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Posted venerdì, 4 Novembre 2011 by Silvana Sonno in Punti di vista
 
 

Donne e Risorgimento: Margaret Fuller

Le Madri della PatriaNel ricordare la presenza femminile durante il periodo risorgimentale, non si può tacere l’apporto dato da donne provenienti da altri paesi, che scelsero l’Italia come patria d’elezione, e contribuirono con il loro impegno a formare la coscienza di una nazione appena risvegliata, e a fornire soprattutto alle donne modelli di partecipazione e coraggio civile. Tra queste mi piace ricordare la grande poeta inglese Elizabeth Barret Browning, l’americana Jessi White Mario, giornalista e patriota, come la connazionale Margaret Fuller di cui traccio il profilo.

Nata a Cambridgeport, frazione della piccola città di Cambridge nel Massachussetts (ora assorbita nell’area urbana di Boston), il 23 maggio 1810, Margaret è figlia di Margaret Crane e Timoty Fuller. Il padre, avvocato e importante uomo politico, impose alla figlia, fin dall’infanzia, una ferrea disciplina non adatta alla sua età, costringendola a studiare soprattutto i classici latini e greci per molte ore al giorno, che poi alla sera doveva recitare al genitore. Di questo periodo della sua vita margaret scriverà di essere stata vittima di “spettrali illusioni, incubi, mal di testa, sonnambulismo”, priva di “un’infanzia naturale”. L’educazione di Margaret procederà in una scuola privata e, autonomamente, con le traduzioni di testi in tedesco, francese e italiano che le consentiranno di impadronirsi delle tre lingue europee.

Nel 1833 il padre decide di trasferirsi in una casa di campagna dove, due anni dopo, morirà colpito dal colera, lasciando i familiari senza mezzi di sostentamento. Sarà Margaret a doversi occupare della famiglia, accantonando temporaneamente le ambizioni letterarie per iniziare un quadriennio (1836-1839) d’insegnamento prima a Boston e, poi, a Providence. Per due anni insegnerà nella scuola di Bronson Alcott (padre di Mary Louise Alcott, autrice di Piccole donne), noto per le sue idee innovatrici in pedagogia. Successivamente inizierà a scrivere per dei giornali e si trasferirà a New York.

A New York scrive di cultura e di questioni sociali, approfondisce il tema della prostituzione in connessione con quello del matrimonio di convenienza: “…cosa può fare una donna che non voglia essere moglie, né fare la sarta o la maestra?”. Nel 1843 si dedica alla produzione letteraria, inserendo le sue teorie progressiste e femministe nell’opera Estate sui laghi nel 1843 che, pubblicata l’anno successivo, le procurerà un certa notorietà e l’assunzione come giornalista nel New York Tribune.

Il suo Woman in the XIX century è il primo testo femminista americano, e sarà la base della Convention di Seneca Falls del 1848; nel libro Margaret propugna la necessità di una maggiore presenza delle donne nella vita pubblica e sostiene che questa avrebbe condotto ad una “femminilizzazione” della cultura, capace di mettere fine ad ogni forma di violenza, inclusa l’uccisione degli animali per l’alimentazione umana (ella è infatti anche sostenitrice del vegetarismo, per sensibilità verso le sofferenze animali).

Anche dalle pagine del New York Tribune, continua la sua campagna per una maggiore emancipazione femminile, sia politica che sociale.

Prima di dare alle stampe Summer on the lakes si era documentata sulla letteratura di viaggio presso la biblioteca di Harvard, prima donna a frequentare quelle stanze. E sarà anche la prima a svolgere l’incarico di inviata all’estero, scelta dal direttore Horace Greeley che nel 1846 la manderà in Europa per seguire gli avvenimenti politici che si stanno preparando, in virtù del successo ottenuto come giornalista grazie alla sua capacità descrittiva e alla sua vena polemica, e della conoscenza di buona parte delle lingue europee. In Europa Margaret fa prima tappa a Londra, dove incontra Mazzini di cui diverrà amica e fervente seguace, e dopo una breve tappa a Parigi, per intervistare George Sand, raggiunge l’Italia allo scopo di testimoniare il clima di grande attesa innescato dall’elezione di Pio IX.

Durante la settimana santa del 1847 Margaret Fuller giunge a Roma dove, in San Pietro, incontra casualmente il marchese Giovanni Angelo Ossoli, di dieci anni più giovane, con il quale inizierà una relazione, che darà una svolta alla sua esistenza.

