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Posted sabato, 30 Agosto 2008 by Silvana Sonno in Racconti e testi
 
 

Occhio per occhio


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Una “psico-fiaba” di Silvana Sonno che ha pubblicato con noi il romanzo Il gioco delle nuvole????????, oltre ad esser stata tra le vincitrici dei concorsi LiberaMente ed EroticaMente. È in corso di pubblicazione sempre con la Graphe.it Edizioni una raccolta di psicofiabe. Buona lettura

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OcchioC’era una volta un giovanotto timido e tranquillo di nome Todd.
Todd era pallido, con un ciuffo di capelli biondi che sporgevano radi e tesi sopra gli spessi occhiali, dietro cui gli occhietti, chiari e tondi, guardavano il mondo con uno sguardo spaventato.
Todd non aveva amici, non aveva mai avuto una ragazza, non aveva famiglia, non aveva rapporti con nessun essere vivente – se non per le necessarie incombenze quotidiane – e non ne sentiva il bisogno. Era solo e l’unica cosa per cui viveva era il suo lavoro.
Todd faceva il tecnico in un laboratorio di analisi presso la facoltà di Biologia ed era addetto alla classificazione dei “vetrini” che venivano studiati da professori e studenti dell’Università di XY, la città in cui viveva. Nessuno faceva caso a lui, quando scivolava silenzioso tra i tavoli del laboratorio e, con estrema cautela, sollevava i preziosi raccoglitori da sotto i microscopi e li conservava dentro gli appositi classificatori, con le loro brave etichette: liquido seminale, acqua di palude, residuo di saliva umana, umore di vescicole animali, ecc. Quando tutti se ne erano andati, poco prima dell’orario di chiusura – il laboratorio con le grandi luci del soffitto spente e appena rischiarato da una lucetta laterale di servizio – veniva il momento che dava a Todd il motivo per alzarsi ogni mattina e accendere ogni nuovo giorno della sua povera vita. Todd si toglieva gli occhiali, accostava un occhio alla lente di un microscopio e cominciava ad osservare quanto il “vetrino” che incorniciava il residuo liquido in analisi gli mostrava. Dentro la piccola lente d’ingrandimento gli si schiudeva ogni volta un mondo fatto di infinitesimi esseri che si muovevano da un lato all’altro del vetro, prima praticamente invisibili e poi improvvisamente dotati d’una vitalità imprevista: codine d’uccello, piccoli pesci, raganelle dalle zampette ragniformi, tortine alla crema, qualcuna con la ciliegina sopra…, che si dividevano, poi si riunivano e ancora si moltiplicavano, in sequenze continue.
Todd ogni volta veniva assorbito da quei mondi che gli si svelavano, come il “suo” mondo non aveva mai fatto con lui.
In quei momenti Todd era felice. Ma una sera – niente l’aveva preannunciata diversa dalle solite – sotto la lente del microscopio il giovane s’accorse che qualcosa stava cambiando. Le piccole vite che animavano il liquido – quella sera si trattava di gocce prelevate da un acquitrino, dove si sospettava fossero finite sostanze radioattive – cominciarono a muoversi secondo un disegno che via via appariva sempre più articolato e – sì! – quasi consapevole.
Le piccole vite sembravano cercare il modo di comunicare con lui. Todd era confuso e sconcertato. Si stropicciò nervosamente gli occhi, si rimise gli occhiali, poi, calcando bene la lente sinistra – che potenziava il suo occhio meno miope – contro il microscopio, finalmente vide ciò che gli abitanti del mondo che stava osservando avevano costruito per lui.
Todd vide un occhio, piccolo e rotondo. Anzi, no. Todd vide il “suo” occhio – piccolo e rotondo – che lo guardava, e nel momento infinitesimale in cui s’accorse di guardare se stesso, e attraverso se stesso – risucchiato dentro il tunnel oscuro dell’iride – dentro di sé, Todd gettò un grido e cadde svenuto.
Fu trovato alle prime luci dell’alba dagli addetti delle pulizie, che lo raccolsero dal pavimento dove muoveva ritmicamente le braccia e le gambe, come se stesse nuotando, sopra il liso linoleum del laboratorio, le lenti degli occhiali in mille pezzi tutt’intorno.
«Non si deve bere se non si sopporta l’alcool» commentò ad alta voce un giovanotto con una scopa in mano, scuotendo la testa in un chiaro gesto di disapprovazione.
Todd, che intanto aveva ripreso conoscenza e s’era ritrovato seduto – non sapeva come – su una poltroncina girevole al centro del laboratorio, volse i suoi miopi occhietti rotondi verso la voce e annuì.




Silvana Sonno