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Posted martedì, 19 Luglio 2011 by Luigi Milani in Racconti e testi
 
 

L’estate dei Police


Una selva di candele su alti candelabri. Centinaia di fiammelle danzanti al rito ipnotico di una canzone d’amore e possessione. Sting, voce e leader carismatico dei Police, che danza al rallenti, in un morbido kimono bianco. I capelli biondi del rocker che danzano con lui, al ritmo di Wrapped around your finger.

È questa la sequenza d’immagini che mi evoca quell’estate. Il video del brano era su tutti i teleschermi, dai bar della spiaggia ai video juke-box delle sale giochi. Lo ballavi a tarda ora in discoteca, quando il momento del lento, a lungo atteso, scatenava abbracci languidi e preludi di notti roventi in spiaggia.

La stagione non era cominciata bene per me. In un certo senso, era iniziata senza di me. In mostruoso ritardo con gli esami, ero rimasto, novello Alfieri, eroicamente avvinto alla sedia fino a Ferragosto.

Giunto al fatidico giro di boa di metà mese, non ne potei più però, e finii per cedere agli inviti di Luigi, un amico di Bologna che d’estate faceva il cameriere in un bar di Rimini.

“Lavoro fino a tardi, ma quando stacco ci vediamo e facciamo casino!” mi disse, accogliendomi alla stazione. “Starai con me, in una pensione sul lungomare. Ti troverai bene, la padrona è mia zia. Non ti farà pagare niente”.

Se eravamo ospitati gratis il motivo c’era: alloggiavamo in uno stanzone ricavato dalla vecchia soffitta in cima alla palazzina. La vecchia lo chiamava “Il Camerone”, un nome che era tutto un programma.

Mi rassegnai a dormire in un lettone matrimoniale dal materasso sfondato, in compagnia del mio amico. Si fa per dire, a dormire. Non rientravamo mai prima delle quattro del mattino.

Col passare dei giorni però, Luigi non riuscì più a mantenere il ritmo delle prime notti. Durante la giornata io potevo recuperare qualche ora di sonno in spiaggia, al contrario di lui.

D’altro canto, con settembre ormai alle porte, le presenze giovanili erano drasticamente scemate.

E scemo mi sentivo anch’io, vagabondo per le vie della Las Vegas italiana, in cerca di improbabili conquiste amorose. Fino a quel momento, poi, non è che avessimo concluso granché, a parte una nottata un po’ allegra in compagnia di una disinvolta camerierina della pensione.

Una sera, all’altezza del Grand Hotel, non trovai di meglio da fare che accasciarmi su una panchina. Mi sentivo come il protagonista di Morte a Venezia, ma senza Tadzio.

Guardai il mare. All’orizzonte un barcone, tutte le luci accese, stava riportando al porto una comitiva di turisti. Le note di “Romagna Mia” mi dettero il colpo di grazia. Accesi una sigaretta.

“Buttala!” m’intimò una voce femminile.

Alzai lo sguardo. Davanti a me, una ragazza bionda in jeans e t–shirt. Se non era un’apparizione quella, poco ci mancava.

“Eh? Come hai detto, scusa?”

“Quella roba lì” rispose lei, indicando la sigaretta, “buttala via, su!”

“Ah, questa. Beh, in fondo non hai tutti i torti”.

Sorridendo, misi via la Marlboro.

“Contenta ora?”

Tu dovresti essere contento, non io… Allora, sei contento o no?”

“Come una Pasqua, guarda!”

Doveva essere un’attivista religiosa, pensai con raccapriccio. O una sciroccata. O tutt’e due.

“Ti ho visto, sai, che guardavi il mare. Eri pensieroso…”

“Ah sì? Guardavo il mare e basta” ribattei, un po’ stizzito. Che voleva questa tizia, farmi la predica? Se queste erano le sue intenzioni, aveva decisamente sbagliato soggetto, mi dissi.

“Non è vero, sei triste. Te lo leggo negli occhi” insisté, in tono vagamente derisorio.

“Ah sì? E cos’altro vedi nei miei occhi, cara la mia psicologa?”

Mi fulminò con lo sguardo. Quello che aveva visto non doveva esserle piaciuto molto.

