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Posted martedì, 15 Dicembre 2009 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Intervista a Luigi Milani, autore di Memorie a perdere


Luigi MilaniLuigi Milani è autore di un bel libro di racconti di varia lunghezza dal titolo Memorie a perdere. Racconti di ordinarie allucinazioni. Si tratta di testi scritti molto bene nei quali la normalità della vita assume aspetti di allucinazioni anch’esse ordinarie che ti fanno guardare la realtà in maniera un po’ diversa. Abbiamo rivolto a Luigi Milani alcune domande sul suo libro e sulla sua attività di scrittore.

“In giro” si dice che i libri di racconti non vanno e tu pubblichi una raccolta di racconti: come mai questa scelta?
Ti dirò che la scarsa appetibilità dalla quale sono affette in genere le raccolte di racconti è legata alla convinzione, ben radicata in molti editori, che il racconto sia una sorta di fratello povero del romanzo. Poiché, per quanto concerne la narrativa, il mercato statisticamente e anche storicamente è dominato dai romanzi, l’editore tende a guardare con scarsa simpatia le antologie di racconti, in ragione anche di una presunta minore capacità di attrattiva sul lettore.

La questione è antica, e per una volta non riguarda solo il nostro Paese, anche se è innegabile che all’estero il racconto sia spesso più apprezzato e meno ghettizzato che da noi. Basti pensare che un nome del calibro di Alice Munro scrive esclusivamente racconti, e che un altro grande, l’indimenticabile Raymond Carver, ha prodotto anch’egli solo racconti.

Memorie a perdere. Racconti di Luigi MilaniAbbassando il tiro, per tornare a Memorie a perdere, ti confesso che la scelta non è stata mia, dal momento che non sono stato io a proporre i miei racconti alla casa editrice, ma un’amica, Mariella Sudano – autrice tra l’altro anche dell’illustrazione di copertina – per giunta a mia insaputa. L’editore ha per mia fortuna apprezzato il mio materiale e il risultato è il libro da te così generosamente recensito.

Ad ogni modo, anticipo a te e ai lettori di GraphoMania che l’anno prossimo uscirà però anche un mio romanzo (lo so, detta così suona quasi come una minaccia), il cui titolo sarà Nessun Futuro.

Come hai scelto i racconti che sono finiti in Memorie a perdere?
Una volta coinvolto attivamente dall’editore nella composizione dell’antologia, pur non inseguendo la logica della raccolta strettamente “a tema”, ho cercato di includere dei racconti che avessero per protagonisti uomini e donne comuni alle prese con situazioni estreme. È in queste situazioni che possono emergere aspetti caratteriali che spesso neanche sospettiamo di possedere, attraverso l’adozione di comportamenti imprevedibili in circostanze normali. Ho poi voluto inserire, in ciò assecondato dall’editore – Vera Ambra, che ringrazio – alcuni racconti a sfondo sociale o di denuncia, primo fra tutti Abu Ghraib, dedicato a una delle pagine più tristi della recente storia americana.

Il mio racconto preferito è Se ti scrivo, a cui segue Novantesimo. Tu quali preferisci?
Direi Abu Ghraib, Van Damm e e Figlia, racconti molto differenti tra loro, ma tutti molto significativi, almeno per me, anche perché si tratta di materiale proveniente da varie fasi della mia produzione e che quindi mostrano i mutamenti, o le… mutazioni, fai tu, subiti dalla mia scrittura.

Da giornalista, come vedi il mondo dell’editoria italiana?
Non così disastrato come molti amano dipingerlo, per una innata e purtroppo diffusa tendenza all’autocommiserazione da parte di certo mondo editoriale. Mi spiego: è vero che la recessione economica ha provocato una contrazione dei consumi, e che le famiglie italiane hanno ridimensionato le proprie abitudini di spesa, operando inevitabilmente dei tagli in ambito culturale. Tuttavia è proprio nei periodi di crisi che spesso emergono proposte di grande interesse e qualità: un processo che rassomiglia per certi versi alla selezione naturale, e che a volte fa giustizia di opere che, lungi dal far bene alla cronica limitatezza del panorama letterario di casa nostra, finiscono invece per ingolfare il mercato. C’è inoltre da registrare un incoraggiante fermento legato alla piccola e media editoria, un fenomeno che sta portando alla luce nuovi talenti e nuovi stimoli culturali. Penso al successo di editori come Minimum Fax, Nottetempo, Voland, Gargoyle, Valter Casini Editore, Sironi, e – perdonami l’autoreferenzialità – le stesse Edizioni XII, con le quali collaboro sin dalla loro nascita.

