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Un articolo a caso


Un’educazione milanese, di Alberto Rollo

 
Alberto Rollo, Un'educazione milanese
Alberto Rollo, Un'educazione milanese
Alberto Rollo, Un'educazione milanese

 
Scheda del libro
 

Autore: Un'educazione milanese
 
Titolo: Alberto Rollo
 
Casa editrice: Manni
 
Anno: 2016
 
ISBN: 9788862667401
 
Pagine: 317
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 
4.5/5


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Aspetti positivi


Un’ottima scrittura.

Aspetti negativi


Toni talvolta troppo radicali


In sintesi

Con «Un’educazione milanese» Alberto Rollo narra la città nei suoi snodi ferroviari, nei suoi ponti, nei suoi sotterranei, negli inaspettati collegamenti.

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pubblicatomartedì, 18 aprile 2017 da

 
La nostra recensione
 
 
Alberto Rollo, Un'educazione milanese

Alberto Rollo, Un’educazione milanese

Un’educazione milanese esce per Manni Editori nell’ottobre 2016 e riceve la candidatura per il premio Strega 2017. L’autore non è un nome sconosciuto: Alberto Rollo è, infatti, dal 2005, direttore letterario di Feltrinelli. E si leggono, nel suo libro Un’educazione milanese, le migliaia di pagine attraverso cui dev’essere passato, la tensione a un modello costituito e consolidato nel tempo, una tensione effettivamente risolta in un ottimo romanzo di media lunghezza (317 pp.). La sua non è una scrittura scontata, né la si può tacciare di pedante saccenteria: è una prosa altera e consapevole, in cui il succedersi delle parole sorprende il lettore d’una antica meraviglia.

Una scrittura che ricorda in effetti la Milano raccontata, una città letta nei suoi snodi ferroviari, nei suoi ponti, nei suoi sotterranei, una città di collegamenti inaspettati eppure logici e funzionali. La sua crescita, orizzontale e verticale, simbolica e materiale, erompe nelle vicende educative che Rollo intende raccontare, tesse l’ordito di una trama che scivola episodica tra gli anni Cinquanta e una fermata della metro contemporanea.

Il libro «Un’educazione milanese»

La prima Milano è quella industriale del padre, una figura ambivalente, un «comunista senza partito, […] moralista», un uomo che pur «sognando una società giusta» (unico elemento, insieme all’idolatria per il mondo industriale, che sembra connotare in queste pagine il suo comunismo) risultava inquieto nel suo «pensiero senza strumenti, che forzava dentro di lui e cercava nell’intelligenza altrui il compimento della propria». Un padre legato all’etica del lavoro, del piacere della fatica, ma non molto distante dalla morale cattolica, cui affida l’educazione extra-familiare del figlio, né da un maschilismo forse più meridionale, secondo il quale era cosa buona e giusta che la moglie abbandonasse il lavoro di sarta e che la figlia diciottenne non uscisse di casa. L’educazione paterna corre sulle ruote di una moto Guzzi ed è un’educazione che «non poteva prescindere dalle officine».

Si ritrova qui una classe (operaia, non proletaria) affezionata al proprio lavoro, figlia di una concezione industriale ancora immune dallo straniamento e dallo straziamento fordista, in cui la propria opera non è molto dissimile da quella di un artigiano e il grado di specializzazione è insieme maggiore e minore a quello attuale. La classe d’appartenenza viene vissuta come un sistema chiuso, rituale e autocostituente, in effetti spogliato di prerogative ideologiche o di volontà costituenti.

Una prima diretta esperienza di quella classe l’avrà solo l’Alberto Rollo diciottenne all’indomani della strage di Piazza Fontana, in occasione dei funerali delle vittime. Ma è un’esperienza insolita, o almeno così viene riletta dall’autore a quarant’anni di distanza. Per la prima volta, marciando verso Piazza del Duomo, Rollo coglie la natura del popolo, un ambiente che dovrebbe essergli congeniale date le origini, e che tuttavia sembra adattarsi meglio a un suo amico, Marco, borghese di nascita, borghese di mezzi.

