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Posted lunedì, 28 Marzo 2011 by Roberto Fantini in Mondolibri
 
 

Così io sono ai suoi occhi come colei che procura pace! Una recensione


Scrive Ludwig Feuerbach, il filosofo moderno che più di ogni altro ha saputo indagare con spietata lucidità il fenomeno religioso, che il regno dell’esistenza di dio non può essere che quello dell’immaginazione e che, di conseguenza, soltanto la fantasia ci salvaguarderebbe dall’ateismo.

Sta di fatto che le tanto insistentemente annunciate “morti di dio”, nonostante una società sempre più mondanizzata e laicizzata e una ricerca filosofica spiccatamente antimetafisica, non sembrano essere riuscite a scacciare del tutto dalla scena culturale, oltre che da quella esistenziale, il problema dell’esserci di dio e della sua eventuale natura .

Albino Luciani (uno dei pochi pontefici entrato nei cuori dei non credenti), da poco eletto papa e poco prima di essere rapito dalla morte, ci disse che dio è madre ancor più che padre. Tesi che suscitò imbarazzo in molti, ilarità in altri, profondo interesse e anche commozione in pochi animi sensibili e attenti. Il mite pastore, con quelle poche, semplici parole, ha avuto il merito di aprire una vera e propria rivoluzione teologica, ancora assai poco compresa nelle sue reali potenzialità.

Un dio non più pensato solo come padre, bensì come madre, infatti, sarebbe un dio liberato dal suo altissimo trono, dalla corazza del giudice austero ed implacabile e dagli sfoggi di potenza e di fulgore. Potrebbe finalmente scendere in mezzo ai suoi figli, a seminare fiori, con cura infinita e incondizionata apertura, incarnando la tenerezza che sa sempre comprendere e sempre perdonare.

Sarebbe un dio che nulla sa e nulla potrebbe mai sapere di “guerre sante”, di roghi di libri e di persone, di anatemi, di punizioni implacabili, di ordini apodittici.

Un “dio madre” non sarebbe più “signore degli eserciti”: mai più in suo nome si potrebbe marciare, né tantomeno benedire spade e cannoni. Sarebbe un dio dalle mani gentili destinate ad aiutarci a deporre tutte le insegne, il cimiero dal capo e le armi dal fianco. Non potrebbe avere più parole di fuoco e giudizi di pietra, ma soltanto sussurri di parole capaci di scendere negli abissi dell’anima per inondarla di gioiosa mitezza.

E tutte all’insegna di un dio ripensato in questi termini sono le meditazioni spirituali contenute nell’opera Così io sono ai suoi occhi come colei che procura pace! Sguardi femminili sul mondo e sul tempo (Graphe.it Edizioni, 2011). Il libro infatti, che raccoglie scritti di cinque donne accomunate da un condiviso desiderio di ricerca spirituale, vissuta in prima persona nella pienezza della propria dimensione esperienziale, pur toccando varie problematiche legate al cammino dell’esistenza, si fa promotore (come afferma Adriana Zarri nella prefazione) di una nuova e diversa cultura, che trae dal dio madre ispirazioni per un radicale e benefico mutamento di prospettive.

E molti sono, davvero, gli spunti di riflessione che ci vengono proposti.

Maria Anastasia di Gerusalemme ci esorta a “recuperare il principio, l’inizio della nostra vita, là dove un grembo ci ha accolti e nutriti e protetti e amati. Grembo di donna e grembo di Dio.” (p. 16)

Maria Aurora della Resurrezione ci ricorda che “alla fine della vita sarà lo sguardo dell’Amore a posarsi sui nostri giorni vissuti.” (p. 30)

Maria Concetta Bomba ci invita a “vivere ogni attimo come occasione di pienezza ‘ricevuta’, in un trasporto di gratitudine”, in modo da trasformare ogni atto “in gesto ri-donato, ‘offerto’ a un altro, chiunque esso sia, per amore della stessa Vita che dona.” (p. 38)

Maria Concetta Brachino ci ricorda che solo quando “saremo in grado di scendere nell’abisso della nostra umanità […] saremo in grado di amarci e di amare.” (p. 50)

Silvana Sonno ci esorta, rifacendosi ad un illuminante pensiero gandhiano, a non permettere che i nostri cuori si allontanino, confondendo la distanza legittima delle idee e delle intenzioni con l’inimicizia, l’ostilità e il rifiuto dell’altro. (p. 54)

Ma il senso dell’intero libro forse lo possiamo trovare nelle seguenti parole di Maria Anastasia di Gerusalemme, presenti in uno dei due saggi collocati in Appendice:

“Noi, che non riusciamo a trovare la forza di stare al mondo, di continuare a portare avanti il nostro compito, rispondendo ogni giorno alla nostra chiamata; noi, che forse siamo davvero troppo stanchi, troppo logorati, per rimanere ancora in scena, dovremmo ritornare a questo punto sorgivo, a questo principio di vita, che è lo sguardo del Signore su di noi. Uno sguardo offerto con occhi di donna, occhi di madre, perché capaci di farci essere, di farci vivere.” (p. 69)

Difficile dire se l’umanità del futuro potrà fare a meno di dio, se, anzi, per ritrovare se stessa (come sosteneva Ludwig Feuerbach) dovrà necessariamente farsi atea. Certamente, se di dio avvertirà ancora il bisogno, c’è da augurarsi che si tratterà sempre più di un dio sovrabbondante di amore femminile. Di un dio capace di portare silenzio, pazienza e fiducia, incapace di dividere, incapace di escludere, incapace di respingere.




Roberto Fantini