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Posted mercoledì, 23 Settembre 2009 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Il pugile. Un racconto

Il pugile
Il pugile

Mi sveglio, guardo il soffitto, sono disteso su un letto. Devo aver dormito molte ore, ho un senso di pesantezza sugli occhi e una fastidiosa emicrania.

Mi guardo attorno cercando di capire dove mi trovo. Sono in una stanza vuota, non molto grande, completamente bianca. Una lampada al neon dal soffitto illumina questa specie di celle senza finestre. Non sento né caldo né freddo. Di fronte a me vedo una porta chiusa e, l’unico elemento di arredo qui dentro, è il letto dal quale mi sto alzando a fatica.

Le mie gambe sono intorpidite, e appena poggio i piedi sul pavimento avverto un lieve ma fastidioso dolore alle caviglie e ai talloni, come se non camminassi da giorni.

Raggiungo la porta in pochi passi; afferrando la maniglia cerco di aprirla ma non ci riesco, è stata chiusa dall’esterno.

Torno a sedermi sul letto, mi passo una mano sul capo e mi accorgo che i miei capelli sono stati rasati a zero, come i marines americani dei film. Inoltre, poco sopra l’orecchio destro, ho una garza quadrata attaccata alla testa con strisce di cerotto.

L’emicrania deve avermela causata un colpo, forse un incidente. Non riesco a ricordare nulla.

Mi sento agitato, un senso di pesantezza e di costrizione al torace mi fa respirare a fatica, sto affannando e mi sta venendo un capogiro.

Devo calmarmi e cercare di ricordare cosa mi è successo e come sono arrivato fin qui, o meglio, chi mi ha portato in questo posto e perché vi sono stato rinchiuso.

Mi siedo sul letto. Con molta calma, cerco di riordinare le idee e i ricordi. Dunque… mi chiamo Marco Alicante, vivo a Roma in via… beh, non ricordo l’indirizzo, però ho una nitida visione dell’interno del mio appartamento. È un attico arredato con mobili inglesi di legno scuro stile navale, c’è una grande vasca idromassaggio posta nel centro del bagno, e una terrazza da cui vedo uno scorcio del lungotevere e di Castel Sant’Angelo. Non sono sposato e non ho figli, questo me lo ricordo. Non credo di avere fratelli e sorelle, in compenso però, mi vengono in mente come rapidi fotogrammi le scene degli incontri di pugilato nei quali ho combattuto da professionista, nella categoria dei pesi mediomassimi. Ho anche vinto il titolo mondiale.

Forse mi hanno spaccato la testa durante l’ultimo incontro! In effetti, non ricordo com’è finito, però ho bene in mente il viso del mio avversario, un irlandese lentigginoso con i capelli rossi, corti, un’aquila tatuata sul torace e una cicatrice ben visibile sulla fronte.

Mi guardo intorno, non c’è nulla di mio qui dentro, tutto questo non ha senso. Non c’è un armadietto o un comodino con i miei effetti personali, il portafogli, l’orologio, il telefono, non c’è niente.

Indosso questo pigiama azzurro di cotone, molto comodo, il tessuto è sottile e fresco sulla pelle, ma è più grande di almeno due taglie. Non ho gli slip, non ho neanche i calzini o le pantofole.

Qui dentro non c’è nessuna presa di corrente né un interruttore per la luce.

Vorrei guardarmi il viso per capire dai lividi se sono reduce da un incontro di boxe o da una rissa, ma non ci sono specchi. Non c’è neanche il bagno.

Non mi sembra di essere ricco al punto tale da diventare oggetto di un sequestro di persona. Chi può avermi portato qui dentro?

– Adesso basta!

Mi alzo dal letto, vado davanti alla porta e la colpisco con un paio di pugni e di calci gridando:

– Aprite, fatemi uscire. Che volete da me? Chi cazzo siete? Aprite la porta, bastardi!

Non ricevo nessuna risposta, nessun rumore, nessun suono.

