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Posted sabato, 30 Gennaio 2010 by Clara Vajthò in Poesia e dintorni
 
 

Il ragazzo del treno


Un treno

Sono in treno verso Torino. Eurostar 9712. Il numero del treno non è indispensabile per quello che devo dire, ma ho un amico che ci tiene a queste precisazioni ferroviarie, e allora se non lo scrivo mi sembra di fargli un torto.

Comunque, a Vicenza sale un ragazzo un po’ ciccione, di quelli con la faccia simpatica, e si siede accanto a me che sono accanto al finestrino.

Di solito non sono proprio contenta se un grasso mi si siede accanto, perché straborda dal suo posto e invade il mio con i suoi lardi. Però ho anche un po’ di sensi di colpa per questo, che non è mica colpa sua, cioè, magari anche sì, magari si straffoga di schifezze, però io questo non lo posso sapere. E allora gli sorrido, al ciccione, per i sensi di colpa, e lui si accomoda e straborda con disinvoltura. Poi pronuncio al telefono la parola poesia e lui si mette pure a parlare, che quell’argomento gli interessa, perché anche lui scrive poesie.

È simpatico davvero, e mi racconta di lui, e io di me. Faccio un po’ la poetessa, non tanto, ma un po’ sì: gli parlo di Slam e letture, del mio libro di poesie erotiche, gli do consigli su come muoversi (non sul posto accanto a me, lì è meglio che stia fermo che mi straborda), lo sprono a condividere con altri quello che scrive, a confrontarsi.
Lui recepisce subito, e comincia col condividere con me, visto che ha nello zaino il suo quadernetto.
Io quando un aspirante poeta mi legge le sue cose mi commuovo, non solo mentre le legge, anche prima, anzi, forse di più prima.

Mi commuove l’idea che lui spera in un mio giudizio positivo e invece magari a me non piacciono, le trovo orrende, e non so bene come dirglielo, e allora comincio quasi a belare.

Così appunto lui comincia a leggere, e io ho già gli occhi lucidi, e sorrido, e lui si tranquillizza e prende sicurezza e mi legge tutto il quaderno, anche se mi aveva detto che me ne leggeva solo due o tre, e peccato che l’altro lo ha dimenticato a casa.

Però non sono mica male. Per fortuna, così non belo.

C’è un verso azzeccato e uno ridondante, dell’incertezza e dell’azzardo ma, nel complesso, ci sono cose buone. Poi lui mi racconta di certe sue sofferenze, e che la poesia lo ha aiutato molto, e io sono contenta che non ho dovuto belare e mi commuovo di nuovo, stavolta in tempo reale.

È convinto che siano pochi i giovani poeti perchè dove vive non ha ancora trovato nessuno che abbia la sua stessa passione, solo una sua professoressa del liceo.

Questa cosa non è vera, gli dico, cerca meglio e esci dalla tua provincia, giovani poeti ce n’è, e anche di molto bravi.
Io almeno ne conosco, non so se è fortuna la mia, ma ne conosco.

È strano che lui non ne trovi, e che mi dica che alla maggioranza dei suoi coetanei la poesia non interessa, o forse non è strano, forse è anche vero, in fondo la poesia non è un genere che vende molto, forse in generale non interessa tanto. Forse molti la poesia non sanno come si usa. Forse.

A scuola poi ti mettono in testa che tu la cosa che devi sempre fare con una poesia è capire tutto quello che il poeta voleva dire. Con tutte quelle note e spiegazioni e interpretazioni leggere una poesia è una noia, e invece la poesia è come una lingua e una musica, si impara a capirla e soprattutto a sentirla leggendola o ascoltandola, e ci si rende conto che anche se non si capisce sempre proprio tutto non è poi così importante.

Che certe cose appunto la poesia le fa sentire, non capire. Neanche il poeta, a volte, capisce tutto quello che scrive.

Foto | Kecko




Clara Vajthò