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Posted mercoledì, 21 Settembre 2011 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Impiegata anticaccia vuol essere esonerata dal rilasciare i tesserini venatori


Il titolo dell’articolo di Arezzo notizie – che riportiamo come titolo di questo post – è l’inequivocabile testimonianza di una presa di posizione morale contro la licenza di uccidere che le nostre istituzioni garantiscono alle società venatorie.

La signora Laura, dipendente del Comune di Cortona (Arezzo), che doveva consegnare i tesserini di abilitazione all’esercizio della caccia, ha invocato il diritto all’obiezione di coscienza, appellandosi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, alla Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e al Patto Internazionale relativo ai Diritti Civili e Politici e ha chiesto di essere esonerata da questo incarico.

Come è noto, l’obiezione di coscienza è prevista in casi ben precisi fra cui “questo“ non è contemplato, perché probabilmente la vita degli animali selvatici non è sufficientemente degna di essere presa in considerazione. Non intendo tout court pormi a difesa dell’obiezione di coscienza che molti danni produce in ambiti che mi stanno a cuore, come quando mette a rischio il diritto delle donne all’autodeterminazione, sancito da un referendum e poi da una legge dello Stato. Ci tengo dunque a precisare che in una società democratica le regole stabilite per legge devono essere rispettate, per cui anche il problema della caccia va affrontato in termini generali e non lasciato all’iniziativa individuale, che può però servire da detonatore di un disagio che, nel caso della caccia , trova un’eco molto ampia nella società.

La caccia è una attività che nella società dei consumi si configura solo come inutile spargimento di sangue di animali indifesi che non possono in alcun modo competere col cacciatore umano (?), a uso e consumo di attitudini perverse a considerare la vita /le vite come oggetti usa e getta. Non esito a dire che tali attitudini si riversano potentemente nell’immaginario collettivo anche fuori dall’ambito strettamente venatorio. La caccia è una superstizione, nel senso di una sopravvivenza della sua primitiva funzione fuori dalle necessità primarie e, aggiungo, una superstizione feticista che eleva l’arma da fuoco, col delirio di onnipotenza che elargisce, a simbolo e segno di una potenza personale che, evidentemente, degrada nelle quotidiane frustrazioni. Ma le creature viventi non possono fungere da capri espiatori o, più vilmente, da compensazioni autoreferenziali di “colpe” che debbono essere affrontate e risolte nelle relazioni sociali, culturali e politiche delle nostre comunità. Le istituzioni che difendono e blandiscono le associazioni di cacciatori per il serbatoio di voto che garantiscono si fanno complici del permanere di una cultura del più forte che semina sulla sua strada vittime innocenti e non solo fra uccellini e leprotti.

Sosteniamo e difendiamo la coraggiosa scelta di Laura scrivendo al sindaco e ai giornali due parole di commento personale, indirizzandole alle seguenti mail: [email protected] | [email protected]

Foto | Marion Doss




Silvana Sonno