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Posted 30 Aprile 2010 by Silvana Sonno in Poesia e dintorni
 
 

Enheduanna, primo poeta della storia dell’umanità

Enheduanna, sacerdotessa del dio Nanna a Ur e poetessa

Enheduanna, sacerdotessa del dio Nanna a Ur e poetessa

Il primo poeta conosciuto a livello mondiale, perché ha “firmato” i suoi componimenti, sia pure nei caratteri cuneiformi della sua antica cultura, è una donna. Una poeta di nome Enheduanna, vissuta in Mesopotamia tra il 2285 e il 2250 a.C., che fu sacerdotessa della Dea Inanna ad Ur, per la quale ha scritto numerosi inni (il più famoso è proprio l’«Inno ad Inanna»).

La poesia di Enheduanna

Si tratta di poemi di magistrale bellezza (che si trovano pubblicati, ad esempio, dalla Venexia editore), importanti anche perché considerati da studiose/i di varie nazionalità “il primo resoconto scritto della coscienza di un individuo sulla propria vita interiore”. Nella fattispecie un’individua, che canta la sua dea, riconoscendo ad essa il ruolo di archetipo femminile, in quanto le appartengono sia elementi divini che terrestri, e pertanto può essere celebrata anche come rappresentazione del potenziale femminile, di cui Enhuanna dimostra di avere piena consapevolezza.

Attraverso la lingua della devozione, espressa in poesia, la sacerdotessa-poeta celebra contemporaneamente la propria liberazione – spirituale e psicologica – dal ruolo di figlia obbediente da un padre molto autorevole. Infatti Enheuanna è figlia di Sargon di Akkad, ma sceglie di scrivere in lingua sumerica – nonostante l’accadico fosse la lingua della famiglia e la lingua ufficiale dell’impero del padre – attribuendo alla scelta delle parole con cui dire e dirsi la via maestra della propria autodeterminazione come donna.

La forza di questa antichissima madre, pur nascosta dentro l’oblio che molte vicende del passato subiscono – se non per certi interessi di nicchia, se così si può dire, che periodicamente li riportano alla luce dello scambio culturale e del confronto – ha “lavorato” nel corso delle genealogie fino a improntare di sé i versi di più giovani discendenti di quell’antica cultura, che oggi deperisce sotto la barbarie della violenza, ma che affida ancora alla voce poetica di donne la sua ispirazione millenaria.

Tre poesie in omaggio a Enheduanna

Propongo alla lettura alcuni testi che mi hanno molto colpito e spero possano essere ben accolti da chi segue con attenzione questo blog e questa rubrica, tratte da Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee, a cura di Valentina Colombo (Mondadori, 2007).

Enheduanna e Goethe 

Siamo diversi:
tu hai pensato e poi scritto i tuoi versi,
io ho dato vita alle mie poesie,
poi ho espresso il mio pensiero.
Perché mi biasimi quando chiamo a raccolta
le schiere di amanti ed esiliati
nel cimitero dei giorni?
Hai risvegliato donne che ho rinchiuso nelle prigioni dell’inferno.
Occidente, sono perniciosa…
Nessuna pietà nel mio cuore.
Ma sono la sacerdotessa dell’immenso dolore,
trascino via la tua terra dalle reti delle parole
mentre tu mi trascini al tuo Divano occidentale-orientale.
Siamo entrambi equilibristi sulla stessa corda
anche se destinati a due abissi diversi.
Spalanco le finestre delle tue parole,
trovo la mia bara nelle tue elegie,
esiliata, abbandonata da un Oriente distante.
I miei anni sono destrieri feriti dalle tue lance…
Non smettono di nitrire.
Straniera in casa tua
ma a casa mia
sovrana del lamento.
Oriente, che cosa mi hai fatto?
Ti ho amato, ma mi hai portato solo vergogna.
Mi hai sfigurata come un esercito di cieche Shahrazad,
hai superato ogni limite danzando sul mio corpo,
mi hai nutrita del desiderio delle stelle
nei rapidi istanti del fulmine…
ma tutto ciò da dietro un velo.

[Amal al-Juburi (1967) Iraq]

Sono una donna

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

[Joumana Haddad (1970) Libano]

Donna d’acqua

L’acqua non è scivolata verso di noi
ardendo con la violenza della sete.
Perché l’acqua segue le mie tracce
dimentica dei sui canali
e delle pianure alluvionali?
Perché non poggio il mio viso
sull’orlo dell’acqua
per sapere
come ha potuto nasconderci il suo colore,
come le abbiamo fatto perdere l’odore?
Perché non divento il segreto dell’acqua?
Perché non divento femmina per il suo maschio,
e lo aspetto nella caraffa
fino al sopraggiungere dell’estate?

[Amal Musa (1971) Tunisi]

Foto | Mapsburgh




Silvana Sonno