Rimasta incinta e vista la difficoltà di un matrimonio nella Roma clericale e bigotta, Margaret si ritira a L’Aquila e a Rieti., dove la gravidanza e la lontananza dalla capitale le impediscono di continuare a inviare i propri reportage al suo giornale di New York. Solo dopo la nascita del figlio Angelino, avvenuta a Rieti il 5 settembre del 1848, con l’ausilio di una balia affidabile a cui sa di poter lasciare il bambino, Fuller può tornare a Roma insieme al compagno (non si è mai saputo se i due amanti si erano nel frattempo sposati, poiché Margaret è malto vaga sull’argomento, nelle lettere spedite alla famiglia in America), e riprendere le sue corrispondenze giornalistiche, facendo la spola con Rieti, per rivedere il suo piccolino. Durante le giornate convulse e entusiasmanti della Repubblica Romana, mentre Ossoli combatte sulle mura vaticane, Margaret è incaricata da Cristina trivulzio di Belgiojoso della direzione dell’ambulanza presso l’ospedale Fatebenefratelli e successivamente dell’ambulanza presso il palazzo del Quirinale.

Scrive di lei Mariastella Lippolis nel sito dell’associazione Centro di cultura delle donne Margaret Fuller:

La sua vita ha preso una strada nuova: si sente partecipe, immersa e coinvolta nei fatti del ’48, che portano alla proclamazione della Repubblica Romana. Scrive con regolarità le sue corrispondenze per il New York Tribune, che rappresentano la più bella e approfondita cronaca dei fatti romani. In un crescendo di partecipazione e di angoscia per il precipitare della situazione, con il tradimento del Papa e l’assedio da parte dei francesi, racconta di come la città resiste, ma le cannonate distruggono i boschi di Villa Panphili, le dimore storiche, le vestigia dell’antichità, aprono brecce nelle mura. “Roma non si riavrà mai più dalla terribile devastazione di questi giorni, di cui questo forse è solo l’inizio”. E poi racconta della battaglia di Porta San Pancrazio, della partecipazione delle donne, delle centinaia di giovani garibaldini le “cui tuniche rosse ne fanno il bersaglio naturale del nemico. Mi sembra una gran follia indossare abiti simili in mezzo a uniformi scure, ma Garibaldi l’ha sempre fatto”. Buon senso femminile o pragmatismo americano?

Abbattuta la Repubblica Margaret e Giovanni Ossoli ritornano a Rieti dal loro Angelino, che trovano gravemente debilitato per colpa della balia che, non ricevendo compensi da Roma a causa del blocco francese, aveva smesso di nutrirlo. Dopo un mese di intense cure il bimbo riprende vita, così i tre riparano a Perugia e ai primi di ottobre a Firenze, dove Margaret lavora alla Storia della Rivoluzione Italiana, saggio in cui intende narrare le vicissitudini della Repubblica Romana e dei suoi protagonisti. L’intenzione di entrambi è di imbarcarsi per l’America e raggiungere New York dove cercare un editore per il saggio e far fronte alle notevoli difficoltà economiche della famiglia.

Così nel maggio del 1850 Margaret, Giovanni e Angelino, insieme alla balia: Celeste Paolini, si imbarcano a Livorno sul veliero Elisabeth, ma proprio verso la fine della traversata il capitano della nave s’ammala di vaiolo e muore. Il comando viene affidato a un sottufficiale poco esperto che provoca il naufragio della nave proprio davanti alla baia di New York, all’altezza di Fire Island.

È il 17 luglio 1850. La maggior parte dei viaggiatori riesce a salvarsi, ma dei quattro non rimane traccia. Anche i loro effetti personali andarono dispersi in mare, compreso il manoscritto sulla storia della rivoluzione italiana, a cui tanto Margaret Fuller aveva dato.

Wikipedia così descrive sinteticamente i dati anagrafici e personali di Sarah Margaret Fuller Ossoli: scrittrice, giornalista, patriota italiana, in cui l’ultima espressione risulta sintesi di tutta un’esistenza votata a cercare di integrare nella vita vissuta e affrontata in prima persona, senza sconti, l’amore per la letteratura e il giornalismo che ha guidato Margaret per tutta la vita.

Scrive ancora Lippolis:

Margaret Fuller non ha avuto modelli da seguire, in un tempo in cui il “Culto della vera femminilità” assegnava un ruolo molto preciso alle donne americane, conchiuso nella sfera domestica e improntato all’esaltazione della virtù femminile capace di elevare lo spirito degli uomini. Non ha avuto nemmeno il tempo di scrivere la propria vita, che è durata soltanto quarant’anni; ma è riuscita comunque a scriverla vivendola e testimoniandola con molti fatti concreti, oltre che con lettere, diari, saggi e articoli. Una vita intensa e difficile, in cui la realizzazione era rappresentata per lei, fin dalla prima giovinezza, dalla cultura e dallo scrivere.

Negli anni tormentati del nostro Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al raggiungimento dell’indipendenza italiana, al fianco di ben più noti illustri personaggi della nostra storia. L’oscurità e il silenzio che sono calati su tante donne che hanno messo la propria vita a disposizione della lotta risorgimentale rappresentano uno di quei buchi neri che continuano a inghiottire le presenze femminili della nostra cultura, passata e contemporanea.
È giunto il momento di restituire visibilità almeno ad alcune di queste – necessariamente poche e scelte in modo del tutto arbitrario dentro il numero alto e significativo che le contiene – in vista delle celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia.




Silvana Sonno