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Posted domenica, 15 Febbraio 2009 by Clara Vajthò in Racconti e testi
 
 

Ciliegie


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Un racconto di Clara Vajthò, che spesso ci diletta con le sue poesie.

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CiliegieLa donna si fermò alla fine dei portici davanti ad un portone per accarezzarne la maniglia dorata e appoggiare la fronte allo stipite di marmo. La sua mano indugiava come se stesse toccando un corpo amato poi, improvvisamente consapevole dell’assurdità di quel gesto, la ritirò con uno scatto nervoso.

Non era più giovane, ma non era ancora vecchia. Indossava un leggero soprabito fuori moda o di nuovo di moda, ugualmente sorpassato era il foulard che le avvolgeva il capo.

Si avviò quasi di corsa verso la chiesa, dove entrò da una porta laterale.

La funzione del mattino era già cominciata, ma la cosa non parve preoccuparla: si sedette su una panca a fianco del confessionale e si guardò intorno con indifferenza.

Poi i suoi occhi corsero rapidi da un altare all’altro, sugli affreschi alle pareti, fino a salire verso la volta della cupola… si alzò con un sospiro e uscì.

Girovagò ancora senza meta per la città, cambiando itinerario di frequente, finchè non si ritrovò davanti alla porta di casa.

Per un attimo rimase indecisa, come se non volesse effettivamente entrare, ma poi prese dalla tasca un mazzo di chiavi e, dopo aver aperto, salì un infinito numero di scale fino ad arrivare all’ultimo piano.

Era un appartamento ricavato da un sottotetto: pieno di luce prendeva tutta la lunghezza del palazzo con due sole stanze, aprendosi con delle terrazze a nord e a sud: una vista meravigliosa sui tetti si estendeva fino alla fine della città.

Nonostante fosse arredato molto spartanamente, ogni mobile ed ogni oggetto rivelavano un gusto deciso e raffinato. I colori delle tappezzerie erano una sinfonia di rossi caldi e intensi e, a tratti, si sentiva il ricordo di un profumo speziato di cannella.

Sciolse il foulard liberando i capelli raccolti in maniera approssimativa e si tolse il soprabito: sotto era completamente nuda. La passata giovinezza era compensata da una bellezza senza tempo e da un incarnato dorato. Cominciò a muoversi per la casa come se stesse danzando, dirigendosi verso la terrazza del soggiorno, ma non uscì: si sedette sul divano girata verso il sole e aprì le gambe accogliendone il calore.
I vetri chiusi filtravano i raggi come una lente aumentandone la potenza lì, dove lei voleva. Poi si stancò di quella posizione e girandosi lasciò che il sole la colpisse da dietro aiutandolo con una studiata inclinazione.
Su un tavolino c’era un cesto con delle ciliegie, lei ne prese una e la mangiò, non senza averla prima intinta dentro di sé. Si fermò un istante, pensierosa, e quasi contemporaneamente prese una manciata di frutti andando ansiosa verso la porta. Uscita sul pianerottolo si guardò intorno, era pur sempre nuda, e visto che non c’era nessuno andò verso l’appartamento di fronte.

Cominciò ad intingere nuovamente le ciliegie dentro di sé e a posarle una dietro l’altra rientrando a casa e accostando senza chiudere. Continuò ad allinearle sul pavimento fino alla stanza da letto e ancora fin sul letto e gliene rimasero due: una la racchiuse tra le sue grandi labbra e una la incastonò nell’ombelico. Così si addormentò.

Di fronte abitava un uomo-ragazzo dalle mani grandi e dai molti ideali.

Si era alzato da poco e aveva deciso di fare colazione fuori, ma quando aprì la porta, vedendo quel sentiero, sorrise e ci ripensò: era un po’ che non si faceva viva. Si tolse i vestiti appena messi e, accovacciandosi, cominciò a mangiare i segna-sentiero e a seguire il percorso rimettendo i semi al loro posto per assicurarsi il ritorno. E le ciliegie lo portarono fino al letto e fino a quella, racchiusa come una perla rossa nella vulva, che assaporò più delle altre. E ancora indugiò lì per condurre lei, che continuava a dormire, ad un piacevole risveglio. Poi notò l’altra nell’ombelico, la prese tra le labbra per posarla su quelle della donna e, dopo essersela passata in un gioco lento, sempre lentamente seguì le tracce del sole e la percorse per arrivare dove lui voleva e dove lei aspettava.

Infine, allungando la mano, mise gli ultimi due semi in un vaso trasparente vicino al letto, dove i noccioli di innumerevoli frutti sedimentavano strati di giornate d’amore.

Più tardi se ne andò e lei rimase a lungo distesa abbracciata al cuscino: guardando fuori dalla finestra correva oltre i tetti e, in fondo, immaginava il mare.




Clara Vajthò