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Posted domenica, 18 Luglio 2010 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

Grigore Vieru. Tutto l’universo nel tremolio di una foglia


Rinasce nell’anima l’Orfeo di Grigore Vieru (1935-2009), poeta romeno contemporaneo tra i più noti e i più amati di sempre.

Il titolo del libello di poesia per bambini con cui ha esordito nel 1957, Allarme, accenna a un dato significativo: lo stimolo alla scrittura gli è venuto dalle intime sue paure oltre che da una condizione (o percezione?) di solitudine. Ma un po’ in generale tutti i titoli delle sue opere e delle sue raccolte poetiche presentano una sorta di eccedenza semantico-letteraria: da Buon giorno, fiocchi di neve! fino a Il mistero che mi protegge; da Armoniche e Il principe azzurro Arcobaleno a Gridai verso di te e La piccola ape; da Grazie della pace e Piccoli favi a Vedo e confesso e Ora e per sempre; da Poesie adatte alla vostra età e Domenica delle parole a Pulire il pozzo e Metafore blu; da Il verde ci vede! e La stella del venerdì a La radice del fuoco… E forse proprio tutta questa fantasia espressiva, unitamente al pungolo dell’(auto)ironia che mai lo ha abbandonato, è stato per Vieru il miglior antidoto contro la malefica pressione della censura di un regime che, nella sua Repubblica Moldova, si faceva sentire, eccome, già a partire da una asfissiante macchina burocratica.

Un dialogo poetico a più voci
Quello che emerge piuttosto chiaramente dalla lettura delle poesie di Vieru è una sensazione di polifonia. È come se l’autore abbia impostato la sua lingua in chiave dialogica e interloquisca così, liberamente e senza mediazione alcuna, con altre voci. Tutte le voci coinvolte, allora, concorrono a suggerirci qualcosa del mondo poetico che da tale polifonia scaturisce, anche perché è «nella stessa lingua» che tutto piange e tutto ride.

Incontriamo perciò la voce del passato – il proprio, con il coinvolgimento ‘pascoliano’ del fanciullino, ma anche quello condiviso, attraverso un dialogo con gli avi –; riconosciamo la voce delle proprie emozioni-paure- passioni-attese; scopriamo la voce della madre, figura molto presente nei versi del poeta romeno, e di ogni madre, ora generatrice di vita («tutto nella vita muta, / solo la sorgente resta» leggiamo in La sorgente) se non proprio coincidente con essa e con la natura (in Essere madre: «anche l’erba il tuo nome conosce / e la stella sa i tuoi pensieri») e ora dispensatrice di consigli, ora accogliente rifugio e ora provocazione a nuove modalità di vivere e di pensare.

Ci imbattiamo persino nella voce della morte, che il poeta sfida e cui, con la spietata invettiva che le rivolge (Litanie per organo), riesce a dare scacco: «Non ho niente contro di te, morte, / non riesco neanche ad odiarti […]. / Ma cosa faresti tu e come vivresti, / se avessi una madre e lei morisse, […] se un figlio avessi e lui morisse? […] Paura, timore di te non ho – / ti compiango solo profondamente / perché una madre non avesti, / perché dei figli mai avesti». Altrove (Metafora) ribadisce: «E non esiste la morte! / Solamente cadono le foglie / per vederci meglio / quando siamo lontani», mettendo così in atto una rivoluzione di significato e percezione che squarcia di colpo le tenebre.

A proposito della morte e degli avi, è il poeta a chiedere a gran voce all’amata (Quando) di evitargli, una volta morto, di essere seppellito sotto terra come gli avi appunto: egli preferisce che lei lo seppellisca nella luce potentissima e accogliente dei suoi occhi. Anche perché meglio e in modo più completo lo conosce lei piuttosto che la morte (Meglio), che pure dentro di lui canta profondamente.

Qua e là non mancano accenti di sensualità, che sempre va di pari passo con la naturalità e che comunque s’esprime con una sorta di corrispondenza con la natura. Quella sensualità, che talvolta si fa tenerezza, è parte integrante del dialogo a più voci e presuppone un ciclo vitale che ha in nuce tutta la natura, come in Parlami, amore: «gli alberi anziani / rimangono a casa, / come dei nonni, / con i piccini. / Nelle braccia li cullano, / finché gialle divengono le foglie. / Poi i venti arrivano, / gli uccelli se ne vanno, / le foglie cadono, / le piogge le coprono. / I loro rami dolgono / e non hanno più chi cullare». Ma è così un po’ dappertutto, tra quegli abbracci che sono «più dolci dell’uva matura», le sensazioni di immortalità a rimanere avvinto dalla «florida profondità » degli occhi dell’amore e le immagini del mare immensamente libero e della foglia di vite che tremola.

