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Posted martedì, 21 Febbraio 2012 by Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Diario di un’attempata ragazza: è possibile avere il gene di una capra?


L’acqua scorre ma non lava via il passato. Slego un pensiero dalla mia collana immaginaria, e rivivo chiaramente episodi della mia infanzia, della mia adolescenza, fino ad arrivare al mio ingresso nel mondo dei grandi, almeno come principiante.

Per quanto assurdo possa sembrare, la mia prima crisi adolescenziale arrivò quando avevo soltanto un mese di vita, e già sapevo cosa volevo (oggi non lo so più)! Quando avevo oramai compiuto trentotto anni e purtroppo già perso mio padre, ricordo che la mia madrina mi raccontò della mia prima ribellione: avevo visto la luce da poco tempo, e mia madre decise di obbligarmi a dividere il suo seno con il figlio di una sua amica ammalata e dunque impossibilitata ad allattare. Lei non fu in grado di comprendere, allora e neanche dopo, che mettermi faccia a faccia con i cambiamenti e le invasioni mi confondeva, e di certo fu per questo che da quel momento rifiutai di nutrirmi attraverso il suo seno. Fu una capretta a farmi da “balia”, e crebbi pallida come il suo latte, magra e inappetente, mentre i sensi di colpa di mia madre lievitarono belli e paffuti come il piccolo usurpatore.

Nata sotto il segno dei pesci, come canta Antonello Venditti, ho sempre avuto bisogno di un’assoluta totalità in un rapporto affettivo, cosa questa che non ho mai ottenuto. Forse per colpa mia, chissà, o forse la vera causa è da ricercare nel mio ascendente in sagittario, che mi rende uno spirito indipendente e intollerante a qualunque restrizione della mia libertà personale.

L’ultima ipotesi è che la mia “balia” attraverso il latte potrebbe avermi trasmesso qualche strano gene. È risaputo che le capre sono animali testardi, decidono sempre con la loro testa e non seguono mai il branco… Mah!

L’acqua calda è finita; mentre indosso l’accappatoio slego un altro pensiero il quale – sentendosi libero dal bavaglio – improvvisa una festosa danza, aprendosi dei varchi nella nuvola di vapore profumato che invade il bagno coinvolgendo le fiammelle rosse delle candele. La doccia non è una doccia senza le luci giuste.

Era il 1956, avevo sei anni quando il mio bagaglio di paure, di regole, di cose da fare e da non fare, si appesantì di un’altra zavorra: la mia maestra delle scuole elementari. Strano personaggio inseritosi, non su invito, nella mia vita, indimenticabile e indimenticato. E per cinque lunghi anni, la sera andai a dormire sperando ardentemente di svegliarmi già grande.

Il mio paese, con la sua natura accattivante e criptica, sta comodamente sdraiato su un trasparente mare azzurro, che usa come fosse un materassino. Un cielo limpido gli fa da ombrellone, non consentendogli però di ripararsi del tutto da un sole esuberante e felice di mostrarsi o di spargere grandi manciate di lanugine d’oro.

Sono là, adesso. L’odore delle nasse, del mosto, e il profumo del pane appena sfornato, si mescolano al chiacchiericcio delle mamme.

Un grembiulino nuovo e candido, il fiocco rosa, la cartella di cartone con dentro due quaderni e una matita, un visino spaurito, il cuore trepidante, la mano confortante di mio padre sulla mia perennemente orfana di quella di mia madre, incapace di affiancarmi nei grandi passi della vita (perché per lei piccoli e fonti di seccature); aspetto di conoscere il volto di chi mi insegnerà a leggere e a scrivere: è il mio primo giorno di scuola.

Anna


Diario di un’attempata ragazza

1. I sogni non hanno età


 

Foto | Oregon Department of Fish & Wildlife




Antonella Serrenti