Un articolo a caso


Un pedigree, di Patrick Modiano

 
Patrick Modiano, Un pedigree
Patrick Modiano, Un pedigree
Patrick Modiano, Un pedigree

 
Scheda del libro
 

Autore: Patrick Modiano (traduzione di Irene Babbioni)
 
Titolo: Un pedigree
 
Casa editrice: Einaudi
 
Anno: 2014
 
ISBN: 9788806226015
 
Pagine: 88
 
Formato: cartaceo
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
3.5/5


Voto degli utenti
37 Voti totali

 

Aspetti positivi


Il monumentale lavoro documentaristico dell’autore, che riesce a farti respirare l’atmosfera spaesata dell’immediato dopoguerra, ma con uno stile sempre asciutto, semplice e scorrevole che rende il romanzo facile alla lettura nonostante l’assenza di trama.

Aspetti negativi


In questo libro, per l’autore cavalcare i ricordi non significa esattamente cavalcare le emozioni, per quanto inesprimibili, che questi gli suscitano. Siamo consapevoli del fatto che probabilmente è una scelta voluta, ma ci sarebbe piaciuto un po’ più di trasporto nella narrazione.


In sintesi

“Un pedigree” è un’autobiografia un po’ particolare, composta da una ricostruzione storica e documentaristica ‘a posteriori’ che va a completare i ricordi dell’autore e narra l’infanzia di colui che sarebbe poi diventato un premio Nobel per la letteratura.

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pubblicatolunedì, 17 novembre 2014 da

 
La nostra recensione
 
 

Patrick Modiano

Non avrebbe potuto scegliere titolo migliore, Patrick Modiano, per quella che potremmo definire un’autobiografia parziale perché racconta la sua prima vita, cioè la vita prima della letteratura, della scrittura, del successo, del premio Nobel. Il pedigree per un cane è il documento che riporta l’elenco completo dei suoi ascendenti paterni e materni, in sostanza, il suo albero genealogico; nel romanzo, Modiano, si sente, appunto, un animale senza pedigree, maltrattato dalla sua stessa madre:

A volte, come un cane senza pedigree e che è stato abbandonato un po’ troppo a se stesso, provo la tentazione di scrivere nero su bianco e in dettaglio quello che mi ha fatto subire, per colpa della sua durezza e incoerenza. Taccio. E la perdono. Tutto ormai è così lontano… ma il mio era un dolore da nulla, di quelli su cui non ci si può scrivere nemmeno una poesia.

La metafora canina, almeno nel difficile, e fondamentalmente inesistente rapporto con sua madre, regge. Così, infatti, scrive all’inizio del romanzo:

Il fidanzato le aveva regalato un chow-chow ma lei non se ne occupava e lo affidava sempre ad altri, come più tardi farà con me. Il chow-chow si è suicidato gettandosi dalla finestra. Quel cane compare in due o tre fotografie e devo ammettere che mi commuove profondamente e che lo sento molto vicino.

Quello che colpisce di questo scarno romanzo di 75 pagine è certamente lo stile: asciutto, essenziale, documentaristico; l’autore afferma più volte di non provare emozioni nel ricostruire dettagliatamente e con chiaro talento storiografico la sua infanzia pressoché inesistente, e ne parla in maniera asettica, quasi stesse narrando la storia di un altro:

Gli avvenimenti che evocherò fino ai miei 21 anni li ho vissuti in trasparenza – quel procedimento che consiste nel far sfilare i paesaggi in secondo piano, mentre gli attori restano immobili sul set – … tutto scorreva in trasparenza e io non potevo ancora vivere la mia vita.

Eppure sono proprio la ricerca maniacale di informazioni per meglio definire i contorni di ricordi via via sempre più sfumati e la paura che la memoria sia fallace, menzognera o perlomeno lacunosa come molti dei documenti dei quali viene in possesso, a tradire l’emozione che questo viaggio a ritroso dentro se stesso gli suscita nell’intimo:

Continuerò a snocciolare quegli anni, senza nostalgia ma con voce affannata. Non è colpa mia se le parole si confondono. Bisogna fare presto, o non ne avrò più il coraggio.

Cos’è che impediva al giovane Modiano di vivere la sua vita? Un’età ancora troppo immatura, certamente, ma forse anche il coraggio, per uno che veniva da un tale “humus” (o da un tale “letame”) anche solo di sognare una vita diversa, la speranza di una possibilità bramata ma che sembra talmente lontana da non arrivare mai. Ma un’età evidentemente abbastanza avanzata per i suoi genitori, che apparentemente senza troppi rimorsi sballottano questo figlio della guerra da un collegio squallido a un altro, facendolo diventare uno di quei tanti ragazzi parcheggiati come “bagagli nei depositi delle stazioni dimenticate”, quelli che – tranne lui – saranno condannati a non avere futuro; uno di quei tanti ragazzi mal amati e per questo estremamente dolci. È un dolore bloccato, quello che emerge da queste pagine, una disperazione ordinata nelle file delle parole messe una dietro l’altra, un caos calmo, che rischia però di esplodere quando ai arriva al 1957, anno della morte del fratello Rudy, annunciatagli come qualunque altra notizia, in macchina, una domenica pomeriggio all’uscita dal collegio. Ma non esploderà neanche questa volta, Patrick, nonostante questa sofferenza abbia le tinte rosse della rabbia contro colui, unico a condividere il suo destino di figlio abbandonato, che morendo lo ha lasciato ancora più solo di quanto non fosse già.

A parte mio fratello Rudy, la sua morte, credo che niente di tutto ciò che riporterò qui mi tocchi nel profondo. Scrivo queste pagine come si redige un verbale, un curriculum vitae a titolo documentario e certo per farla finita con una vita che non è la mia.