Gli anni del liceo e dell’università, le lotte, sono lette in una prospettiva estremamente soggettiva e rassegnata, di chi dopotutto – e questo mi dispiace del libro Un’educazione milanese – ha archiviato quell’entusiasmo sotto la rubrica «Gioventù» e si è adeguato ai ritmi delle corse all’oro. L’educazione infantile operaia scompare nel fascino di una borghesia ribelle, unica protagonista, rimarca più volte Rollo, insieme all’aristocrazia proletaria, del discorso politico agito negli anni Settanta.

La ricostruzione dell’autore marca un ceto abbiente ma privo di identità come invidioso del senso d’appartenenza delle classi più povere, invidioso al punto da essere pronto a «schierarsi», infine. I compagni, tutti, sono di estrazione più alta rispetto alla sua, i loro genitori appaiono più aperti e complici dei figli rispetto a suo padre, la cui reazione ai tempi moderni si misura in una manciata di commenti allo schermo TV.

Questa seconda educazione, svolta nel fumo di salotti che oggi non tarderemmo a definire radical chic, abbandona in qualche misura la planimetria milanese, spostandosi sempre più spesso nelle residenze della bassa Brianza, nelle «ville al lago». Ma Milano non si fa abbandonare, e si rinnova Milano teatrale, Milano concertista, ad accogliere e mettere in scena il fermento di quelle generazioni.

Alcune considerazioni

Sarebbe una ricostruzione talvolta insufficiente, quella di Rollo, se il titolo – Un’educazione milanese – non informasse debitamente e arginasse in partenza la mia delusione: l’intorno storico, culturale e pedagogico non è assoluto, è uno tra i tanti possibile, è il mandante di un‘educazione, solo di una. Che come tale ha valore romanzesco e non documentario, o documentario e non dogmatico. Di sicuro è un’educazione che spiega l’interrelazione tra l’autore e il suo luogo, le sue posizioni, tratteggiate con futurista sicurezza. Milano viene raccontata dai nomi dei suoi architetti, nei loro progetti politici, pure maturati in quegli anni di formazione, senza però scadere in facili patriottismi.

Eppure, se Milano prende vita in queste pagine, tiene le porte socchiuse ad aspettare il passe-partout di chi, quella città, l’ha vissuta nel suo divenire. Le sue trasformazioni sono poco sensibili all’attuale metro della Milano-da-bere, e troppo distante dal moderno modo di viverla è quello di Rollo. La mia generazione può vagheggiare, ricostruire (decostruire, più propriamente) interi quartieri sulla scorta delle sue descrizioni, ma il rapporto così poco viscerale e così tanto paritario è un atteggiamento difficilmente comprensibile: il volto della novella Londra è cambiato, invariabilmente, tanto da trovare descrizione nei canali della metropolitana e nelle vetrine di via Montenapoleone, non più nei cantieri aperti, nelle officine, nei fiumi di «gente» in strada.

Non è chiaro con quale sentimento Rollo stia guardando alla mutata relazione con il tessuto urbano, non compaiono tracce di rammarico, né di rassegnazione. Forse unico sintomo è un indefinito torpore, una pressione deconcentrata, che accompagna, per usare una cara categoria narrativa, la cornice del racconto. Chissà se il passaggio dal cavalcavia ai sotterranei, dalla visione a volo d’uccello allo scrutare in attesa di una luce all’ingresso del tunnel non sia la spia di un nuovo equilibrio topografico, in cui la monumentalità dev’essere preservata dallo sguardo critico e deve sovrastare, sopraffare, gli avventori.

Si tratta in ogni caso di un dolcissimo affresco, mai scontato, che molto può insegnare a chi, Milano, la sa guardare solo con occhi contemporanei.








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Anna Clara Basilicò

 
(Quasi) laureata in Lettere classiche, vivo tra Milano e Palermo per soddisfare il bisogno di agire e quello di sognare. Il mio motto è il kantiano “Sapere aude”, ma nel mondo dello scibile sono attratta soprattutto dalla letteratura e dalla filosofia medievale. O almeno per ora.


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