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Posted venerdì, 12 Agosto 2011 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Frammenti d’un percorso amoroso 7: voi, i giovani


L’estate, come è noto, è stagione favorevole alla dieta e, simmetricamente, alle trasgressioni che la gola non si risparmia pur incalzata da sensi di colpa, sbiaditi come le foto della forma che fu.

Ma l’estate nell’ebbrezza del tempo liberato, è anche propizia alla lettura e, qualche volta, anche alla ripresa di testi che si sa avere letto e amato, ma di cui la memoria conserva spesso una traccia così tenue, che appaiono nuovi nuovi, appena si riaprono in mano. Certo, questa è la caratteristica che alcuni autori imprimono alle loro opere, sempre così fresche e vitali e capaci, a ogni rilettura, di mostrare significati diversi, articolazioni della trama implicite, che si snodano come un gomitolo multicolore che imprime all’ordito sfumature di volta in volta imprevedibili.

Tale la capacità della buona scrittura, ancora più alta quella della grande scrittura.

Una preziosa opportunità mi si è offerta rileggendo Il castello dei destini incrociati, di Italo Calvino, che mi ha dato più di un’occasione di riflessione e stimolo intellettuale. Riporto una frase che è caduta in mezzo al particolare momento che sto vivendo, come una ciliegina candita, caduta dentro un bignè alla crema, che l’ha lentamente incorporata e tutta fatta sua, come se fosse sempre stato lì solo per accoglierla.

Questa la “ciliegina”:

[…] le generazioni si guardano torve, si parlano solo per non capirsi, per darsi a vicenda la colpa di crescere infelici e di morire delusi.

Questo che segue il malcerto “bignè” che metaforizza un improvvisato composto fai-da-te, prodotto della penna, che mi auguro meno informe e greve di certi dolcetti domestici che escono dalla mia cucina, nei pigri pomeriggi in cui la digestione ha cancellato il ricordo della ipocalorica, salubre solo-insalata, virtuosamente consumata a pranzo:

Lettera aperta alla gioventù che trascorre

Col volgere delle età – uso il plurale, perché a quella più vicina all’ultima mi riferisco ; a quella che nessuna/o oggi vuole più, né sa, chiamare vecchiaia – è come se si affinasse un processo che, poco alla volta, tende a eliminare dal ramo duro dell’esistenza i virgulti e i rami corti, i risucchi più giovani, che esprimono la speranza, la voglia, lo sforzo, l’ottimismo del vivere.

E resta, dunque, quel senso essenziale di tragedia che volge in morte, in definitivo silenzio e essiccamento d’ogni linfa, così che i vecchi e le vecchie – già, proprio loro, li ricordate? coi loro volti vizzi, i gesti incerti, i piccoli occhi velati, intenti a scrutare un’assenza, l’ombra che si staglia da troppa luce contro le pareti della mente -, loro non sanno più che mettervi in guardia dal pericolo: non andare lì, non uscire a quell’ora, guardati alle spalle, non dare confidenza, fa’ attenzione… attenzione… attenzione… (la vita è pericolo, ogni mossa nasconde un’insidia).

E anche quelle – di solito più numerose le donne – che all’opposto vi incitano a godere della giovinezza, dell’attimo, a non perdere tempo prezioso, perché presto non ce ne sarà ancora e poi più… anche loro vi richiamano a condividere il vuoto di senso che sta in agguato – nascosto dentro la disattenzione agli oggetti, alle parole che rotolano incontrollate, ai passi affrettati, nel vocio del giorno che pare non finire mai – , pronto a sorprendervi. Sì, la sorpresa che il tempo presto finirà e non ve ne siete accorti; la meraviglia d’essere andati così avanti, inconsapevoli, disattenti, imprecisi, sciatti, innocenti e crudeli come gli animali senz’anima, voraci di vita e d’infinito.

Voi, i giovani. E le giovani.

Ma le parole non servono a mettere in guardia da questo procedere spericolato e prima o poi vengono meno, calate nel risucchio dell’anima che sa e tace, o forse non sa, e acconsente al silenzio.

Resta l’appiglio di qualche trucco della lingua, una frase fatta, un tornante retorico, qualche breve citazione, più utile a me che scrivo e nella scrittura ho l’illusione di godere di una distanza senza età, di un’osservazione incoinvolta, uno sguardo come da entomologo, un sentimento d’interesse matrigno, dentro un lessico che non preserva dall’abisso ineffabile.

I vecchi muoiono in silenzio, si spendono in pensieri inespressi, covano immagini di sé liberate dal tempo che partorisce mostri, si lasciano andare, malinconici; le vecchie parlano d’altro/altri, sono felici o infelici, manipolano oggetti e li accarezzano, lisciano tessuti e praticano nutrimenti, affabulate senza distinzioni nel mitologema della specie, che accoglie e tumula.

La scrittura, una criptografia che affonda nelle storie e nella Storia; scacco per tutte e tutti.

Mantenere una consapevole misura nel contatto quotidiano con il trascorrere del tempo, che altera i corpi e indirizza gli spiriti a far pulizia interiore, perché il cammino sia spedito e il bagaglio leggero, è una scommessa di pura tensione, che stringe tutte le età a un patto di conciliazione, a una sorta di legame pacificato e fluido che fa a meno della competizione e del disinganno che spesso recludono le generazioni in un reciproco misconoscimento.

Ci siamo incontrati, per poco
a una curva della strada
e abbiamo incrociato lo sguardo

per poco, il destino ha cantato
una lieta canzone comune

per poco, e un che di famiglia
stava per rivelarci a noi stessi

ma quel piccolo tempo è trascorso
e ognuno ha ripreso la via

tu andavi in un verso e io nell’altro
ma nella curva stretta ho sentito
che mi sfioravi la mano

sul palmo una stellina trattiene
quel contatto lontano

è la stella degli incontri fatali
luce di verità sepolte
tra le pareti in ombra della mente

la mia mano segnata contiene
il ricordo di te

e il tuo passo veloce risuona
ancora nel sogno

tra i velami di antiche memorie
che il sonno protegge

Frammenti d’un percorso amoroso:


Foto | netsnake




Silvana Sonno