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Posted domenica, 28 febbraio 2010 by Concetta Brachino in Punti di vista
 
 

Privilegio e colpe


Viale alberato

La solitudine è una sensazione che compare forte e chiara quando non ci sentiamo sostenuti, amati o compresi, come noi riteniamo giusto che sia.

Vogliamo che gli altri si diano a noi secondo la nostra modalità, la nostra misura di sostegno e di amore, altrimenti ci sentiamo soltanto parzialmente accolti, parzialmente compresi e amati, e sempre mancanti del poco che ci renderebbe felici.

Ognuno di noi ha un carattere, una personalità, un modo di essere, che in parte riceviamo come patrimonio genetico dai nostri genitori e dalle loro famiglie, e in parte ci viene da quello che nella nostra esperienza di vita abbiamo avuto o non avuto, quello che abbiamo provato o non provato, quello che abbiamo fatto o non fatto.

Le sensazioni che proviamo oggi e che ci fanno soffrire o gioire, sono talmente personali e intime che nessuna persona al mondo può provarle come me o per me, nemmeno mia madre.

Se credo, solo Dio può conoscermi così intimamente.

L’altro può provare empatia quando io mi apro e racconto la mia vita e i miei vissuti, ma non prova quello che io sento veramente.

Quelle parole e sensazioni sono il sapore delle mie numerose esperienze che hanno formato il mio sentire del cuore, che poi per bisogno di riconoscermi e di relazionarmi con l’altro e con il mondo, realizzo mentalmente per parlare una lingua che mi faccia comprendere anche dagli altri.

Gli altri sono lo specchio del mio raccontarmi e quando si relazionano con me in modo empatico possiamo dire che viviamo un momento d’intesa profonda.

Nel momento di empatia non è che l’altro viva la mia sensazione, l’emozione, vive soltanto le sue sensazioni, le sue esperienze e il sapore del suo vivere che io, attraverso il mio raccontarmi, gli faccio “ricordare” (portare al cuore).

Se invece la relazione con l’altro non è empatica, ma un incontro mentale e razionale, il mio raccontarmi non è altro che una storia come tante, più o meno bella, penosa o gradevole, dove ognuno può dire la sua facendone una speculazione mentale fine a se stessa.

La consapevolezza del mio essere come sono è una creazione, un mondo che solo io ho a portata di mano per plasmarlo secondo la mia (o la sua) volontà, mi fa sentire nell’immensità e nell’immensamente piccolo.

Credo che da tutto ciò nasca la mia solitudine esistenziale. Quella solitudine che in fondo mi ha accompagnato e mi accompagna sempre e dovunque. Non so dire veramente come la posso chiamare, che nome o aggettivo darle, ma è una realtà che sento mia e che vale la pena di vivere nella coscienza creativa.

In passato, da giovani, quando si contatta la solitudine la si vive sempre come la “paura di perdere”, amore, stima, rispetto.

Credo di aver ricevuto naturalmente un carattere “privilegiato”, nel senso che per me è sempre stato fonte di privilegi.

Ad esempio, credo di essere stata la preferita dei miei genitori, specialmente di mio padre. Preferita tra i cugini perché gli zii mi consideravano la più sorridente e spontanea, più aperta,e “spericolata”. Preferita nel lavoro, perché preparata, aperta, non permalosa, affidabile, sempre disponibile al lavoro e al confronto leale.

Sono amata da mio marito, nonostante egli eviti le relazioni strette, sono contornata e ricercata dagli amici ecc.

Tutta questa pienezza d’amore l’ho vissuta come un privilegio. Troppo amore, troppa importanza per me; sarei stata all’altezza? Avrei saputo contraccambiare? Stavo, forse, rubando qualcosa agli altri e alla vita, qualcosa che non conoscevo? Spesso mi dicevo: non è possibile che una persona solo perché è sorridente, con modi forse affabili, disponibile, possa avere gratuitamente amore, stima, accoglienza, mentre gli altri e il mondo intero soffre per avere un po’ di bene. Qualcuno soffre per il mio privilegio? Questo tarlo nel tempo ha trasformato un privilegio naturale in un buco nel corpo e nell’anima.

Non ho avuto la possibilità, perché non cosciente del mio carattere e del modo del mio stare al mondo, di stimare le mie qualità naturali, ma le ho vissute come “colpa” ed ho messo in atto l’orgoglio e la sfida per difendermi dalle mie paure.

Oggi sento che nel mio progetto di vita c’è la volontà di andare a ricercare e riconoscere volta per volta, quando metto in azione il mio carattere e la mia personalità in modo reattivo, per poterlo trasformare da reazione in azione e far si che il mio essere si manifesti il più possibile per quello che è.

Spero così di comprendere quando vivo nella reazione della paura e non nell’azione della mia naturalità, dandomi in questo modo la possibilità di perdonarmi per gli attacchi che ho compiuto verso me stessa e verso gli altri, per la paura di non essere degna di essere come sono.

Questo carattere e questo modo di essere al mondo mi appartengono, sono le potenzialità che ho avuto e che ho per vivere al meglio, solo voglio essere io ad amarlo per modificarlo, cambiarlo nel senso di renderlo naturale per come è all’origine, e non la reazione alla paura di non meritare.

Solo se tolgo il pilota automatico e mi metto alla guida del mio veicolo posso raggiungere il ben-essere e gli altri umani per chiedere di condividere un po’ della strada che ho da fare.

Posso relazionarmi con loro senza nascondere qualcosa che è parte di me, posso chiedere di aiutarmi a soddisfare qualche mio bisogno senza aspettarmi che lo soddisfino, provando così il piacere della condivisione e sentirmi meno sola.

Anche quando mi sentirò un granellino nell’universo, è vero che sarò sola, però ci saranno altri miliardi di granellini, soli come me, in grado di sentirsi in empatia con me.

Concetta Brachino – Associazione Culturale Kamar

Foto | Lincolnian (Brian)




Concetta Brachino