0
Posted 18 Marzo 2011 by Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Mio caro papà: una lettera al padre che non c’è più

Mio caro papà

Mio caro papà

Mio caro papà,

tutti questi anni mi sono scivolati tra le mani molto in fretta, però ho avuto il tempo di assaporare tante emozioni.

Ho visto crescere i figli, le facce di chi mi sta intorno cambiare in un attimo (compresa la mia), il sole inchinarsi alla luna, l’aria dissolversi prima che potessi sentirla, la nostalgia di un abbraccio avuto e mai dimenticato, i profumi e gli odori svanire. Anche il tuo.

Dallo stereo dell’auto, Enzo Jannacci, con una vecchia canzone, dà voce a pensieri e immagini che mi provocano una grande malinconia “… perché la radio continuava a parlare / e mio padre andava per non tornare più…”.

Mio padre andava per non tornare più…

Hai sempre avuto coraggio nel fronteggiare tutte le sfide che la vita ti ha presentato, e hai lottato per vincere, allora perché hai permesso a uno stupido globulo bianco chiamato linfocita B, di trasmettere la sua alterazione genetica a tutte le cellule del tuo midollo osseo?

Tu e le tue manie di grandezza… non potevi farti venire un herpes in un labbro?

Non ridere! Ti sei sbriciolato la schiena. E questo non in senso metaforico.

Accarezzando le tue vertebre avvertivo le irregolarità, gli avvallamenti anomali e terrificanti di “pezzi molli” perché è questo ciò che provoca un mieloma multiplo.

Orfano di madre dall’età di tre anni, sei cresciuto quasi in mezzo alla strada, ma con tenacia ti sei costruito una posizione di tutto rispetto.

Mi sgridavi sempre quando camminavo scalza, ricordando che le tue prime vere scarpe le comprasti da adolescente, con i tuoi primi guadagni.

Hai cancellato la tua vita usando la mia mano, e mi sono sentita come quando da scolara la maestra mi ordinava di passare lo straccio sulla lavagna per cancellare le divisioni, cosa che detestavo perché m’inzaccheravo di polvere di gesso.

Ti ho accompagnato, ho dovuto, mentre proprio quella mano voleva trattenerti.

Mi sembra sempre di sentirla la tua ultima stretta, mentre il tuo cuore smetteva di battere, e istintivamente ancora oggi cerco di scrollarmi quella vecchia polvere che non è gesso ma… tristezza.

Da piccola desideravo essere un maschio, volevo essere te, e questo fu motivo di tante punizioni e tanti tuoi sorrisi malcelati. Dopo il divieto assoluto di tagliarmi le trecce, di giocare con le biglie colorate e con la trottola di legno (all’epoca gioco tipico dei maschi nel quale ero una vera maestra), una volta provai a fare la pipì in piedi, gesto che mi valse due giorni di naso schiacciato contro il vetro della finestra, a invidiare le mie amichette che giocavano con le bambole sul marciapiede vicino a casa.

Tu sai bene che delle bambole non mi importava nulla, erano stupidi giochi da femmina! Ma la mia libertà… oh, di quella nessuno doveva privarmi.

Mi abbevero di ricordi per la grande sete, eppure l’arsura non passa…

Ero in terza elementare quando mi hai chiesto di insegnarti a incolonnare i numeri, perché nei calcoli orali eri bravissimo ma avevi difficoltà in quelli scritti. Povero babbo mio orfano, dal quale nessuno ha preteso che frequentasse regolarmente la scuola e forse, addirittura che mangiasse. Seduti al tavolo della cucina, con le spalle riscaldate da fuoco del camino, facevamo i compiti come due compagni.

…dacché ti lasciai, la mia vista è nel mio animo… (Shakespeare).

Ero incinta di tua nipote, quando un giorno posai il mio viso sul tuo petto chiedendoti di mettere la tua mano sulla mia pancia, ma con grande imbarazzo mi abbracciasti frettolosamente “ordinandomi” di passarti il telecomando del televisore. Te lo ricordi? Allora non ho capito… adesso so che mi abbracciavi ogni volta che i nostri sguardi s’incontravano. Non è facile, quando sei solo figlia, capire che ci sono tanti modi per abbracciare qualcuno o per stargli vicino.

Ricordo quando prima di andare al lavoro, socchiudevi la porta della mia camera per un saluto silenzioso. Ti vedevo, babbo. Tra il sonno e la veglia, ti vedevo.

Ho posato questi miei pensieri nelle mani del vento… sono per te.

Grazie per essere mio padre.

Antonella

Foto | emma freeman portraits




Antonella Serrenti