Patrick Modiano, Un pedigreeMa chi erano questi due genitori orchi? Certamente due disperati che hanno unito le proprie solitudini all’interno di una sofferenza più grande – quella della guerra – il tempo necessario per concepire due figli, “farfalle smarrite e incoscienti in una città senza occhi”. Di loro, per quanto l’autore si affanni a cercare, leggere, scoprire, saprà sempre poco, o almeno mai abbastanza per spiegare, chiarire, giustificare. La madre, una sedicente attrice belga, viene descritta già all’inizio del romanzo come “una ragazza graziosa dal cuore duro” della quale non ricorda un solo gesto di tenerezza o di protezione; una donna davanti alla quale si sentirà sempre a disagio e alla quale arriverà a pensare di non piacere, quando invece probabilmente a non piacerle era quella parte di se stessa che Patrick, con la sua sola esistenza, le sbatteva sempre davanti. Una madre comunque amata, le cui attenzioni e premure saranno sempre agognate e mai ottenute, come gli rivela in tutta la sua crudezza l’episodio della guarigione dalla scabbia, quando riesce a stento a trattenere le lacrime alla domanda della dottoressa se avesse o meno dei genitori.

Non è migliore quel padre francese ebreo, ma che mai si era fatto schedare come tale, rifiutando, in qualche modo, la sua stirpe: un uomo immischiato nel mercato nero che vivrà sempre di espedienti dietro a quella facciata da persona perbene, uno che “ha cercato sempre invano l’Eldorado” di una vita rispettabile e presumibilmente abbiente. Patrick impara a conoscerlo un po’ di più attraverso le parole di alcuni suoi conoscenti, secondo i quali egli non disprezzava la solitudine e aveva una grande immaginazione – ben lontana dal talento – per gli affari. Un dilettante, insomma, affabulatore probabilmente, con un’esasperante flemma nel parlare e una pigrizia ancora più accesa nello scrivere, un uomo talmente solo da annoverare tra le sue letture serali un libro dall’eloquente titolo Come farsi degli amici. Nonostante la distanza fisica ed emotiva dal figlio che non tenterà mai di colmare, quella “misteriosa fatalità” che lo spingerà sempre ad allontanarlo da sé, frapponendo collegi, commissariati e arruolamenti, le lettere anaffettive che gli scriverà e i metodi pseudo educativi (arriverà perfino a farlo arrestare!), Patrick non se la sentirà mai di condannarlo:

Non gliene volevo e del resto non gliene ho mai voluto… se mi avesse conosciuto dieci anni più tardi non ci sarebbe stato nessun problema tra noi. Lui sarebbe stato entusiasta che gli parlassi di letteratura e io gli avrei fatto domande sui suoi progetti di alta finanza e sul suo passato misterioso. Così, in un’altra vita, camminiamo sottobraccio, senza mai più nascondere a nessuno i nostri incontri.

Ma in questa vita Patrick avrà qualcuno che passeggerà a braccetto con lui e che si affaccia proprio in questi anni: Raymond Quenau che allora lo riceveva il sabato e con il quale faceva delle splendide passeggiate sulla rive gauche nel pomeriggio. Sono ricordi per lui felici, addirittura allegri:

La risata di Queneau. Per metà geyser per metà raganella. Ma io non sono portato per le metafore. Era, semplicemente, la risata di Queneau.

E poi c’è Parigi, una Parigi non sempre ospitale, certo non quella di lustrini e luccichii degli Champs-Élysèes e neppure quella dei colori e della poesia di Monmartre, ma la Parigi delle banlieux e degli arrondissement con la numerazione progressiva mano a mano che ci si allontana dal centro. Modiano afferma di non riconoscere più, oggi, il quartiere della sua infanzia, che come sempre descrive con dovizia di particolari, ma sarà un altro il quartiere che decide la svolta della sua vita, che gli fa “iniziare a sognarla”: Pigalle. Parigi (o cara!) è anche il pomo di una lunga discordia con suo padre, che non lo vuole in città e pensa che per lui sia meglio la provincia, quella provincia in cui tutti i sogni e le passeggiate notturne “finivano davanti alla stazione dove partiva il treno per Parigi”.

È una città popolata da ombre, quella che Modiano serba con sé della sua infanzia e queste ombre sono le innumerevoli “amicizie” dei suoi genitori che in questo romanzo incarnano un etereo ed evanescente esercito di comparse, da quelle più eccentriche e che racconta quasi con humor, come Hela H. l’amante tedesca di Billy Wilder, o la ballerina russa Galina Orlov, che negli Stati Uniti dov’era emigrata era diventata l’amante “di un certo Lucky Luciano”. Altre volte questi amici non hanno un volto, un abito, una voce, ma sono solo una sfilza di nomi che “finiscono per separarsi dai poveri mortali che li portano e brillano nella nostra immaginazione come stelle lontane”.

Forse tutta questa gente incrociata negli anni Sessanta e che non ho mai più avuto occasione di rivedere, continua a vivere in una specie di mondo parallelo, al riparo dal tempo, con la stessa faccia di allora.

Qualche rimpianto e tanta nostalgia: sono questi i colori di cui si tinge in chiusura questo libro, con un Patrick ormai grande che riflette sui giorni, i mesi e le stagioni che vede passare:

A volte vorrei tornare indietro e rivivere tutti quegli anni meglio di come li ho vissuti. Ma come?

Nessuna carta, nessun documento d’epoca, ahinoi, saprà fornirgli questa risposta.




Roby

 


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