Adesso mi sto arrabbiando sul serio, non ho più quel senso di ansia e di affanno, ma soltanto una gran voglia di pestare per bene l’idiota che entrerà da quella porta.

Sono un pugile professionista, quegli stronzi se la caveranno solamente se entreranno armati di mitra e pistole, altrimenti li manderò al tappeto uno dopo l’altro. Gli farò molto male.

Starò a fianco alla porta e li coglierò di sorpresa, tanto a questo punto non ho più niente da perdere, penso di avere un’amnesia, mi restano soltanto pochi ricordi, di cui alcuni incompleti. Inoltre per quel che ne so, potrebbe anche avermi portato qui un serial killer che vuole scuoiarmi vivo, o addirittura un extraterrestre, quindi mi giocherò la carta dell’effetto sorpresa. Quando entreranno, li colpirò con una violenza tale che si pentiranno di avermi incontrato. Se ne accorgeranno a loro spese di aver scelto l’uomo sbagliato.

Decido di ispezionare il letto per vedere se posso smontare una barra di metallo da usare come arma, ma il telaio è una struttura unica, tra l’altro saldata e ancorata a due staffe di ferro che escono dalla parete. Allora prendo il cuscino, lo tiro fuori dalla federa e la strappo con i denti per ricavarne due strisce di stoffa; voglio usarle per fasciarmi le mani come si fa in palestra, in modo da non ferirmi quando li colpirò.

Adesso sono pronto, mi posiziono accanto alla porta, batto un paio di colpi e urlo con tutta la voce che riesco a tirar fuori:

– Ehi, figli di puttana, fatemi uscire, devo andare in bagno, tiratemi fuori di qui.

Nessuno si degna di rispondere. Rimango in piedi e aspetto.

Dopo un po’ riprovo a battere contro la porta e urlare, ma non ricevo risposta.

I minuti passano lenti uno dopo l’altro.

Sarà trascorsa più di un’ora, forse due. Sono intrappolato qui dentro senza un orologio, non so neanche se è giorno o notte.

Resterò seduto in terra, affianco alla porta, con la schiena poggiata alla parete, voglio essere pronto per quando entreranno.

Finalmente sento dei passi fuori dalla stanza, accompagnati da un vago cigolio simile a quello di un vecchio carrello del supermercato. Il rumore è ovattato, ma capisco che si stanno avvicinando sempre di più. Velocemente balzo in piedi, i battiti del mio cuore aumentano, l’adrenalina sale: mi preparo con le spalle al muro e i pugni chiusi, ben stretti, pronto a colpire.

Si sono fermati davanti alla porta. Non sento più nulla, cosa diavolo stanno facendo?

Resto in posizione d’attacco, stringo sempre più forte i pugni.

All’improvviso il silenzio è rotto da un forte rumore metallico di qualcosa che sbatte in basso, nella porta. È una specie di piccolo sportello scorrevole che, aperto bruscamente dall’esterno, si scaglia contro il suo stesso vano. Qualcuno ci passa attraverso un minuscolo vassoio di cartone, con sopra un bicchiere di plastica colmo d’acqua e due pasticche tonde di color marrone.

Una voce maschile dal tono gentile, quasi canticchiando irrompe:

– Signor Licante, ecco la medicina che la farà star meglio. La prenda per favore, così non appena starà bene, la rimanderemo nel reparto con i suoi amici.

Due infermieri parlano a voce bassa nel corridoio:

– Licante è stato un grande pugile, era un campione negli anni ’90. Pensa che ancora oggi, a ottantasei anni, affetto da arteriosclerosi e demenza senile, quando si arrabbia ha una forza incredibile. L’ultima volta che ha litigato con un paziente del suo reparto, ci sono voluti due infermieri e un addetto alla sicurezza per immobilizzarlo; ha anche battuto la testa contro un tavolino, per sua fortuna se l’è cavata con qualche livido e otto punti di sutura.

Il pugile è un racconto di Fabio Mazza

Foto | Pixabay




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