12
Posted 30 Settembre 2007 by Mariella in Editoriale
 
 

Francesca


Lezione “pratica” questa volta. Ecco un racconto scritto per voi, nel quale si riassumono un po’ le prime lezioni. Buona lettura!

Mariella

***

ProstitutaStava lì, appoggiata alla cabina telefonica, fumando l’ennesima sigaretta di quella notte, anzi di quell’alba in cui la notte se ne stava andando a dormire come ogni nuovo giorno.
Lei viveva solo di notte. Il giorno le faceva paura: tutto attorno a lei cominciava a vivere di nuovo. Le prime facce che scorgeva ancora assonnate la guardavano con ironia, qualcuno faceva apprezzamenti volgari, qualcun’altro le passava davanti indifferente, tanto sapeva che ogni mattina l’avrebbe trovata lì, al suo posto di lavoro.
Francesca, la prostituta, la puttana, la battona.
L’abbigliamento era sempre quello: minigonna, maglietta succinta per mostrare un seno non troppo appariscente, tacchi vertiginosi che la slanciassero. Era piccola Francesca, non solo per l’altezza.
Si concedeva a chiunque le chiedesse «Quanto vuoi?» Non aveva importanza che fosse, bello, brutto, grasso, alto, bianco, nero. Erano tutti uguali. Uomini che cercavano piaceri diversi da quelli offerti dalle loro mogli, fidanzate, per sfuggire forse alla noia di rapporti consumati dal tempo. Non c’era nessun problema. C’era Francesca.
Piaceri facili, senza pretese, senza prestazioni d’alto livello, senza dover dare per forza qualcosa in cambio, se non qualche euro, goduto come desideravano.
Centinaia di corpi le avevano rovesciato dentro il loro sperma, trattenuto solo dal preservativo, unico compagno di notti, l’unico che la proteggeva dal contatto vero, dalle malattie, e, forse, dal farla sentire meno sporca…
Mani gelide e viscide la cercavano ogni maledetta notte, frugavano sotto le mutandine vantandosi del fatto che sarebbero riusciti a farla bagnare. E quando non riuscivano – come sempre… – le entravano dentro con forza, spingendo e aspettando che la natura facesse il proprio corso, aiutandola a lubrificarsi un po’… solo un po’.
Meccanici nei loro movimenti, dentro e fuori, dentro e fuori, grugnendole addosso i loro gemiti. Per lei erano tutti uguali: non guardava mai in faccia i clienti di una sola sera, sfiorava con lo sguardo quelli fedeli, quelli che volevano scopare solo con lei, quelli che le promettevano di fare la brava perché erano clienti abitudinari, che le chiedevano di fare almeno finta di godere, così potevano sognare per una sera di aver fatto godere una donna.
Francesca non aveva pena per nessuno, perché nessuno aveva pena di lei. Nemmeno di quegli uomini che andavano a puttane perché non riuscivano a trovarsi uno straccio di donna che li ascoltasse, nessuno che dava loro un bacio della buona notte o solamente un semplice «Come stai amore?» Soli come lei. Ma Francesca non poteva pagare nessuno che le alleviasse, anche solo per qualche minuto, la sua grigia vita.
Ogni cosa aveva un prezzo, davanti, dietro, in bocca. Quando lo succhiava col preservativo a volte le veniva da vomitare: glielo spingevano fino in gola, volevano sentirla strozzarsi, faticare. Ma lei si tratteneva, doveva guadagnarsi i suoi dieci euro.
Non parlava mai, Francesca. Silenziosa, li seguiva dentro la macchina e silenziosamente apriva le cosce; qualche volta su richiesta glielo tirava fuori e srotolava il preservativo sul pene eretto. Poi aspettava che cominciassero a spingere dentro di lei. Eseguiva gli ordini come una vera professionista: «Muoviti, alza il culo, stringilo dentro, girati, urla, godi, fammi sentire uomo Francesca…»
La pagavano mettendole i soldi fra le mani o buttandoglieli per terra dopo averla scaricata dall’auto, come si fa con un giocattolo vecchio, usato finché il divertimento è assicurato. E Francesca ricominciava a passeggiare aspettando il prossimo disposto a pagarla per farle allargare le gambe.
Non aveva espressione Francesca, trinciata dietro la sua malinconia, con la sua tristezza sempre più profonda, rivolta al suo paese. Prima o poi ci sarebbe ritornata. Sì, era l’unica cosa che la teneva in vita.
Prima o poi sarebbe riuscita a pagare il debito coi suoi protettori, prima o poi le avrebbero restituito il suo passaporto rubatole all’arrivo nel nostro paese.
Tanto tempo fa sapeva sorridere, quando correva dietro alle pecore del suo piccolo villaggio, giocando coi suoi fratelli più piccoli a chi prendeva per primo la pecora più veloce, cadendo stremata sulla polvere arida della sua terra. Era povera ma sorrideva.
Lui sembrava mostrarle un mondo nuovo e diverso, fatto di mille luci e ricchezze: «Vieni con me, Françoise, ti amo lo sai no? Voglio solo il meglio per te».
Un viaggio di speranza e promesse, bruciato due notti dopo. In una camera, un’ora dopo sulla strada.
Stava lì, appoggiata alla cabina telefonica fumando l’ennesima sigaretta di quella notte, guardando le macchine dei primi pendolari passare, sognando di urlare al mondo che lei si chiamava Françoise e che voleva tornare a correre nella sua arida terra.

Una macchina della Polizia le si ferma accanto, Francesca guarda dall’altra parte della strada un’altra auto che la osserva minacciosa. Chiude gli occhi e pensa al suo paese, ai suoi fratelli. Vede tutti gli uomini che sono entrati dentro di lei marchiandola come un animale, vede sé stessa dire no.
Forse la sua vita non era finita, forse poteva entrare in quella macchina… forse avrebbe pagato lei oggi, pregando a mani unite di salvarla.




Mariella