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Posted venerdì, 13 Agosto 2010 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Nel paese delle fiabe (allegro non troppo, ma con brio)


Se la bimba incontra il lupo
è un incontro periglioso
ma è la fiaba che lo vuole
è un racconto avventuroso.
Ma se è lei che mangia il lupo
Che storia è questa? subito dite
Una bambina è un essere mite.

Non prendetela con me
sono tempi strani, questi
c’è chi dice che anche i lupi
sono agnelli mascherati
e chi dice che gli agnelli
non son più vegetariani
e chi dice che i bambini
lieti azzannano ai polpacci
dentro i parchi travestiti
da folletti o da fatine
e chi dice che i folletti
e ancor meglio le fatine
sono alieni in gita amena
o a famelica merenda
c’é chi dice questo e altro
e alle fiabe ha rinunciato
se non altro per giustizia
porta i lupi e abbasso i cupi
tempi d’oro delle bimbe
per i boschi sguinzagliate
portatrici di cestini per
nonnine o principotti
orchi, streghe
sorellastre
padri assenti
madri morte
zucche transgeniche
e gatti parlanti
mele stregate
funghi giganti
fate madrine
e matrigne assassine.

“Che la bimba mangi il lupo!”
Sotto è questa la morale
e ogni fiaba a lieto fine
la rimarca con vigore
“Via i cattivi, viva i buoni!”
Guardie o ladri?
Bulli o pupe?
Lupi o agnelli?
Fate o streghe?
Neri o bianchi?

O?… O?… O?

O stai qui o stai di là
altro modo non ci sta
e se vuoi tirarti fuori
dall’onnivora follia
caccia l’orco e Pollicino
via la nonna, via i nanetti
via le streghe e via i folletti
sono tutta gente trista
fogli della stessa risma.

Se la bimba mangia il lupo
Ma che storia – dite – è questa?
ma la stessa, sempre quella
nel paese delle fiabe
non c’è scampo o mangi
o aspetti d’esser presto
masticato, ben gustato
lungamente digerito
e se sei vegetariano
hai il fagiolo gigantesco
il pisello dentro il letto
melarance fecondate
una mela svelenata
la carrozza rinzuccata
sì, ce n’è per tutti i gusti
non ti puoi chiamare fuori
a patto di far sciopero
e al mangiare rinunciare.

Ecco, questa è un’idea bella
ma in metafora, s’intende
che se a lungo vuoi campare
o ti cibi o sei mangiato
e allora non c’è scampo?
Nelle fiabe tocca stare?
Che paese vuoi cercare?
Se non questo è meglio quello?
Mamma mia che confusione
forse è meglio rinunciare
a pensare e ripensare
e magari, sotto sotto
la morale vera è questa
lupo o bimba
guardia o ladro
sol chi vince la tenzone
ha diritto ad una storia
a una bella narrazione
a una certa istigazione
a commettere il reato
che si può più digerire
nel banchetto apparecchiato.

C’era una volta e sempre sarà
chi alla sua mensa inviterà
………………………..?
Magari te, sotto a chi tocca
sei fortunato, sentiti grato
limati i denti, cura le unghie
prepara lodi al capocuoco
mentre rosola sopra un bel fuoco
la tenerella filantropia
che premia i buoni e li cucina
con prelibata alta maestria.

Di questo parlano sempre le fiabe
e tutto ciò che serve imparare
lupo o bambina, principe o strega
fata madrina o matrigna assassina
è diventare bravi in cucina
e dentro i piatti ben assettare
chiunque senso alla storia nega

In questo modo mai mancherà
cibo sicuro per questo o per quello
e dunque guerra alla fame è la danza
di chi giocando diventa pietanza
ma di chi anche aspetta bel bello
di percepire in buona sostanza
come la storia potrà mai finire
senza difetto di verità.

Larga la foglia stretta la via
la culinaria è la vera magia
Chi mangia chi? non domandare
sta’ però all’erta e non ti scordare
che anche il più amabile romanticismo
– nel paese delle fiabe –
trova un accordo ben temperato
con la parola cannibalismo.

Questa poesia/canzone mi sono divertita a scriverla e spero che risulti divertente anche per chi la legge. È a mo’ di scherzo, sviluppa però un ragionamento, che può essere letto in modi diversi. Posto che “il paese delle fiabe” di cui tratta è un’evidente metafora della società in cui viviamo, dove ci viene offerto di ricoprire dei ruoli che rappresentano altrettanti stereotipi, i quali tengono insieme il corrente modello culturale; posto che abbiamo la possibilità di scegliere (alcune/i di noi ce l’hanno) da che parte metterci, si può obiettare che l’impostazione del testo celebra una sorta di equivalenza delle diverse rappresentazioni e dunque può essere interpretata alla luce del motto qualunquista che recita: “Tanto sono tutti uguali…”. Diversamente si può vederci l’incitamento ad uscire dalla narrazione consueta, e provare a ricercare per noi stesse/i altre possibilità di espressione e relazione, in modo da rivoluzionare i cliché consolidati che ci vogliono “o…” “o …”, dentro delle polarità che vengono proposte come innate o naturalmente definite, sia pure con gli aggiustamenti culturali che la storia di volta in volta richiede. La nostra società presenta una varietà talmente alta e disinvoltamente esibita di crimini contro la dignità umana, oltre che di delitti veri e propri contro la persona e l’ambiente, che appare legittimo in alcuni casi auspicare un capovolgimento delle parti assegnate ai diversi attori sociali, per cui il povero vorrebbe essere al posto del ricco e il giusto poter prevalere sull’ingiusto e imporre le proprie regole. Stare dalla parte delle vittime è un impulso nobile e praticarlo è certo una qualità morale positiva, e quando, spesso, si accompagna con espressioni di rabbia o violento sdegno contro i prepotenti, non si può negare loro accesso al discorso e alla ribalta sociale. Ma è innegabile che in questo modo restiamo dentro un modello e finiamo per sostenere, proprio con le nostre buone intenzioni, i comportamenti e i costumi che deprechiamo. In verità – e questo lascia intendere il testo – non serve immaginarsi dentro una società rovesciata, anche perché di questo tipo di illusioni abbiamo già pagato pesanti conseguenze, quanto invece fare uno sforzo per lasciare cadere la fascinazione di vivere dentro una narrazione “fiabesca” dove – rimanendo dentro i termini posti dalla poesia – se si è principesse, e belle e buone per giunta, ci deve stare per forza una strega o una matrigna malefica.

E che vinca l’una o l’altra è questione di fortuna o meglio delle fortune di cui gode lo stereotipo vincente di turno.




Silvana Sonno