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Posted sabato, 4 Giugno 2011 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Donne e Risorgimento: Francesca la garibaldina e Antonia Masanella

Le Madri della PatriaDelle moltissime donne che hanno partecipato alle lotte per il Risorgimento nazionale, molte sono figure che hanno lasciato di sé tracce così labili, da rimanere appena evocate nella mitologia dell’epopea risorgimentale, nel racconto leggendario tramandato in forma orale, senza che possano essere ascritte alla Storia, che invece – come si sa – ha bisogno di documentazione certa.

Ma spesso la forza e la capacità suggestiva di queste “ombre” è in grado di rischiarare la zona oscura, in cui stentati ricordi scolastici relegano fatti e personaggi di sicura importanza e preminenza, rianimando contesti lontani con il richiamo di emozioni facilmente condivise e condivisibili; il coraggio, la paura, l’innocenza, l’intraprendenza, il sacrificio di sé, l’amore, il dolore, la voglia di libertà, l’idealità, appartengono al genere umano fin dall’alba dei tempi e anche – dunque – a questi nostri tempi, che pur appaiono così “modesti” nell’agire e nel pensare un mondo diverso e migliore.

Francesca la garibaldina

Ho trovato nel libro di Renata Pescanti Botti: Donne del Risorgimento Italiano, un brevissimo profilo, poco più di un accenno, per i motivi sopra delineati, di una giovane siciliana che, appena quattordicenne, si unì alle truppe garibaldine e trovò la morte nel settembre del 1860 a Casalbuono, a poca distanza da Padula, in Campania.

Scrive Renata Pescanti:

Questa fanciulla non può essere ricordata che con il nome di Francesca, così come ella disse di chiamarsi in punto di morte. Nessuno la cercò mai, nessuno si curò di lei, nessuno può narrare la sua storia, se non per quanto concerne l’episodio con cui si concluse la sua vita di donna combattente.

Pescanti racconta che la giovane, stremata per la fatica, si era ammalata di febbre e era stata accompagnata da un giovane soldato alto e bruno a casa della famiglia Novellini, che la accolse e curò come poté fino alla fine, della quale fu testimone Rosa Novellini, all’epoca tredicenne, la quale riferì di come il medico, chiamato al capezzale del “picciotto biondo”ammalato, si accorgesse che sotto la divisa garibaldina si celava una giovane donna.

Rosa Novellini morì a novant’anni ed ebbe dunque modo di rievocare più volte l’episodio, che proprio alla sua memoria rimase affidato. La donna ricordava anche che al funerale della ragazza partecipò tutto il paese di Casalbuono, colpito dalle sorti della piccola siciliana, e che il suo corpo fu affidato alla terra, sopra la quale fu messa una lapide con su scritto, semplicemente: Francesca , la Garibaldina.

Sempre secondo Rosa pare che le ultime parole della giovane siano state: Ho 14 anni e sono pura. Sono pura!, a dimostrazione di quanto la scelta di vestire abiti maschili e andare in guerra “come un uomo” abbia certamente cozzato, nel suo animo, contro principi e valori che l’avrebbero voluta in una condizione diversa e con diversi pensieri. Quel ribadire in fin di vita che la sua scelta era stata una scelta di libertà e non di libertinaggio è un messaggio lanciato a un mondo di ipocrisie e pregiudizi, contro il quale Francesca ha certamente intrecciato la sua battaglia con la lotta per la liberazione dei popoli oppressi, che dobbiamo accogliere come un esempio di eroismo “dal basso”, di cui spesso non riusciamo a cogliere e ad apprezzare il grande valore e che, ancora più spesso, non sappiamo neppure riconoscere.

Non conosciamo l’aspetto di Francesca, ma possiamo immaginarlo non troppo dissimile da quello di un’altra garibaldina poco nota, di cui però abbiamo migliori notizie e addirittura un ritratto, che dunque inserisco in questo testo, sicura di non fare un torto né all’una né all’altra. Sorelle entrambe nel percorso che le portò – da zone diverse e lontane d’Italia – a indossare la giubba rossa di Garibaldi.

Si tratta – quest’ultima – di Antonia Masanella (o Masanello), padovana, a cui il poeta del Risorgimento Francesco Dall’Ongaro dedicò un epitaffio, impresso sulla lapide della sua tomba nel cimitero di san Miniato a Firenze:

L’abbiam deposta la Garibaldina
All’ombra della Torre di San Miniato
Con la faccia rivolta alla marina
Perché pensi a Venezia, al lido amato.
Era bionda, era bella, era piccina ma avea
Cor di leone e di soldato.
E se non fosse che era donna
Le spalline avrea avute e non la gonna
E poserebbe sul funereo letto
Con la medaglia del valor sul petto.
Ma che fa la medaglia e tutto il resto?
Pugnò con Garibaldi, e basti questo!

E se non fosse che era/erano donna/e… !!!

Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea.
È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia.




Silvana Sonno