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Un articolo a caso


L’animale che dunque non sono, di Giovanni Gurisatti

 
Giovanni Gurisatti, L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza
Giovanni Gurisatti, L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza
Giovanni Gurisatti, L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza

 
Scheda del libro
 

Autore: Giovanni Gurisatti
 
Titolo: L'animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza
 
Casa editrice: Mimesis
 
Anno: 2016
 
ISBN: 9788857537474
 
Pagine: 476
 
Formato: cartaceo
 
Genere: ,
 
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Aspetti positivi


È riassunto in modo molto specifico «L’animale che dunque sono» di Derrida e i libri di riferimento trattati degli autori che vengono chiamati in causa.

Aspetti negativi


L’autore declina in modo superficiale il tema dell’animalità. La successione dei capitoli è dettata da una conoscenza dei testi senza confronto con i riferimenti contemporanei adeguati. Inoltre il tentativo di proporre una nuova visione della relazione uomo-animale l’autore ricade in un antropocentrismo umanista vecchio stampo.


In sintesi

Recensione di G. Gurisatti, L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza, Mimesis, Milano 2016.

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pubblicatolunedì, 28 agosto 2017 da

 
La nostra recensione
 
 
Giovanni Gurisatti, L'animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza

Giovanni Gurisatti, L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza

L’animalità è oggi in voga come contenitore di varie interpretazioni della relazione uomo-animale. Il punto che rimane costante lungo le cinquecento pagine del saggio di Gurisatti (L’animale che dunque non sono. Filosofia pratica e pratica della filosofia come est-etica dell’esistenza, Mimesis, Milano 2016) è che: a) l’animalità è definita attraverso la critica a Derrida; b) l’autore non ha compreso cosa si intenda per animalità e, in maniera sconcertante, c) l’animalità è confusa con l’animalitas di Heidegger.

L’autore pare privo di informazioni sui nuovi sviluppi filosofici dell’animalità. Per cominciare non c’è alcuna citazione, né riferimenti, al lavoro di uno tra i più autorevoli filosofi dell’animalità in Italia: Felice Cimatti, che ha pubblicato con Laterza Filosofia dell’animalità.

Nell’Introduzione troviamo un riassunto de L’animale che dunque sono, nel quale è attaccato Derrida per non aver sviluppato la questione in modo: (i) più sistematico – denuncia confutata dallo studio di Carmine Di Martino ne Figure dell’evento –; (ii) totalizzante rispetto a paradigmi propri solo di Derrida – cosa ben nota già da Ricostruire la decostruzione di Maurizio Ferraris dove si afferma che la decostruzione stessa, per intenderci, lo stile decostruttivo, è nato e muore con Derrida –; (iii) a volte superficiale nei confronti della filosofia pratica – senza tenere conto che Derrida arriva da una postura iniziale profondamente antropocentrica de «nulla esiste al di fuori del testo» al (nel 1983 con la morte di Paul de Man) “secondo” Derrida che si concentra sul tema della vita e la morte, e dunque dell’animalità filosofica– ; (iiii) denunciando «il francese» (termine usato in modo dispregiativo) come autoproclamatosi il primo filosofo a riflettere sull’animalità – falso in quanto egli riflette sulla mancanza di riflessione di alcuni autori e non su tutti gli autori della filosofia (cosa banalmente impossibile).

Gurisatti, si evince immediatamente nei primi capitoli, non ha compreso che l’animalità è solo quella umana. L’animalitas indagata da Heidegger è ciò di cui tratta il libro in modo sostitutivo, e perciò erroneo, all’animalità umana, quella che sarebbe banale attribuire all’animale in quanto costitutiva della sua stessa essenza (tema caro al filosofo algerino, connesso al concetto di bêtise sviluppato durante i due seminari de La Bestia e il Sovrano). La filosofia dell’animalità, infatti, indaga l’animalità dell’uomo o, per dirlo in parole povere, come l’essere umano può coincidere con la vita che è in modo da non lasciare alcuno scarto tra la sua esistenza (animale) e la sua vita (umana).

Lungo il testo sembra ritrattare in modo più chiaro l’animalità giocando con Foucault. Eppure, nell’ultimo seminario di Foucault, è evidente la lettura positiva dell’animalità attraverso il cinismo, snobbata in toto. Non solo, perché l’animalità in quanto tale è comune al vivente quanto al non vivente –cosa chiara a Derrida e non presa in considerazione dall’autore. Ed è proprio a partire dell’etica della compassione del filosofo algerino, che dev’essere presa in considerazione prima dell’ontologia proprio per non differenziare l’ente verso cui tende il proprio comportamento, che Gurisatti propone la sua est-etica come distanziamento dall’animalità, sostenendo che è dalla nostra umanità che possiamo rispettate l’alterità.

