandone i limiti e analizzandone le implicazioni teoriche. Da qui, dopo aver ricostruito brevemente la storia dell’antispecismo4)Caffo cita anche, seppur brevemente, un ulteriore approccio all’antispecismo, quello “specista”, espresso da Tzachi Zamir. Si veda a tal proposito: Zamir T., Ethics and the Beast: A Speciesist Argument for Animal Liberation, Princeton University Press, Princeton 2007., l’autore prende in esame la proposta politica, concentrandosi particolarmente su quell’aspetto – che sarà poi punto di partenza per la formulazione dell’approccio debole – che prevede la comune dipartita dello sfruttamento umano e dello sfruttamento animale. L’antispecismo politico, secondo la ricostruzione dell’autore, vuole che poiché la genesi della sopraffazione dell’uomo e degli animali sia una genesi condivisa, almeno storicamente, la liberazione animale conduca naturalmente alla liberazione degli esseri umani, il che comporterebbe, come strategia di azione dell’oggi, la necessità di un movimento di liberazione “totale, generale e inclusivo5)Si vedano le parole di Marco Maurizi, citate a p. 114: “La liberazione umana senza liberazione animale è vuota. La liberazione animale senza la liberazione umana è cieca”.”.

C’è però un problema, sostiene Caffo: non esiste alcuna prova del fatto che la fine dello sfruttamento animale conduca realmente e necessariamente alla fine dello sfruttamento umano, senza contare che una visione dell’antispecismo in cui la liberazione animale è necessaria al fine di una liberazione umana rivela un velato “criptospecismo” (come lo ha definito l’autore), uno “specismo nascosto”, poiché, così procedendo, la cessazione del dolore, del massacro animale costituisce soltanto un tramite – non un fine diretto – che porta la bussola dei valori a puntare ancora e sempre verso l’uomo e il suo interesse.

L’antispecista non deve, tuttavia, abusare della voce dell’animale senza nome di cui è testimone, ma è necessario che riesca a far emergere che la posizione non è “sua”; che non lotta per se stesso ma per gli altri, che rivendica per l’animale ciò che lui (forse) ha: il diritto a vivere, e a essere lasciato in pace.

Secondo l’autore, questa totale assenza di certezze verso un esito per cui liberare uno significa liberare l’altro dispiega completamente infinite possibilità, inclusa quella – riconosciuta improbabile dallo stesso Caffo, ma comunque possibile, e quindi da considerare – di un “mondo del domani” in cui si potrà dare un’umanità assolutamente e totalmente libera lasciando, però, perfettamente inalterata la condizione di schiavitù degli animali6)Si veda l’esperimento mentale (Es) a p. 58.. È l’incertezza dello scenario futuro il punto da cui l’autore inizia a delineare la proposta teorica dell’antispecismo debole. L’assunto di base è semplice: l’antispecismo deve mirare a liberare l’animale a prescindere dal fatto che la sua liberazione possa costituire un vantaggio o uno svantaggio per l’umano. È l’animale, e soltanto l’animale, a dover essere guardato dall’antispecismo: le urla della sua tragedia sono ciò che arma la filosofia.

La tesi di Caffo, quella di un antispecismo il cui focus è indipendente da qualunque implicazione per l’umano, trova necessariamente sostegno su alcuni presupposti filosofici che non solo la giustificano, ma, in un certo senso, la preparano. La critica al relativismo e al nichilismo in favore dell’esistenza di una verità etica, ad esempio, e la “necessità di un’ontologia del vivente affinché si possa dare una corretta teoria morale e politica7)Si veda il paragrafo a pp. 59-62.”, perché “se non siamo in grado di distinguere, tra gli enti del mondo, gli animali come soggetti oppressi, allora non abbiamo nessun argomento per muovere nei confronti di una liberazione animale8)p. 64.”. Ecco: l’animale soffre, e la sua sofferenza non è faccenda soggetta a una dimensione interpretativa, ma un fatto che non può essere inquadrato entro una cornice relativistica. Se questo è vero, e l’architettura teorica regge – come credo che faccia – allora l’antispecismo debole si configura come una teoria realista morale il cui interesse è rivolto verso un “altro” ontologicamente distinto che esperisce una condizione realmente negativa. Proprio qui, nella realtà di quella condizione, è collocata la necessità di un antispecismo che sia “soltanto per loro”. L’animalità massacrata, la miseria e la desolazione dello stato in cui verte, è essa stessa la ragione prima dell’antispecismo.

Note   [ + ]

1.Nibert D., Animal Rights/Human Rights: Entanglements of Oppression and Liberation, Rowman & Littlefield, Lanham 2002.
2.Singer P., Liberazione animale, Net, Milano 2003.
3.Regan T., Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali, Sonda, Casale Monferrato 2005.
4.Caffo cita anche, seppur brevemente, un ulteriore approccio all’antispecismo, quello “specista”, espresso da Tzachi Zamir. Si veda a tal proposito: Zamir T., Ethics and the Beast: A Speciesist Argument for Animal Liberation, Princeton University Press, Princeton 2007.
5.Si vedano le parole di Marco Maurizi, citate a p. 114: “La liberazione umana senza liberazione animale è vuota. La liberazione animale senza la liberazione umana è cieca”.
6.Si veda l’esperimento mentale (Es) a p. 58.
7.Si veda il paragrafo a pp. 59-62.
8.p. 64.



Samuele Strati

 


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