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Posted domenica, 9 Ottobre 2011 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Frammenti di un percorso amoroso 8: divagazioni intorno alla verità, ai sogni, alla poesia


La rilettura dell’ultimo scorcio della caldissima estate che si è conclusa da poco ha riguardato Giacomo Leopardi e i suoi scritti, tra cui in primis le Operette Morali, che offrono un terreno di riflessioni ricco e stimolante, nella trattazione non di rado divertente e sempre piacevole dei temi proposti, e poi le annotazioni de Lo Zibaldone, dove l’autobiografia si coniuga con lo sviluppo di un pensiero tormentato e potente, che ha permesso la creazione di poesie tra le più alte del panorama culturale del mondo intero.

Proprio nella parte finale de Lo Zibaldone trovo un’affermazione che mi ha dato molto da pensare e su cui ho abbozzato – indegnamente, visto il punto di partenza – un ragionamento che intendo proporre al confronto.

Scrive Giacomo Leopardi che ci sono:

“due verità che gli uomini non crederanno mai: l’una di non saper nulla; l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molto dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”.

Si tratta di osservazioni fulminanti, tanto più incisive perché esposte col tono pacato di chi ha raggiunto una consapevolezza profonda sui grandi temi dell’esistenza, ma che proprio perché non sottoposte a discussione o giudizio hanno il tono perentorio di verità rivelate, che contrasta con il contenuto delle affermazioni stesse.

Chi non è nulla, e non sa nulla, nulla può dire e noi sappiamo invece che nel caso del nostro grandissimo poeta ciò che egli ci ha lasciato nelle sue opere ha certamente un valore altissimo di testimonianza di quanto lo spirito umano possa avvicinarsi all’abisso della Verità, senza sprofondare nelle sabbie mobili della consolazione, del fanatismo, del conformismo codardo, della negazione, della rinuncia. Per Leopardi lo strumento di questo procedere senza cadere è la Poesia.

Ma cos’è, cosa significa, cosa si intende per Verità? È una parola singolare (da qui la maiuscola) o plurale,come il cosiddetto relativismo culturale richiede?

Nel secondo caso la questione decade a elenco di postulati, sorta di “teorie ad hoc”, accettate grazie alla loro utilità in un campo specifico o nell’altro, non soggette a dimostrazioni e assunte come vere nelle diverse circostanze del discorso. Nel primo caso, invece, il vento del Mistero ineffabile soffia inquietante e avvolge ogni ragionamento dell’aura di sacralità, che proclama l’esistenza di una conoscenza superiore e richiede adepti.

La Verità (leggi: ricerca, ossequio, culto della…) è da sempre il principale feticcio delle culture umane. Nei tempi antichi cercata e s/velata nei miti di potenti cosmogonie, e poi assunta per essere ri-velata nelle parole custodite dalle grandi religioni; nei tempi moderni vera ossessione della scienza e della tecnologia, sempre indagata dalla filosofia, declamata nelle grandi ideologie della politica, insomma perseguita da quanto di meglio le civiltà umane possono mettere sul tappeto e spendere con liberalità. In ogni età difesa dalle armi dei potenti.

Quasi sempre confusa con sua sorella minore: la Realtà, e per questo ricondotta a forma mediocre del sentire umano, alla portata del desiderio d’infinito ridotto a immaginetta sconsacrata; ombra sognata e rinnegata nella profusione di luoghi comuni e praticabili, la Verità inseguita fugge nel labirinto affollato delle convinzioni, si confonde dentro la vetrina delle opinioni, per lo più confezionate a uso e consumo delle contingenze; si sfinisce nei meandri di “soggettive oggettività” elette a metodo e sistema.

