0
Posted giovedì, 12 aprile 2012 by Graphe.it in I nostri libri
 
 

L’apprendista stregone di Mario Quintana: avere tra le mani un microuniverso


Se morissi domani, lascerei solo, solo
un carillon
una bussola
una mappa illustrata
delle poesie colme della bellezza unica
di essere incomplete

Il mistero è un angelo

di pietra che è sempre immobile dietro ogni cosa
Nel centro delle sale da ballo, tra il fragole delle battaglie, nei comizi pubblici di piazza –
Nei cui occhi senza pupille, bianchi e immobili
Nulla del mondo si riflette (Jazz).

Trovo che sia questo il paesaggio nascosto dietro i versi de L’apprendista stregone, quinto libro del brasiliano Mario de Quintana che, pubblicato nel 1950 da Fronteira de Porto Alegre, già allora pur nelle sue contenute dimensioni ebbe grande risonanza in ambito letterario, come ci informa Natale Fioretto nella prefazione, spiegandoci anche il senso del titolo.

“Nell’antica Persia” infatti, “il mago, per la straordinaria inventività del suo ingegno visionario era considerato in grado di amplificare la realtà, di trasformarla e, infine, di purificarla”, come a modo suo fa il poeta.

Il mio consiglio è di leggere questa raccolta, in prima lettura, d’un fiato, e poi di snocciolare lentamente, con salti fra le pagine, le frasi rimaste impigliate nella mente durante la prima “traversata” di questi versi. Per quanto mi riguarda, è stato come avere fra le mani l’esplosione di un microuniverso, e poi tornare sulle sue tracce per ricostruirne i frammenti e ricostruirlo a modo mio.

Per tornare alla frase citata inizialmente, in L’apprendista stregone è la stessa immobilità delle cose a far presagire come essa sia solo uno schermo dietro cui si cela un panorama più vasto, come un segreto

sempre lì tra di noi,
come un convitato in maschera (La poesia dell’amico).

La piattaforma di accoglienza del mistero è sempre un momento di silenzio e di abbandono, come quello del sonno degli ebrei nella notte del castigo delle famiglie d’Egitto, in cui gli angeli segnano sulle loro case le croci per salvarli:

E all’improvviso
tutte le cose immobili emersero più nitide nel silenzio […]
E gli angeli del Signore tracciavano croci sulle porte (Momento).

Perché noi abbiamo occhi e non vediamo, orecchie e non udiamo, con la nostra

conchiglia bianca dell’orecchio
sulla spiaggia immensa
del tempo (Dopo)

a ripetere il vuoto brusio del mare. La poesia stessa è

un sorso d’acqua bevuto al buio…una poesia senza altra pena che la sua misteriosa condizione di poesia.

E nonostante tutto, Dio, “la tua tenerezza è tanto semplice” (Notturno) e il silenzio in cui è immerso tutto – tutto – è interrotto da segnali invisibili dietro cui scorgere l’avvento della Verità. Non sarà mica, infatti, proprio il rumore di “un paio di zoccoletti” che “prova l’accordatura di mattina”, ad annunciare il “Re dei Re”? (Estate di san Martino).

Forse, davvero avverrà che, come un venditore ambulante, quando “non ci sono più sospiri” il Tutto si alzerà con un balzo, “vendendo veloci scarpini di tutti i colori” (Sempre): mistero incarnato nel fratello invisibile ai nostri occhi che d’un tratto ci si fa accanto.

Sara su Booksblog, 3 aprile 2012

 




Graphe.it

 
“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)