1
Posted domenica, 30 novembre 2008 by Valeria in Recensioni
 
 

Spiderbiografia di Merchesa


Oggi ho l’onore di presentarvi un personaggio molto particolare e del tutto fuori dalle righe. La Marchesa Lupara Vandea De’ Bocciofili, meglio nota come Merchesa… Non ci sarebbe neanche bisogno di un’intervistatrice; la Merchesa basta a se stessa e a tutti gli altri, quindi mi inchino, porgo i miei saluti, e mi metto da parte…

“Cari amici, quale congiuntura favorevole Vi porta oggi qui a conoscere me, marchesa Lupara Vandea De’ Bocciofili, meglio conosciuta come Merchesa? Che splendida opportunità, figli miei, come Vi invidio!

Chi sono? Chi può dirlo con precisione… nonostante i 44 anni di analisi credo di non conoscermi ancora. Forse potrei provare a specificarmi dicendo chi NON sono, anche se penso che la questione davvero interessante sia chi potrei essere. Nobildonna e vedova, non ho figli: la mia prole son le parole. Ho 95 anni e ne dimostro 35. Ultramegastraiperarcimiliardaria in Euro. Coach in galateo e buone maniere. Famosissima vecchia Topa, anche di biblioteca. Otto mariti e numerosi amanti, amici, servitori, cicisbei, adepti, personal trainers, autisti, cuochi, parrucchieri, arredatori, pecorai, fattori, amministratori – ma nessuno stalliere – oltre a milionardi di ammiratori, tra cui sono stati avvistati persino un paio di soggetti di sesso femminile. Governatrice della Franciacorta, splendido lembo di terra in provincia di Brescia. Imperatrice del web, maestra di  calembour, virtuosa del doppiosensismo. Sono pungente e tagliente. Uso l’ironia come un fioretto, ma di fioretti non ne faccio mai, per la rassegnazione di San Francesco. Aforismologa. Terapeuta del sorriso nonché creatrice di una nuova forma di Risoterapia meglio conosciuta come PILAFTERAPIA, per la qualità del riso che viene scelto a chicco lungo e cotto in forno con poco brodo, mantenendo la peculiarità di rimanere ben sgranato. Proprio come il mio umorismo, sgranato in un rosario di battute e giochi di parole.

L’immenso Achille Campanile nella sua famosa affermazione ‘Umorista sarà lei!’ non intendeva rispondere malamente a chi gli chiedeva se egli si ritenesse tale. Molto più semplicemente suggeriva che la vera grande protagonista della Letteratura Umoristica Italiana potesse essere una donna. E con quel suo ‘Umorista sarà lei’ alludeva a me, Merchesa. Inconsciamente – e junghianamente – mi prevedeva, mi annunciava al mondo, mi spianava la strada. UMORISTA, quindi, anche se, dovendo proprio scegliere, preferisco definirmi UOMORISTA, vista la mia passione per il gentil sesso. Come dite? Sono le femmine quelle? Oh no, miei cari, non con me. Io possiedo il rarissimo talento di convertire tutti i giovanotti in gentleman. E le ragazze, invece, in sesso forte. Soprattutto di taglia! Per questo alcune di loro mi hanno minacciata di morte, rimediando una taglia sulla loro testa. Ma chi le teme, ormai? A 95 anni non sono ancora morta ma non dispero. Vecchio Campanile, per chi suona la campana? Per questa carampana!“

Chi si nasconde dietro questo meraviglioso personaggio?
Nasconde? C’è qualcuno che si nasconde qui? Non certo io! Casomai mi appaleso, mi epifanizzo, con buona pace di chi mi dà della Befana. Vedete, mia cara, non sono della scuola di coloro che pensano che i nick siano alter ego dello scrivente. I nick sono molto di più di un alter ego, sono l’Ego vero e proprio. In altre parole, io – Merchesa – sono realmente colei che parla. Io sono la mia voce, i miei pensieri, la vera estensione della mia anima. Lamiautrice, invece, è solo una parte di me. È quel pezzo di anima che ha corpo, che vive immersa nel reale e ne subisce tutti i condizionamenti. È la protagonista dei giochi di ruolo e colei che si lascia ingannare dagli specchi della vita. Io no. Io sono pura ‘essenza’. Non chiedeteVi chi sta dietro di me, quindi. Sono davanti e sono ben visibile!”.

Quando nasce l’idea della “Merchesa”?
“Mia cara permettetemi di correggerVi. Se Merchesa fosse ‘un’idea’ significherebbe che colei che avete visto in video è una ‘copia’. Dal punto di vista della filosofia di Platone significherebbe che quella meraviglia di donna è imperfetta,  scadente doppione di una migliore idea collocata chissà dove. No, mia cara. Quella femmina è una visione sublime e di Platonico può suscitare solo un grande Amore”.

Quando è stato aperto il blog e per quale motivo hai deciso di aprirlo?
“Non è stata certo una mia decisione. È stato il blog a chiamare me, non viceversa. Vedete, mia cara, un blog non è una ‘cosa’, un oggetto, un diario virtuale come molti credono. No, figlia mia. Il mio blog è qualcosa di vivo e di pulsante. Ha una vita propria. Mi parla, mi comunica i suoi desideri, le sue sensazioni. È lui che decide ritmi di scrittura, tempi di pausa, lunghezze dei post, temi e persino le battute”.