Certo, molto resta ancora da fare, soprattutto per contrastare l’innata diffidenza del vasto pubblico di non lettori: sarebbe facile e in fondo riduttivo scaricare ogni responsabilità sulla predominanza della solita televisione “cattiva maestra”, per citare Karl Popper, oppure sulla presenza sempre più pervasiva di Internet o sulla diffusione delle consolle da gioco. Un ruolo decisivo dovrebbe invece essere rivestito dalla scuola, che al contrario finora ha costantemente contribuito, e con grande efficacia, a diffondere una concezione del libro negativa, pesante, irrimediabilmente noiosa. Parlando per slogan, bisognerebbe insomma “educare alla lettura, coltivando oggi i lettori di domani”.

Hai curato la traduzione del libro Nefertiti di Jasmina Tesanovic le differenze principali tra Luigi Milani scrittore e Luigi Milani traduttore?
Domanda impegnativa, caro Roberto… Diciamo che quando si tratta di fare una traduzione il Luigi scrittore deve – o quanto meno dovrebbe – farsi un po’ da parte, per dar voce allo scrittore tradotto. Tradurre comporta sempre una grossa responsabilità, dal momento che non ci si può certo limitare a una traduzione pedissequa per puro ossequio alla lettera del testo, col risultato paradossale di svilire o peggio, come pure accade, travisare il pensiero dell’autore. Al contrario, è necessario un lavoro di adattamento, che pur cercando di mantenere la massima aderenza alla struttura e alla forma originarie, possa rendere il testo il più comprensibile e fruibile possibile.

Nel caso specifico, il lavoro di traduzione di Nefertiti è stato agevolato dalla circostanza di aver potuto lavorare fianco a fianco con l’autrice del testo originale. Ed è stata una gran fortuna, credimi, vista l’oggettiva difficoltà di trasporre in un buon italiano un testo che spesso vira dal registro tipicamente narrativo ai toni di un ispirato lirismo. In casi estremi ho dunque fatto ricorso direttamente alla fonte, ed è stato col suo prezioso contributo che ne siamo venuti a capo. Oltretutto, devi sapere che spesso l’autore in grado di tradurre da solo i propri testi tende ad affidare ad altri l’opera della traduzione per non incorrere nel rischio della riscrittura. Credo che con Jasmina si sia raggiunto un ottimo equilibrio, dal momento che la nostra collaborazione è ormai consolidata, articolata com’è anche in campo extra narrativo. Abbiamo ormai rodato il nostro metodo di lavoro e riusciamo a fare agevolmente fronte alle inevitabili difficoltà di traduzione, tenendo conto che parliamo di un’autrice serba che utilizza come lingua scritta l’inglese.

Ti occupi anche di booktrailer: come dovrebbe essere secondo te un booktrailer ideale?
Caro Roberto, confessa, hai una certa propensione al sadismo, eh? La tua è una domanda per niente facile. Direi anzi che ci si muove sul classico terreno minato, poiché si tratta di dare indicazioni che riguardano la sfera creativa, anche a non voler tirare in ballo l’arte. Proverò comunque a risponderti, a mio… rischio e pericolo!

Credo che il trailer ideale di un libro dovrebbe essere innanzitutto breve. Bisogna sforzarsi di contenerne la durata entro due minuti al massimo, o lo spettatore cambierà canale… pardon, cliccherà altrove.

Ti confesso poi che non nutro grande simpatia per certi approcci para-cinematografici: m’imbatto a volte in veri e propri cortometraggi filmati, che, nel tentativo di scimmiottare i trailer cinematografici, finiscono solo per dare testimonianza della grandeur dell’editore e/o dell’autore. Ho la sensazione che rubino spazio all’immaginazione del potenziale lettore, codificando in immagini forzate ciò che quest’ultimo si accinge – o almeno così ci si auspica – a leggere.

Preferisco invece adottare un linguaggio visivo più semplice e a mio parere diretto, dando vita a una veloce sequenza di immagini e didascalie che, scandite da un adeguato commento sonoro, possano incuriosire lo spettatore, limitandosi però a suggerire la lettura dell’opera, senza azzardare improbabili e spesso rischiose trasposizioni in chiave cinematografica.

Oppure mi piace realizzare dei piccoli videoclip di montaggio, come ho fatto proprio con il booktrailer di Memorie a perdere, all’interno del quale ho inserito in chiave ironica una breve sequenza da un vecchio filmato muto dell’inizio del secolo scorso e una scena tratta da un celebre film hollywoodiano degli anni ’50. Ho poi legato il tutto con brevi quadri esplicativi e una colonna sonora dal sound moderno e incalzante e il risultato è che il trailer in questione sta ottenendo un numero di contatti sorprendentemente alto.

Infine, consigliaci un libro da leggere
Un libro solo, Roberto? E sia, ti accontento: Martin Eden di Jack London, di cui è recentemente uscita una nuova traduzione che rende giustizia alla scrittura, ancora così moderna, del grande London. Quel romanzo contiene tutto: il sogno americano disvelato nella sua reale fragilità, il mito della frontiera, le false promesse del successo e larga parte della biografia dello stesso London.

Luigi Milani
Memorie a perdere. Racconti di ordinarie allucinazioni
Akkuaria, 2009
pp. 126, euro 12,00




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.