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Posted venerdì, 13 Gennaio 2012 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

La pagina 69 de “Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano”


[In un’iscrizione rinvenuta a Cosa si assegna a lui il significativo epiteto di] restitutor sacrorum, riutilizzato posteriormente solo per Giuliano a metà del secolo IV. Come per gli altri imperatori che salirono al potere senza una sicura prova di legittimità, Decio difese i valori della tradizione religiosa romana così da ottenere l’appoggio incondizionato dell’opinione pubblica e fondare su solide basi un dominio politico effimero che nella realtà aveva le sue fondamenta nella mèra usurpazione militare.

Le prime misure contro i cristiani furono prese da Decio al suo arrivo nella capitale nell’autunno del 249. L’avversione popolare, sempre latente e largamente frenata dal potere imperiale, poté finalmente manifestarsi in spontanee reazioni violente che si fecero sentire in modo particolare in quelle città in cui la comunità cristiana era numerosa. Di fatto, secondo Origene, le proteste dei pagani contro il governo di Filippo l’Arabo, che aveva impedito la persecuzione dei cristiani in tutto l’Impero, erano state frequenti. Pertanto non deve risultare strano, pertanto, che Dionigi d’Alessandria menzioni la preoccupazione della propria comunità sul finire del regno di quest’imperatore «troppo benevolo con noi». Così, incitati dai tumulti popolari che esigevano misure molto più drastiche di quelle prese fino ad allora, i governatori provinciali si videro ben presto spinti ad agire energicamente contro gli adepti della religione cristiana e, come temevano i cristiani della capitale egizia, iniziarono a imprigionare e a condannare all’esilio. In tal senso non c’è dubbio che Decio, l’avversario di Filippo l’Arabo e della sua politica religiosa, sapeva in anticipo che, non appena riconosciuto dal Senato come legittimo imperatore di Roma, avrebbe potuto contare su una parte considerevole dell’opinione pubblica per instaurare di nuovo l’antica religione romana ed eliminare ogni elemento perturbatore chea questa fosse alieno.

Il 3 gennaio 250 il nuovo imperatore decise di compiere sul Campidoglio il tradizionale sacrificio annuale a Giove e ordinò che tutte le città dell’Impero facessero altrettanto. Quello che per molto tempo era stato un atto formale di semplice routine senza conseguenze politiche visibili, divenne così una prova simbolica e incondizionata dell’adesione allo Stato ed alle sue divinità protettrici. Secondo l’editto pubblicato da Decio, tutti gli abitanti dell’Impero (salvo gli ebrei per via di antichi privilegi) erano obbligati a offrire sacrifici e a rendere culto agli dèi, ragion per cui M. Sordi riteneva che, con questa misura, l’imperatore stesse in pratica accusando di empietà, se non apertamente, almeno implicitamente, tutti i cittadini dell’Impero. In realtà si trattava di una prescrizione che, per maggior efficacia e senza pregiudizio alcuno di quelli che non avevano mai abbandonato il paganesimo, aveva semplicemente fini censuari. Solamente chi sacrificava, offriva una libagione e mangiava la carne delle vittime immolate aveva diritto a ricevere un libellus o certificato di sacrificio per mezzo del quale poteva dimostrare di aver eseguito pienamente il mandato imperiale. Fino ad oggi la sabbia del deserto egiziano ha conservato circa cinquanta libelli papiracei (il primo fu scoperto a El Fayyum nel 1893), prova, questa, che testimonia la [rigorosa applicazione del decreto in tutti i luoghi dell’Impero e da tutti i cittadini.]

Raúl González Salinero
Le persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano
Approccio critico
prefazione di Mauro Pesce
ISBN 978-88-89840-52-8
Graphe.it edizioni, 2009
pp. 120, euro 15
disponibile anche in eBook: euro 9,99




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