“Peccato” disse, sistemandosi la tracolla dello zaino. “Ti facevo diverso. Non sembravi uno di quegli idioti intenti solo a rimorchiare”.

“Ah, guarda, se è per quello, stasera tanto per cambiare non si batte un… No, cioè, volevo dire che ormai ho superato quella fase. Il sesso, vedi, ormai non m’interessa più”.

La vidi spalancare due occhi azzurri come le luci delle barche al largo. Poi, improvvisamente, scoppiò a ridere di gusto.

“Sei simpatico, sai? Come ti chiami?”

“Filippo. Ah, anche tu sei simpatica… Carla, cara la mia Ciellina!”

“Come fai a sapere che mi chiamo Carla e che sono di CL?”

Fui tentato di risponderle che avevo avuto una soffiata dall’Alto, ma mi trattenni.

“L’ho letto sul badge appeso al tuo zaino. Ma dimmi, che ci fa una pia fanciulla come te a passeggio come lungo le vie del peccato riminesi?”

Puntò l’indice contro il mio petto e sentenziò: “Primo, non sono una pia fanciulla. Secondo, non devo rendere conto di ciò che faccio al primo cretino che incontro. Terzo…”

“Basta, mi arrendo!” la interruppi, chinando il capo in segno di resa. Lo sguardo mi cadde sull’estremità di un volantino che sporgeva dallo zaino. “Meeting dell’Amicizia e dei Popoli” scandii. “Ah, ora sì che ho capito: stai facendo volantinaggio! Beh, ma bastava dirlo, no? Mi davi il volantino e finiva lì!”

“Nel senso che l’avresti buttato subito dopo, vero?”

“Dipende” ammiccai, squadrandola ben bene. Eh sì, aveva tutti gli… articoli a posto, la pia fanciulla, nulla da obiettare.

“Da cosa?”

“Dall’impegno che avresti messo tu nello spiegarmi le cose”

“Quali cose? Ma poi tu lo sai cos’è il Meeting?”

“Lo dice la parola stessa, no? È un incontro tra…. tra…”

“… Tra cosa?”

“… Tra culture e popoli diversi” risposi, andando a memoria. “Ma senti, ne hai ancora molti da consegnare, di quei cosi?”

Si guardò attorno, allargando le braccia sconsolata. La serata non doveva essere andata troppo bene neanche a lei.

“Capito. Beh, uno puoi sempre dire di averlo consegnato”

“Non ancora. E poi, a uno scemo come te, sai che risultato!” ridacchiò.

Sorrideva. Chissà perché, mi sentivo preso all’amo come una stupido pesce dell’Adriatico.

“Senti, suor Carla…”

Mi sferrò un calcio niente male. Massaggiandomi la gamba, le chiesi: “Ma non ti è venuta sete, a forza di fare apostolato? Qui sotto c’è un bar ancora aperto. E poi magari riesci a rifilare a qualcuno qualche altro volantino, ahah!”.

“Vedrai se non te li farò mangiare uno ad uno!” rispose, assestandomi un altro calcio.

Dal juke–box i Police cantavano la solita canzone. E io, l’ammetto, ormai mi sentivo davvero avvolto al dito di Carla. Che conosceva il brano, perché aveva preso a canticchiarlo, muovendo la testa e i fianchi a tempo, anche

Le offrii la destra. Carla mi scoccò un’occhiata in tralice, ma poi afferrò la mia mano e disse: “Ma sì, andiamo, dai! Tanto ormai qui non c’è più niente da fare per stasera”.

Qualcuno alla riva avevano acceso dei fuochi. Visti da lontano, con un po’ di fantasia ricordavano le fiammelle del video dei Police.

Carla e io cominciammo a ballare, tra la passerella spazzata dalla brezza notturna e lo spiazzo del bar, incuranti degli sguardi curiosi dei clienti.

L’estate per noi non era ancora finita.




Luigi Milani

 
Luigi Milani è giornalista freelance, editor e traduttore. Autore di due romanzi e una raccolta di racconti, ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tešanović, Processo agli Scorpioni e Nefertiti (Stampa Alternativa 2008-2009), e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). È tra i fondatori delle Edizioni XII. Vive e lavora a Roma. Per la Graphe.it edizioni dirige la collana di narrativa digitale eTales.