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Posted venerdì, 15 Gennaio 2010 by Clara Vajthò in Poesia e dintorni
 
 

Ricette di poesia


Il testimone poetico passa a Clara Vajthò, autrice delle Poesiole doppiosensuali. In questa e nella prossima puntata Clara condividerà con noi le proprie riflessioni sulla poesia (cosa c’entrino gli gnocchi della foto lo scoprirete leggendo il post)

Gnocchi

Quando si parla di poesia, una domanda che mi sono sentita e sento fare spesso è “Perché scrivi poesie?”. Quando mi fanno questa domanda mi viene subito un po’ d’agitazione, con i seguenti interrogativi:

  • Aiuto, ci deve essere un perché?
  • E se non mi viene in mente niente?
  • Quale sarà? Devo cercare di dire un perché intelligente…
  • Ma forse è meglio dire qualcosa di semplice, spontaneo…

E cose così.

Però, pensandoci adesso, qui per conto mio, senza che nessuno me l’abbia chiesto, mi viene voglia di chiedermelo da me e provare, fra di noi(me e me), a darmi una risposta, senza l’ansia incalzante di doverla dare.

Dunque, vediamo… accettiamo intanto il fatto che ci sia un motivo, che potrei anche dire “Scrivo poesie perché mi viene” e in cinque parole risolvo la questione. Apparentemente.

Perché poi può seguire a ruota l’altra domanda “E perché mi viene?”

Potrei anche chiudere con un “Perché sì!” e farla finita con quest’autointervista, ma non c’è motivo di rispondermi in modo così sbrigativo, quasi sgarbato, in fondo me lo sono chiesto gentilmente.

Allora, proviamo a partire da questa seconda possibile domanda, perché mi viene da scrivere una poesia? Cosa mi succede quando prendo carta e penna e butto giù dei versi?

Che poi non sempre prendo carta e penna, alle volte prendo schermo e tastiera, dipende da dove sono, o da come sono.

Butto giù… già, è così: si seguono dei pensieri, si stendono, si mescolano, si amalgamano e pian piano vengono su dei versi, uno dopo l’altro, come gli gnocchi (qui devo aprire una parentesi, che non c’entra, ma essendo un discorso tra me e me non posso fare finta di niente, perché lo so che è una cosa che da sempre mi disturba, che io vorrei scrivere “i gnocchi”: mi piace di più, lo sento meglio, sicuramente sono anche più buoni con la “i”, ma invece la regola vuole “gli”. Chiudo la parentesi) nell’acqua che bolle, plof, plof, e li senti galleggiare tutti insieme, sempre più fitti, e a questo punto la cosa migliore da fare è prenderli e buttarli giù da qualche parte, che non si può stare con tutti quegli gnocchi galleggianti nella testa, che poi a star lì si gonfiano sempre di più e diventano pesanti e ti confondono le idee.

E quindi sì, i versi è meglio buttarli fuori, giù sulla pagina, liberarsene in qualche modo, e poi guardandoli da fuori, non più da dentro, vederli meglio, con gli occhi-occhi, non solo con gli occhi-mente (gli (gn)occhi ), e avere come una chiarezza indefinita, di quelle che beccano lontano, che non vedi i contorni ma senti una buona soddisfazione d’insieme.

Insomma, dentro di noi ci sono i pensieri, fatti di parole, e le emozioni, fatte di sensazioni, e sia che ci lavoriamo sopra sia che no, tutti questi elementi si mescolano e, a volte, diventano parolemozioni o pensazioni, che sono qualcosa un po’ di più del solito, qualcosa che è meglio annotare da qualche parte, perché non è detto che ci venga di nuovo, che la ricetta mica si sa.

Foto | megan.chromik




Clara Vajthò