Un articolo a caso


Il nome di Dio è Misericordia, di papa Francesco

 
Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia
Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia
Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia

 
Scheda del libro
 

Autore: papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio); Andrea Tornielli
 
Titolo: Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli
 
Casa editrice: Piemme
 
Anno: 2016
 
ISBN: 9788856653144
 
Pagine: 110
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: , , ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
5/5


Voto degli utenti
4 Voti totali

 

Aspetti positivi


La semplicità disarmante di Papa Francesco in formato libro, sul tema – non facile – della misericordia. Eppure, leggendolo, finalmente capiamo cos’è questa strana cosa di cui sentivamo tanto parlare da piccolini al catechismo. Se invece cercate qui la risposta al perché indire un giubileo straordinario della durata di un anno dedicato proprio a codesta misericordia, resterete delusi…

Aspetti negativi


La spontaneità di Francesco, la sua sublime capacità di condensare la teologia in pillole, scalpita un po’ quando la si tenta d’imbrigliare in domande che attendono una risposta. A condurre il gioco, per essere efficace fino in fondo, qui, dovrebbe essere l’intervistato e non l’intervistatore… In sintesi: il Papa “funziona” meglio nel discorso breve e possibilmente “a braccio”.


In sintesi

Il nome di Dio è Misericordia è un libro-intervista di papa Francesco nel quale il pontefice dialoga con il giornalista Andrea Tornielli.

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pubblicatovenerdì, 22 gennaio 2016 da

 
La nostra recensione
 
 

Papa Francesco, Il nome di Dio è MisericordiaLa domanda potrebbe valere un milione di dollari, eppure la risposta è già nel titolo: cos’è la Misericordia? Semplice: è il nome di Dio! Il Papa parte dalla metafora della carta d’identità, che descrive ognuno di noi attraverso parametri generali e facilmente interpretabili da chiunque come il peso, l’altezza o il colore degli occhi, per arrivare alla voce che più ci caratterizza, che dice veramente chi siamo e che infatti la grammatica definisce “nome proprio”. Come io sono Roberta e chi legge magari è Paolo o Irene o Stefano, Dio è Misericordia, è un tutt’uno con essa, è Amore.

Scaturisce da qui la lunga intervista – pardon, conversazione – sostenuta con il vaticanista Andrea Tornielli nei lunghi e afosissimi pomeriggi dello scorso luglio in Casa Santa Marta, divenuti oggi questo libro di 110 pagine edito da Piemme e tradotto in 86 lingue dal titolo Il nome di Dio è Misericordia.

Guardare all’altro con misericordia, vale a dire con amore e accoglienza: è questo quello che sta a cuore comunicare a Papa Francesco, che affronta il tema dai due punti di vista, quello del fedele e quello del consacrato. Centrale per entrambi è il momento della confessione, che non a caso il catechismo della Chiesa cattolica definisce “riconciliazione”. Spesso è difficile accostarsi a essa anche per i credenti, che magari provano vergogna di quello che hanno fatto (la vergogna è la grazia che Dio ci dona per farci riconoscere il nostro peccato, dice il Papa), oppure non vedono neppure la propria colpa né il proprio peccato. Papa Francesco, come un tenero padre, ci abbraccia e ricorda che il Signore ci perdona sempre, basta un piccolo passo verso di Lui, a volte anche solo l’intenzione di compierlo… è così che il Santo Padre dà l’esempio ai sacerdoti buoni confessori, che devono essere aperti, accoglienti e incoraggianti verso il peccatore, senza opporre loro interrogatori o curiosità pruriginose. Solo così la Chiesa può diventare davvero quella grande famiglia di Dio che risplende della sua luce e della sua – appunto – misericordia.

Perché ciò accada, è necessario uscire. Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone là dove vivono, dove soffrono, dove sperano.

La Chiesa, secondo il Papa, deve essere un “ospedale da campo” capace di offrire le prime cure ai bisognosi, a coloro che vi si rivolgono con l’anima ferita, con la dignità calpestata, ma al tempo stesso il confessionale non può essere una “tintoria”, dove la macchia del peccato possa lavarsi via facilmente: ci vogliono consapevolezza e pentimento, un percorso per cui sono ancora validi i “vecchi” insegnamenti dell’esame di coscienza e delle opere di misericordia corporali e spirituali.

È una bella lezione, quella di Papa Francesco, che ancora una volta si rivolge maggiormente ai clerici, sottolineando con forza la necessità che tra i loro talenti coltivino quello dell’ascolto: “l’apostolato dell’orecchio” che allena a sentire prima di tutto con il cuore. Confessori così formati, ma anche peccatori così umili sono in grado di vincere la guerra che si combatte in questo mondo e che il Santo Padre chiama “la globalizzazione dell’indifferenza”.

Al tempo in cui ero rettore del Collegio massimo dei Gesuiti e parroco in Argentina, ricordo una madre che aveva dei bambini piccoli ed era stata abbandonata dal marito. Non aveva un lavoro fisso, riusciva a trovare dei lavori saltuari solo alcuni mesi all’anno. Quando non trovava lavoro, per dar da mangiare ai suoi bambini, faceva la prostituta. Era umile, frequentava la parrocchia, cercavamo di aiutarla con la Caritas. Ricordo che un giorno – eravamo nel periodo delle festività natalizie – è venuta con i figli al collegio e ha chiesto di me. Mi hanno chiamato e sono andato a riceverla. Era lì per ringraziarmi. Io credevo che fosse per il pacco con i generi alimentari della Caritas che le avevamo inviato: “Lo ha ricevuto?, le ho chiesto. E lei: ‘Sì, sì, la ringrazio anche per quello. Ma io sono venuta a ringraziarla soprattutto perché lei non ha mai smesso di chiamarmi signora”.

Questo episodio di vita vissuta di Francesco gli è funzionale per introdurre la differenza tra peccato e corruzione: se per il primo, infatti, c’è la speranza del perdono in Cristo, per il secondo no. La corruzione è il peccato elevato a sistema, divenuto modo di vivere; è la condizione di chi – magari – si professa cristiano e va a Messa la domenica, ma gli altri giorni evade le tasse o licenzia i suoi dipendenti per non assumerli definitivamente. Per questi “sepolcri imbiancati” – Francesco è chiaro – non c’è speranza di salvezza se non c’è il famoso passo verso Dio, il percorso di pentimento che conduce alla Sua luce e alla Sua verità, ma soprattutto al Suo perdono, che arriva sempre, perché “il nome di Dio è misericordia”.

Di questa misericordia hanno bisogno tutti (anche il Papa!!!) e questa è talmente grande da superare la giustizia umana, spesso troppo concentrata – come peraltro la Chiesa! – a non perdere le pecorelle, piuttosto che a convertire i lupi. Cristo, invece, ha fatto una scelta diversa e radicale, rispetto a quella dei dottori della legge: è andato tra i peccatori, tra i lebbrosi addirittura, senza il timore di farsi contaminare, ma accogliendo e abbracciando. Sempre.

È così che Papa Francesco vuole la Chiesa, perché se il nome di Dio è Misericordia, è questo volto misericordioso del Signore che la Chiesa deve incarnare e mostrare al mondo in questo Anno Giubilare, ricordando a tutti le parole dell’abuelita argentina che andava a confessarsi da Bergoglio: se Dio non fosse misericordioso, il mondo intero non esisterebbe….




Roby

 








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