In Voglio vederti la confessione fa rima con leggerezza: «Mi manca l’erba fresca / dei verdi occhi tuoi; / le sopracciglia nere / nel fremito leggero / come la dolce pioggia / sui boschi secolari». In virtù di un gioco dialettico, è Una calda nebbia a mettere in scena il teatro delle corrispondenze: «Dov’è l’uccello / svegliato all’alba / dai sussurri del nostro amore?! / Dov’è il nostro amore / svegliato all’alba / dal canto dell’uccello?». Ancora: «Ah, dalla tua camicia, / frusciando come il fogliame, / usciva il tuo nudo corpo, / come il sole tra le nuvole» risuona Il richiamo del sole, dove fa la sua comparsa anche l’accenno alla cantilena d’una filastrocca popolare romena, cantata dai bambini che scongiurano la pioggia: «Esci, sole, esci, / che ti darò ciliegie!».

La patria, la guerra, una rosa recisa
Il linguaggio di Vieru, sognante e fortemente simbolico e immaginifico-metaforico, si muove peraltro su un terreno concreto, fatto di pane «bocca senza parola» (Perdonami…) e che significa felicità (Anche il pane) perché ci si può appoggiare la guancia, come pure di terra intrappolata sotto le unghie e tra le pieghe delle rughe di visi scolpiti dal dolore non meno che dagli anni. Le immagini partono dal basso per elevarsi a forma poetica anche assai raffinata, i gesti sono quelli quotidiani, investiti di un che di aulico: il poeta ricorda che, da piccolo, con un Cannocchiale ingrandiva ogni cosa: la briciola di pane azzimo, le onde del Prut (affluente del Danubio), gli uomini baffuti delle immagini russe, ma anche le parole e il silenzio, tanto più che il gioco infantile con le parole comportava che ogni tanto qualcuna si perdesse fino a crearsi un vuoto di parole (da leggere e rileggere Abbecedario); e poi: «Qualcuno, in alto, sul colle, / lava la faccia della Luna / con la nostra lacrima » (ancora da La sorgente) prima che l’alba giunga a sciogliere la notte (Le mani materne) e che Una calda nebbia di foglie scivoli tra gli alberi.

Anche l’idea di patria ne esce trasformata e si fa patria quotidiana, lontana dalle retoriche di questo o quel bellicismo. Sia in maniera esplicita: «Avere una propria dimora, / una lingua profondamente tua, / una memoria personale: / ecco cos’è la Patria» (Nessuna stella), sia tra le righe: «È pane caldo questa pietra. / È vino nobile questo vento. / È basilico selvatico l’assenzio. / Arriva l’alba, dorando il mio pane. / Arriva il tramonto, insaporendo il mio vino. / Arriva la madre, addolcendo il mio pensiero» (Patria). Come dicevamo, il verso di Vieru incontra spesso il dolore, i patimenti e a tratti la disperazione; il poeta stesso sembra perseguitato dalla sofferenza che, nel pallore del suo aspetto tangibile, arriva a fissarlo negli occhi, nascosta tra i tigli in fiore (Sentiero bianco, sentiero verde), come per preparare un agguato alla sua fede incrollabile nella parola.

E tutto ad un tratto arriva la guerra, con la sua «bufera ardente» accompagnata da siccità e fame: la prima simboleggiata dalla cenere e la seconda, munita di chele (Capelli materni), mossa da ombre (Da dove sai); che poi fanno eco alle «fatiche della terra» (Notti materne).

Ma a farci respirare, dopo tanto penare tra guerre e carestie e mille fatiche terrestri, su tutto torna sempre un gesto, colto nella sua immediatezza e in tutta la sua irriducibilità, profondamente umano e che tuttavia ha qualcosa di divino. «Una rosa, recisa dolcemente / dalla mano di una donna. / […] / Custodisco nell’anima / il volto mai visto». Da un gesto scrutato a una memoria indelebile. E in mezzo c’è tutta una poetica straordinaria.

Giuseppe Moscati in Rocca, 1 luglio 2010, pp 45-46




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