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Posted giovedì, 19 Luglio 2012 by Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Diario di un’attempata ragazza: la maggiore età


A quindici anni, mentre sparivano dalla circolazione le monete d’argento da cinquecento lire per essere sostituite dai biglietti di carta verdastri, in una sorta di rito iniziatico bruciavo gli odiosi calzettoni bianchi che lei, mia madre, mi costringeva sempre a indossare e mi domandavo perché, per volontà altrui, dovessi continuare a calpestare le orme di tutti non avendone di mie. Vedevo gli altri lasciarne di nette, marcate e riconoscibili, e io restavo invisibile, con quei miei piedi che neppure erano in grado di presentarmi al mondo.

“Fai come Rina, non vedi come fa Maria? Segui l’esempio!”

Dunque anche le mie cugine lasciavano impronte nel deserto del quotidiano, ma non io. A me non era concesso.

All’improvviso, una mattina di marzo del 1971 (era venerdì), io finalmente mi svegliai “già grande” mentre dietro i vetri il mio paese stava comodamente sdraiato sul mare, sotto una coltre di neve. Sembrava una torta ricoperta di panna, confezionata di proposito per festeggiare il mio ventunesimo compleanno. Erano trent’anni che non nevicava.

Rivedo mio padre chino sul caminetto ad accendere il fuoco, sopra il tavolo un vassoio di pasticcini e il quotidiano L’Unione Sarda (nostro interesse comune), mentre mia madre è intenta a ciabattare per casa in preda a uno dei suoi soliti malumori. Seduta a tavola, faccio colazione canticchiando sulle note di “Prende solamente il cuore / questa malattia, l’amore / incomincia a quest’età…” che trasmette la radio, sovrapponendo la mia voce a quella di Donatello (all’epoca cantante molto in auge ). Non era Happy Birthday ma quelle parole mi facevano bene: una sciocca canzone d’amore che in quel momento mi rendeva felice. Ma quel mio sereno e leggero canticchiare, viene subito bruscamente interrotto dalle parole dure di mia madre che mescolate al pasticcino, mi arrivano nello stomaco; inarrestabili ma dense, si srotolano come il cucchiaio di olio di fegato di merluzzo che per anni sono stata costretta a bere, usato da mia madre come palliativo nel tentativo di occultare i sensi di colpa per avermi volontariamente privato del latte materno.

“Non penserai di poter fare quello che vuoi, solo perché hai compiuto ventuno anni? Questa è casa mia, e fino a quando abiterai qui farai quello che dico io, hai poco da cantare!”

I miei occhi passano dal mesto sguardo di mio padre alla prima pagina del giornale, dove a caratteri cubitali c’è scritto che anche la Svizzera concede il diritto di voto alle donne. Lui sta per uscire per tornare al lavoro, e con le chiavi della macchina in mano – ignorando mia madre – mi raccomanda di coprirmi bene nel caso dovessi uscire, e con occhi colmi d’amore mi dice ancora una volta “buon compleanno”. Questo mi basta per continuare a cantare e godere dei miei nuovi diritti.

Potrò vivere la vita apertamente in tutta la sua pienezza, non più a metà, potrò farlo nel modo stimolante e gioioso che desidero, non secondo le direttive di chi mi circonda. Io non sono “gli altri”, sono semplicemente io, questo pensavo.

Il 1971 fu un anno di grandi cambiamenti e rivoluzioni varie, ma fu anche l’anno in cui Pablo Neruda, da sempre il mio poeta preferito, ottenne il Premio Nobel per la letteratura e il suo Poesie d’Amore è ancora oggi uno dei libri più letti! E, mentre i Beatles cantavano Let It Be e Alì Mac Graw con Ryan O’Neal strappavano lacrime anche ai cuori più duri con il film Love Story, io decidevo di lasciare le mie orme sulla sabbia.

Così come solevano fare all’epoca le “brave ragazze”, chiesi il consenso ai miei genitori per diventare adulta, lasciare l’isola e trasferirmi per un certo periodo “in continente” a lavorare. Al tempo, era l’organizzazione parrocchiale a occuparsi di queste cose e a dare ai genitori la sicurezza necessaria a prestare il consenso (un lavoro, vitto e alloggio possibilmente dalle suore); mia madre approvò, mio padre mi negò il permesso, ma io partii lo stesso!

Lo so, vi state domandando perché mai mia madre fu così comprensiva.

Ve lo dico la prossima volta.

Anna


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Foto | Gabriel P93




Antonella Serrenti