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Posted lunedì, 13 Settembre 2010 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Pietre


In queste ultime settimane tutto il mondo – il “nostro” mondo – sta in ansia per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Tutto il mondo in ansia auspica che venga revocata la turpe condanna a morte che il regime iraniano ha stabilito per lei. Tutto il mondo rabbrividisce al pensiero di quella turpe pioggia di pietre che la minaccia e ogni giorno vengono srotolati, dai balconi dei palazzi istituzionali, manifesti giganteschi col suo bel viso assorto, incorniciato dal velo nero delle donne islamiche.

La tivvù ci mostra quotidianamente le immagini di questa tensione collettiva che si esprime in incontri ufficiali, mediazioni politiche ai livelli più alti e manifestazioni di comuni individui nelle piazze e nelle vie delle “nostre” città, e anche internet ne dà prova in centinaia di siti, blog, social network, che si incrociano dentro e attraverso migliaia di indirizzi e-mail, mailing list partecipate o rubate, appelli lanciati nello spazio condiviso della rete, dentro il tempo personale delle famiglie e di solitari individui che si ritrovano uniti in questa attesa, agitata da emozioni e passioni diverse e uguali. Ciò avviene in tutto il mondo occidentale. Almeno così appare.

Nella lapidazione promessa e annunciata contro Sakineh forse risuona il chi è senza peccato scagli la prima pietra che fa vibrare le radici che si vogliono cristiane di un’Europa – e non solo – che in realtà sembra aver impiegato i millenni passati da quel monito per dimostrare di essere senza colpe e dunque poter a ben diritto scagliare pietre – noi sì! – contro i “veri” peccatori, che sono sempre altri, dentro o fuori dei nostri confini. La parola pietra è diventata così metafora generalizzata per indicare, elaborare, esorcizzare conflitti e attribuire diplomi di conformità alle norme, o all’opposto per stigmatizzare, punire, estinguere (anche in senso proprio) i ribelli, gli oppositori, i diversi, i nemici – uomini e donne –, chi è pietra di scandalo, invisa/o a chi è pietra d’angolo e su quella pietra ha fondato la sua identità. Qualcuna/o ricorderà il film di Ken Loach del 1993 Piovono pietre che raccontava la difficile vita di un disoccupato di Manchester che si affannava per riuscire a comprare il vestito della prima comunione per la sua figlioletta. Sullo sfondo il neoliberismo thatcheriano ormai imperante. Bene, il titolo di quel film faceva riferimento ad un proverbio inglese che recita così: quando piove, sui poveri piovono pietre, un estratto di saggezza popolare che in altre lingue e con altre immagini è presente in tutte le società e le culture. Per fare qualche esempio concreto, chi può negare che anche nel nostro paese arrivino continuamente pietrate ben assegnate sulle teste di lavoratori e lavoratrici spinte/i fuori dal mercato e non solo quello dell’antico lavoro delle braccia, ma che riguarda anche i cosiddetti lavoratori intellettuali, i colletti bianchi, i neolaureati, giovani d’ambo i sessi destinati a essere “solo” precari non meglio identificati, ché un colpo di pietra ha fatto sparire anche i nomi che una volta servivano a identificare competenze, qualità, professionalità, desideri, aspirazioni, risucchiate dentro un sistema che non contempla più la possibilità di mobilità, se non quella della frammentazione che qui da noi ormai si chiama flessibilità. E se non sei flessibile e non riesci ad abbassare flessuosamente la testa, tanto per fare un altro esempio, una pietrata non te la eviti di sicuro. È la regola. Scriveva Carlo Levi parlando dei contadini siciliani del dopoguerra in perenne attesa (sia pure scandita da azioni e prove di crescente dignità) di una “vera” riforma agraria che le parole sono pietre e affidava alla lingua il compito di descrivere e denunciare con netta durezza le condizioni insopportabili di quel mondo. Parole da allora ce ne sono state e ce ne sono molte, parole leggere, parole d’aria, mentre le pietre sono piovute pesanti e continuano a piovere sulla testa dei “poveri” che oggi parlano ancora il siciliano o qualche altro dialetto del nostro Sud, ma in molti casi hanno la pelle colorata.

E che dire delle donne che in tutto il mondo “civilizzato” – a leggere le statistiche – rischiano di morire prematuramente per violenza domestica più che per il cancro o altre malattie, e nei nostri media sono sempre rappresentate come vittime dell’amor fou e rischiano spesso di essere racchiuse in una narrazione che le fa protagoniste di cronaca nera, insieme ai loro carnefici, in una sorta di par condicio da cui escono se hanno la fortuna di essere madri, essendo la madre la pietra miliare della famiglia come l’intendiamo noi. (E come chiariscono i recenti fatti di Messina, dove una giovane quasi madre e il bambino in procinto di nascere sono stati condannati alla mutilazione – lei – e al rischio della minorazione – lui – dall’arroganza e dalla supponenza di due galletti da cortile, investiti di un qualche potere).

Sakineh, che languisce in una prigione iraniana, che viene fustigata, che rischia di essere lapidata, rischia però anche di essere la pietra di paragone – tragica parodia delle parole – tra un mondo che si vuole civile e uno arretrato che condanna a morte – e a quale morte! – le donne anche per colpe d’amore, e l’indignazione che la sua causa ha sollevato e a cui non mi sono sottratta, non deve però servire a nascondere il fatto che molti di coloro che protestano nascondono in mano un qualche sasso da scagliare, vicino al cortile di casa, contro chi non è dei nostri, il capro espiatorio di turno. Vogliamo parlare dei Rom a cui lo stesso Sarkozy che chiede la liberazione della donna iraniana ha chiuso le porte della civilissima Francia? E non assomiglia a una lapidazione il recente sgombero manu militari dei campi nomadi nella capitale, dove si è tollerato per anni che gente “come noi” abbia vissuto senza acqua né elettricità, con le candele sempre accese a cacciare via i topi nella notte e a far morire bruciati vivi i bambini? Anche il sindaco di Roma ha chiesto la scarcerazione di Sakineh e credo che se andiamo a leggere tra le migliaia di firme che hanno sottoscritto qualcuno degli appelli in suo favore troveremo facilmente i nomi e i cognomi di personaggi che in altre sedi tuonano per la difesa dell’identità, per la purezza della razza, per la salvaguardia dei valori cristiani, seminando odio contro il mondo islamico tout court, ma poi vanno a riverire Gheddafi e il suo circo, sponsorizzano il libro di Tony Blair che dichiara di aver sbagliato a scatenare – insieme ai suoi compagni di merende– la sanguinaria guerra in Iraq, ma Saddam era tanto cattivo… O tacciano di terrorismo chiunque provi a impugnare le proprie pietre – come fece il piccolo Davide – per paura che il gigante Golia vacilli di nuovo. Il gigante Golia non è una qualche entità caratterizzata da profili politici o economici o culturali particolari, o almeno non è nelle mie intenzioni alludere a questo, il gigante Golia è chi non vede la trave nel proprio occhio riflessa negli occhi degli altri trafitti da una trave – spesso tragicamente enorme, come in questo caso – diversa, ma simile nelle origini che trovano fondamento nella violenza del potere, e dunque, alla lunga, anche negli esiti.

Foto | Checiàp




Silvana Sonno