Un articolo a caso


Suite 200, di Giorgio Terruzzi. L’ultima notte di Ayrton Senna

 
Giorgio Terruzzi, Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna
Giorgio Terruzzi, Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna
Giorgio Terruzzi, Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna

 
Scheda del libro
 

Autore: Giorgio Terruzzi
 
Titolo: Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna
 
Casa editrice: 66th and 2nd
 
Anno: 2014
 
ISBN: 9788896538807
 
Pagine: 136
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: , ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
4.5/5


Voto degli utenti
5 Voti totali

 

Aspetti positivi


La forma romanzata di questa biografia e lo stile scorrevole dell’autore che ci regala una scrittura piena di picchi di notevole intensità, rendono la lettura piacevole e accattivante anche a chi non è un appassionato di automobilismo.

Aspetti negativi


Chi ama le biografie saggistiche non sarà completamente soddisfatto dall’opera: gli eventi, infatti, non vengono trattati in ordine cronologico ma per grandi temi e ciò potrebbe rendere difficoltosa agli appassionati la ricostruzione della vita del grande pilota prematuramente scomparso.


In sintesi

Giorgio Terruzzi in “Suite 200” immagina che la notte prima della morte Ayrton Senna sia nervoso e insonne e ripercorra tutta la propria vita.

0
pubblicatomercoledì, 3 giugno 2015 da

 
La nostra recensione
 
 

Giorgio Terruzzi, Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna“Sempre così quando incontra una persona. Una specie di verifica adottata da quando era un ragazzino: individuare nel viso di un adulto i tratti del bambino che era stato. Se questa operazione risultava possibile, si animava di un’immediata benevolenza: Altrimenti, scarsissima fiducia, meglio fare attenzione”.

Un bambino che stava finalmente crescendo – anche nel privato e non solo nella sua fulgidissima carriera – ma che conservava in sé qualcosa di particolarmente prezioso di quello che era stato: così Giorgio Terruzzi in Suite 200 descrive Ayrton Senna, con il quale, per sua esplicita ammissione, aveva avuto qualcosa in più che una frequentazione da gara, perché tutti coloro che Senna lo avevano conosciuto, in qualche modo ne erano rimasti stregati. Anche fuori dalle piste.

Un perfezionista, certamente, innamorato della vita e talmente spaventato dalla morte che a ogni incontro ravvicinato con l’inevitabile falciatore, da Villeneuve in poi, lo faceva reagire in modo iperattivo, ripercorrendo, studiando, cercando di capire come era potuto succedere per poi arrivare alla conclusione che il pilota aveva fatto qualcosa di sbagliato. Ma a lui non sarebbe accaduto. Mai.

“Se lo fai fallo bene”. Con questa massima lo aveva cresciuto un padre un po’ troppo ingombrante, che avrebbe voluto essere patriarca anche nella scelta delle fidanzate del figlio, e che gli aveva regalato il primo kart a quattro anni. Per poi pentirsene. Delicato e appena tratteggiato il rapporto con la madre, mentre a completare la famiglia c’erano un fratello succube del genitore-padrone e una sorella con cui nei primi mesi del 1994 mise in piedi la fondazione Ayrton Senna, che ancora oggi utilizza i proventi dello sfruttamento del suo nome per finanziare opere di beneficenza. Era lui che aveva voluto così, consapevole che tutto poteva finire in un attimo, in una curva presa male, ma il non restituire almeno un po’ della fortuna che aveva avuto a chi ne ha bisogno – i poveri del suo popolo in primis – questo no, non se lo sarebbe potuto perdonare.

In quella ultima notte di veglia che Terruzzi immagina, c’è spazio anche per altre inquietudini, altri fantasmi: gli altri piloti, innanzitutto. La rivalità superata solo in extremis con Alain Prost, nata quando erano compagni di scuderia in Mac Laren e che determinò molti eventi della sua carriera, dal passaggio ritardato in Williams al sogno sempre sfumato del rosso Ferrari, fino a quell’assurdo, deliberato fuori pista in Giappone nel 1990. Forse anche peggio perché aggravato dalla connazionalità, il conflitto con Nelson Piquet, che mise in giro voci cattivissime sulla sua presunta omosessualità, e giù fino a Michael Schumacher, allora ragazzino emergente ma da tenere d’occhio, forse perché a Senna, come indole e meticolosità, somigliava un po’ troppo. L’unico che lo capiva e a cui voleva bene, sui circuiti, era Berger, quell’austriaco dagli scherzi micidiali che però aveva capito la sua ‘stranezza’ e gli aveva anche insegnato a godersi un pochino di più la vita. E la vittoria.

Con le donne non era stato tanto fortunato, o forse semplicemente aveva sempre avuto la testa altrove, nel casco da Formula 1. Un matrimonio prematuro con Lilian, che aveva sradicato in Inghilterra negli anni difficilissimi dei suoi esordi, poi i capricci della star televisiva Xuxa e l’amore con Cristine, una donna matura che avrebbe anche potuto diventare sua moglie, se solo lui fosse stato pronto. Al momento della morte, aveva vicino Adriane, giovane ed esuberante quanto bastava per farlo sentire bene e forse proprio per questo irrecuperabilmente invisa alla famiglia.

E in questa notte in cui ci si guarda dentro, ecco anche i luoghi che di Senna hanno fatto la storia, la vita. Il Brasile con i suoi colori, personificato nella casa di Angra do Reis, dove sognava un giorno di rifugiare la sua famiglia e che i Senna continuano a considerare un’isola felice; la villa nell’Algarve che sentiva più sua, ma che poi sarà venduta. Gli anni di sofferenza in Inghilterra e tutti quei circuiti sui quali ha consumato gomme sfrecciando a velocità inaudite, sempre più alte.

Fino a quel Primo maggio 1994 a Imola e alla terribile curva del Tamburello. Nelson Piquet ci aveva picchiato sette anni prima, nel 1987, con la sua Williams. Due anni dopo, nel 1989, Berger ne era uscito vivo per miracolo da una Ferrari accartocciata come poche. Il 29 aprile l’incidente di Barrichello e proprio quando pensi che ormai, per stavolta, è andata, a distanza di 24 ore e pochi metri muore Ratzenberger, un pilota austriaco semisconosciuto. Quanto bastava, però, per far drizzare tutti e cinque i sensi di Senna, che con la morte aveva sempre avuto un rapporto strano, simile a un nascondino dal finale che tutti conosciamo: rottura del piantone dello sterzo a oltre 300 km all’ora e un braccio della sospensione destra che si stacca trasformandosi in una lancia appuntita penetrata nel suo cranio, appena sotto la visiera. Circa un secondo e tre decimi in cui probabilmente Senna si rese conto di tutto e, ci piace pensare, ebbe il tempo di rendere l’anima a quel Dio che da poco aveva scoperto, ma che tanto amava.

“Vincere quando sembrava facile perdere: era ancora la sua specialità”.




Roby

 








Potrebbe interessarti anche…

0 Comments



Non ci sono ancora commenti! Rompi tu il ghiaccio!


Di' la tua!


(richiesto)