La ricerca della Verità per ogni essere umano diviene così, spesso, il terreno della sottomissione ai poteri delle ragioni più forti, alibi per pavida inerzia, frustrante sospensione d’ogni giudizio, fino all’ossimoro proclamato dentro l’espressione banalizzante del fallimento di ogni ricerca: “La verità è che non ci sono verità!”… Ma allora?… Allora si ricomincia…

Propongo un’inversione del percorso, per cui invece di orientare la propria personale ricerca a scavare negli albori della nostra specie e di tutte le specie viventi per trovare il dato comune che ne caratterizzerebbe l’essenza, orientandosi chi sul versante scientifico chi su quello creazionista o comunque religioso, articolati entrambi nelle diverse vulgate comunque totalizzanti, perché non pensare la/le verità – invece che un dato costitutivo a cui tentare di accedere, nell’impotenza dichiarata dei mezzi a nostra disposizione – un obiettivo da costruire?

D. A partire da che?
R. Ma dai nostri sogni.

Facciamo che i nostri sogni divengano Verità (e non è un caso se dei sogni si dice che possono – o no – “avverarsi”), sottoponendoli al fuoco di una intima e tutta umana intenzione. Così ci ha insegnato Gesù di Nazareth che nasce figlio putativo di un falegname e muore indiscusso figlio di Dio. “Io sono la via, la verità, la vita” dice Gesù e fa del suo sogno un percorso da intraprendere insieme, corpi e anime, perché l’approdo sia il sogno inverato di tutte e tutti: la Salvezza.

Il sogno sognato e perseguito in molte/i ha una possibilità di “inverarsi” che i deboli desideri delle individualità non concedono. Come afferma Miguel de Unamumo,

il sogno di uno solo è l’illusione, l’apparenza; il sogno di due è già la verità, la realtà. Che cos’è il mondo reale se non il sogno di tutti, il sogno comune?

D. Sì, ma chi garantisce che questo tuo/ nostro sogno divenga una Verità Vera? Non un nuovo feticcio manipolato e contaminato da ambizioni maldestre?
R. Nessuno lo garantisce.

Prendiamoci – ognuna/o di noi – la responsabilità della nostra soggettività e avanziamo con quella. La nostra umana fallibilità ci sia maestra, il dubbio che incalza compagno di viaggio, la coscienza delle catene a cui siamo allacciate/i con le altre e gli altri come noi non ci sia peso, ma salvezza contro il nudo silenzio della solitudine dell’Io. Non lasciamo spegnere il fuoco che illumina la via e scalda i corpi, e se tra i lapilli compare qualche immagine illusoria, qualche fantasma che la ragione reietta, arruoliamo anche quelli alla pratica della vita che si costruisce: vero riscatto per chi vive e sogna e fa del sogno un atto di verità e non una transizione dal nulla al nulla.

Scrive Thomas Edward Lawrence (sì, proprio lui: Lawrence d’Arabia) ne I sette pilastri della saggezza (The Seven Pillars of Wisdom), libro di memorie, ma anche racconto poetico:

Tutti gli uomini sognano. Non però allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi della mente si svegliano al mattino per scoprire che il sogno è vano. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, giacché a essi è dato vivere i sogni ad occhi aperti e far sì che essi si avverino.

Uomini pericolosi – e donne, naturalmente –, perché capaci di fare a meno del mito di un Eden perduto o un Olimpo abbandonato, di cui avere nostalgia – che è desiderio del ritorno – e impegnate/i nel trapasso dal mito all’esperienza, e in una nuova mitopoiesi collettiva che fa dei sogni la testa di ponte verso una conoscenza, che possiamo anche chiamare “ aurorale” perché si nutre di immagini e emozioni, e fa della Poesia lo strumento principe di traduzione del sogno in Verità.

C’è chi dice che proprio la Poesia salverà il mondo, ma anche la poesia, come la verità, è esperienza da costruire e ci spetta come obiettivo comune, meta di un percorso che ha i caratteri del notturno bosco incantato e la concretezza del diurno necessario buon senso, per non rischiare inciampo nel concreto procedere.

Ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

(La poesia, W. Szymborska)

Frammenti d’un percorso amoroso:




Silvana Sonno