Dal primo capitolo su Schopenhauer inizia l’intento dell’autore: rifondare un umanismo che, dalla differenziazione dall’animale, ridia il proprio posto all’animale –che è, dall’alba dei tempi, sottomesso proprio a causa dell’umanismo antropocentrico che l’autore rianima in modo quasi incosciente e, perciò, teoreticamente e praticamente pericoloso. Appaiono fuori luogo i legami che rinveniamo, tra Derrida e Schopenhauer, come: «Anche da questo punto di vista non c’è Animot “unico” per Schopenhauer» (63) o ancora: «Anche qui Derrida appare attardato rispetto a Schopenhauer, poiché, affannato com’è nell’accusare di antropologocentrismo “tutti” i filosofi prima di lui […]» (68), e in modo (si spera, anche se non sembra) ironico prosegue: «Stabilito quindi che esiste (per ora) almeno un filosofo che, prima di Derrida ha “affrontato filosoficamente, in quanto tale, la questione dell’animale e del limite tra animale e uomo” […]». Il capitolo si focalizza sulla teorizzazione della differenza tra uomo e animale per gradi qualitativi. A partire dalla differenza l’autore cerca di rendere positivo il suo concetto di umanismo (ammesso e non concesso che possa sussistere, poiché esso è un sistema metafisico viziato dall’illegittima centralità dell’uomo nei confronti dell’alterità).

L’altro autore di riferimento è Plessner, il quale rintraccia sul piano del comportamento una serie di espressioni tipicamente umane, indicando perciò, nell’utilizzo che ne fa Gurisatti, una discriminazione basata sulla possessione di certe caratteristiche –privilegiando senza giustificazione i tratti tipicamente “umani”, non considerando che molti esseri umani non soddisfano i criteri requisiti–, dibattito già decostruito dalle teorie antispeciste (DeGrazia 1996).

Criticando costantemente Derrida, l’autore si dimentica che l’animale al singolare generale è un costrutto vuoto. Infatti, non si riesce a comprendere se si stia riferendo a una zecca o a un bonobo, al verme o al delfino, giocando a riempire la bocca degli autori di citazioni e riferimenti in una costante forzatura modernizzata (o post-moderna, creando la parola «Hommot» (92)).

C’è anche un fraintendimento nell’esposizione riguardo ai diritti animali nell’interpretazione dell’autore, in cui Derrida non ha mai voluto dare alcun sostegno esplicito in tale direzione. Com’è già stato osservato «Derrida sta all’animalismo come Karl Marx, credo, al fascismo» (Caffo 2014, p. 14), nonostante l’incredibile spinta dell’autore a connetterlo con il vegetarianismo (si veda il capitolo Carnocentrismo e vegetarianesimo). Inoltre, sembra scontato quanto necessario che dalle incerte conclusioni che l’animale che dunque sono non regge, bisogna passare all’animale che dunque non sono –qualunque cosa esso voglia dire (questione che a parere dei conoscitori di Derrida è intraducibile in senso stretto, netto e univoco)–: «Se quindi la via dell’“animale che dunque sono” si rivela, alla fine, impercorribile per i suoi stessi fautori, non resta che prendere, decisamente, la via dell’“animale che dunque non sono” […]» (111).

Le contraddizioni interne al ragionamento portano l’autore a sostenere che: «Solo così –ovvero: solo in quanto non è un animale – [l’uomo] può raggiungere l’eudaimonia, la felicità, che proprio per il suo carattere di conquista razionale si distingue da quella ottusa dell’animale» (113) e che solo grazie al governo dell’animalità dentro e fuori di noi possiamo sottomettere tutte le cose non in una condanna dell’animale, ma per la sua salvezza (116) [sic!].

Bibliografia

  • Caffo, L. (2014), “Umanità/animalità, ontologia sociale e accelerazionismo”, in Caffo, L., Ferraris, M. (a cura di),  n. d. s. “Jackie D.”, Animot: l’altra filosofia, 1, I, Giugno, pp. 12-27.
  • Cimatti, F. (2013), Filosofia dell’animalità. Roma-Bari: Laterza.
  • Derrida, J. (2006), La Bestia e il Sovrano. Vol. I (2001-2002). Milano: Jaca Book.
  • Derrida, J. (2010), La Bestia e il Sovrano. Vol. II (2002-2003). Milano: Jaca Book.
  • Ferraris, M. (2010), Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida. Milano: Bompiani.
  • De Grazia, D. (1996), Taking Animals Seriously: Mental Life and Moral Status. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Di Martino, C. (2009), Figure dell’evento. A partire da Jacques Derrida. Milano: Guerini.



Nicola Zengiaro

 








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