Un articolo a caso


La città interiore, di Mauro Covacich

 
Mauro Covacich, La città interiore
Mauro Covacich, La città interiore
Mauro Covacich, La città interiore

 
Scheda del libro
 

Autore: Mauro Covacich
 
Titolo: La città interiore
 
Casa editrice: La nave di Teseo
 
Anno: 2017
 
ISBN: 9788893441070
 
Pagine: 233
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
4/5


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Aspetti positivi


La ricerca di radici dell’autore conduce anche ad altri nomi che tutti conosciamo e a vicende particolari interessanti da ricostruire; nel libro vi sono suggestivi momenti legati alla storia e alla letteratura che arricchiscono il nostro sapere e trasformano il testo in saggio attuale.

Aspetti negativi


Il fulcro del libro è frutto del desiderio di Covacich di conoscere la storia della sua famiglia e della sua città. Tutto il resto vi ruota attorno ma – sebbene approfondito – è in realtà secondario. Una ricerca così intima e personale può non attrarre il lettore.


In sintesi

«La città interiore» di Mauro Covacich è la ricerca di radici dell’autore che, comunque, porta ad altri nomi e situazioni che tutti conosciamo.

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pubblicatogiovedì, 27 luglio 2017 da

 
La nostra recensione
 
 
Mauro Covacich, La città interiore

Mauro Covacich, La città interiore

La città interiore di Mauro Covacich, non è un romanzo bensì un viaggio nel tempo e nell’essenza dell’autore, una quasi disperata ricerca di radici e di risposte molto personale, che si potrebbe inserire – in quanto a genere letterario – tra l’autobiografia e la saggistica.

Pubblicato da La nave di Teseo, il libro fa parte della cinquina dei finalisti al Premio Campiello, e ci racconta di una Trieste che non tutti conoscono, patria di nomi importanti fin troppo spesso riconosciuti soltanto altrove nel mondo, sede di fatti significativi, di storie indimenticabili. La città interiore è questo, ma anche qualcosa al di fuori di questo. Infatti, a voler ben guardare (o meglio leggere) non è Trieste la vera città interiore di Mauro Covacich, lo è ciò che rimanda al suo sguardo lo specchio: memorie, una lingua, radici, un cognome che è stato anche scomodo.

Chi sono i buoni e chi i cattivi?

Tutto comincia nel lontano 1945, quando un bambino di sette anni di nome Flavio attraversa «un tappeto croccante» di vetri in frantumi. Porta con sé una sedia e si dirige verso suo padre, al quale quella sedia è necessaria, un bene prezioso in uno strano e nuovo contesto: la città è stata liberata dai nazifascisti, i buoni hanno vinto.

Ventisette anni dopo quel ragazzino ne ha trentaquattro, è padre a sua volta, e lo è della voce narrante, altro bambino, un Covacich che non conosce quella «vecchia guerra», ma cresce comunque domandandosi chi e quali siano i buoni o i cattivi.

La non appartenenza di una città interiore

Il suo percorso, la sua formazione, passano attraverso ben altre guerre e ingiustizie – ogni momento storico rivela limiti umani di cui vergognarsi – ma Flavio gli ha insegnato molto presto a stare sempre dalla parte degli indiani, a riflettere su ogni verità storica liberandosi da pregiudizi e preconcetti.

Tra le pagine, vi sono le conquiste e i fallimenti di una storia che dalla seconda guerra mondiale arriva fino ai giorni nostri. Il terrorismo, i Fedayìn, Settembre Nero, la rivoluzione palestinese, servizi segreti, Gladio, Mossad… E poi di nuovo indietro e ancora avanti, in frequenti salti temporali densi di nomi, volti, vicende che vanno al di là della città tanto amata, di cui ogni luogo è pieno. Ma il triestino Mauro Covacich coglie questa occasione letteraria per farcene calpestare le vie e le piazze assieme a lui, e assieme a tutti coloro che vi sono nati e che hanno lasciato un segno indelebile tra quelle mura, non senza domandarsi che cosa sia stato vivere con un senso di non appartenenza: «Sei italiano o sei slavo? Se porti quel nome perché non parli croato? Se sei italiano perché ti chiami così?».

Scoprire il senso del coraggio in un corso di teatro

La città interiore è un libro interessante, in cui si dipana un passato che l’autore ha ricavato da testi, interviste, vecchie foto, lettere, agendine che sono diari, documenti ritrovati e tanti altri tasselli di un puzzle laborioso e difficile da terminare.

Il 1945, gli anni Sessanta, il 1975, i giorni nostri e poi di nuovo ancora più indietro nel tempo, e Bosnia, Jugoslavia, Zagabria o Sarajevo, l’orrore delle Foibe, l’assurdità insita in ogni guerra.

Ci vuole coraggio, per affrontare tutto ciò che è stato… Lo abbiamo davvero? È in nome del coraggio, che tante azioni sono state commesse? E ancora: che cos’è, il coraggio?

Lo si può scoprire anche in un corso di teatro:

Gli afghani sono i più coraggiosi. Quando proponi l’esercizio di lasciarsi cadere indietro per imparare a fidarsi del compagno – tu ti abbandoni senza guardare e io ti afferro al volo per le ascelle, hai in mente? – di solito noi europei impieghiamo un paio di sedute solo per vincere l‘istinto. Gli afghani invece si gettano a corpo morto già la prima volta, ti devi precipitare a salvarli prima che si spacchino la testa. Si fidano subito, si affidano alla parola di chiunque.

Ma la memoria non ti aiuta

Solo così puoi farcela, solo se abbandoni le certezze del posto da cui sei partito e ti butti nel vuoto. Poi però succede che il posto da cui sei partito ti viene a cercare. La memoria è una brutta bestia, spesso agisce contro la tua volontà.

Ognuno di noi è parte di radici, di luoghi, di mura, di foto, di ricordi altrui e di altrui errori. Siamo la storia, perché alberi cresciuti in quella terra in cui anche rovi ed erbe infestanti hanno vissuto. Siamo conquiste e fallimenti, giustizia ritrovata o ingiustizia compiuta. E la memoria del tuo paese, non sempre è benevola quando si ripresenta.

La città interiore fatta anche di letteratura

Le incursioni di Mauro Covacich nella storia, alla storia non si limitano: questa si fonde con la letteratura amalgamando epoche e parole, fatti e scrittura, pubblicazioni o mancate pubblicazioni, riflessioni altrui o intimi e personali pensieri.

Incontriamo Svevo, Montale, Freud, Primo Levi, Saba, Giulio Einaudi, Kafka e tanti altri nomi anche meno noti ai più ma noti ai triestini, con storie e aneddoti frutto di accurate e lunghe ricerche dell’autore che si fondono con tutto ciò che riguarda la sua famiglia, il suo albero genealogico ricostruito.

Una fine che fa male

A tratti, in particolar modo quando oramai la parola fine si avvicina al lettore, continuare a leggere diventa difficile, doloroso. E ci si domanda che cosa ci sia di sbagliato nell’uomo.




Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.



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