Che riscontro hai da parte dei lettori?
“Inizialmente è sempre entusiastico. Chi si avvicina al mio blog per la prima volta rimane estasiato. Si lascia condurre nei meandri del Pensiero Laterale, nell’incanto dei giochi di parole e dei calembour, ma per poco tempo. In realtà, coloro che leggono il blog da quando l’hanno scoperto sono molto pochi, non più di dieci utenti. Lo so è colpa mia, sono troppo esigente. Richiedo attenzione e partecipazione costanti e non tutti sono in grado di reggere i miei ritmi. Chiedo anche un elevato grado di concentrazione e non tutti hanno sempre la voglia di mantenerlo. Spavento. E la maggior parte dei visitatori scappa. Però i pochi che resistono mi amano follemente. Non solo. Se per qualche ragione sono io a calare la tensione o il ritmo non me lo perdonano.

Per via della ricerca costante sulla scrittura c’è chi ha definito il mio un blog di nicchia. Vista la mia età mi sento di sostenere, più correttamente, che trattasi di blog di loculo!”

Cosa contiene il tuo blog?
“Delicati equilibri. Il mio blog è sostanzialmente un trattato subliminale di cucina. Sono l’Artusi della parola scritta, l’Ada Boni dei calembour, l’Allan Bay del paradosso. Anche se in realtà – dovendo scegliere – mi sento molto più vicina a Ferran Adrià, il ‘cocinero’ di Barcellona, che nel suo ristorante El Bulli ha inventato la ‘cucina destrutturata’. Scrivere un testo per me è come cucinare un piatto. Pensi agli ingredienti, li scegli e poi li trasformi. Odio chi parla di assemblaggio. In cucina non si assembla: si trasforma, casomai si amalgama. Prendere una parola e smontarla rimontandola con un’altra permette di avere risultati diversi ed eclatanti, dei neologismi. Così come in cucina trasformare un prodotto finito mi permette di assemblarlo ad altri ingredienti per avere un piatto nuovo. Quello che in cucina è la panatura, per esempio. Prendi il pane che è già un prodotto finito – esattamente come una parola del dizionario – e lo grattugi. Una volta trasformato lo puoi usare per uno scopo diverso da quello iniziale, la panatura appunto. Quando cucini una cotoletta alla milanese non pensi al pane come prodotto finito. Eppure senza il pane non avresti la cotoletta. Succede così anche con le parole. Prendo un vocabolo, lo smonto e lo rimonto con un altro. Questo dà vita a un prodotto nuovo, un neologismo. Il lemma iniziale è stato trasformato per arrivare a un prodotto finale che è diverso da quello iniziale, ma senza il quale non avremmo il termine che ora stiamo gustando. Idem per il piatto che stiamo mangiando.

Un esempio – LIBRIATORE: Autobiografia non autorizzata di Elisabetta Gregoraci.

Poniamo che il termine libro sia il ‘pane’ al servizio della ‘cotoletta’ Briatore. La cotoletta impanata sarà Libriatore, una nuova parola con un nuovo significato. Ma la cotoletta finita non è mangiabile se non è cotta a puntino. Metto in opera la trasformazione, allora. Parto con l’olio e il burro in padella per friggerla, per renderla gustosa. Ecco come con la cottura il neologismo Libriatore acquista un senso nuovo. Basta dare una definizione al neologismo che comprenda, nel nuovo senso, i due termini da cui è formato. E alluda! Un’autobiografia è un libro. Le autobiografie sono scritte da chi parla. Se aggiungo che l’autobiografia non è autorizzata, gioco col paradosso. Quindi, sostenendo che stiamo parlando di una autobiografia NON autorizzata, in realtà dico che la Gregoraci scrive cose di se stessa e poi non si autorizza a sostenerle. Va da sé che alludo – nemmeno troppo velatamente – alle presunte mancanti doti intellettive della Nostra. E strappo il sorriso.

Qui siamo al prodotto finito, al piatto in tavola. Ma volendo si può aggiungere alla cotoletta un ingrediente da gourmet. Una grattatina di tartufo bianco, per esempio. Vediamo come. La scelta da me compiuta del neologismo Libriatore e della tecnica della panatura, per spiegare la connessione tra cucina e scrittura, non è affatto casuale. La cotoletta è fatta col taglio della ‘costoletta’ di vitello. La Gregoraci è la moglie di Briatore e l’ha sposato in chiesa. Quindi – citando  la Genesi – Elisabetta di Briatore è la ‘costola’, anzi la ‘costoletta’. Eh, miei cari, agganci, connessioni, legami Vi diventano chiari solo applicando il mio procedimento. Visto cara? Il Metodo Merchesiano non è solo scienza applicata: è una necessità di vita!”.

Che dire, cosa poter aggiungere?

Vi invito con vero entusiasmo a visitare il suo blog. Resterete piacevolmente colpiti dal suo Ben-venuto!




Valeria