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Posted giovedì, 2 agosto 2012 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Perché le presentazioni dei libri sono dure a morire?

Perché le presentazioni dei libri sono dure a morire?
Perché le presentazioni dei libri sono dure a morire?

Perché le presentazioni dei libri sono dure a morire? Anche se, devo ammettere, mi sarebbe piaciuto più titolare con un altisonante Del perdurare delle presentazioni librarie ma poi ho desistito per non sembrare troppo arcaico e, soprattutto, troppo supponente.

La domanda, comunque, rimane: perché le presentazioni dei libri sono dure a morire? O, se vogliamo guardarla da un altro punto di vista: le presentazioni dei libri servono veramente o hanno fatto il loro tempo?

Sentendo amiche e amici che scrivono, che pubblicano, che lavorano nel mondo del libro in genere la sensazione è quella che le presentazioni servano a poco: al di là del lancio promozionale, poi alla fine si è spesso in pochi e quei pochi, per lo più, sono amici, parenti e conoscenti dell’autore e dell’autrice. Stiamo parlando di presentazioni di libri di autori non famosi, anche se ho partecipato a qualche evento di scrittori blasonati in cui eravamo veramente quattro gatti.

Ci si industria nell’organizzare presentazioni accattivanti: rinfreschi, musica, effetti scenografici, balletti, ospiti illustri, fuori programma clamorosi (ricordate Claudio Morici, l’autore che sparò – per finta, pare – al proprio libro?) è un tripudio di sorrisi. E forse ci si dimentica che si è lì perché qualcuno (autore o autrice), ha scritto qualcosa (libro) che qualcun altro (casa editrice) ha pubblicato. È un po’ come in quelle belle, bellissime, splendide librerie in cui trovi l’angolo bar, il ristorante, la poltrona con il bicchiere di vino (quello buono, ovviamente), il reparto marmellate, spezie e condimenti vari, le pregiate carte da lettera, gli incantevoli giochi per bambini. E i libri. Che si notano per caso.

C’è poi tutto un pubblico particolare che assiste alle presentazioni. Così lo descrive Gianrico Carofiglio ne La doppia vita di Natalia Blum, contenuto nel libro Non esiste saggezza:

Quella sera a Bari c’era più o meno il solito pubblico.

È una categoria variegata, quella degli aspiranti scrittori. Ci sono i normali, i depressi, gli ingenui, gli esaltati. I pazzi. L’appartenenza alla categoria può essere stabilita al momento degli interventi e delle domande. Il pazzo, per esempio, comincia sempre informandoti di aver già scritto una decina di romanzi e di non essere risuscito a pubblicarli solo perché il sistema dell’editoria è un sistema mafioso; prosegue spiegandoti che tu sei solo un ingranaggio del sistema; conclude sfidandoti smentirlo con la pubblicazione del suo romanzo dal titolo – faccio per dire – L’amante della mangusta, che lui ti ha inviato ormai un anno fa in casa editrice, senza ricevere alcuna risposta.

Tu sorridi con espressione cortese e un po’ demente, assicuri che farai ricerche per ritrovare il manoscritto di L’amante della mangusta che ne affiderai subito la lettura a un tuo collaboratore. Poi passi la parola al prossimo, pregando che il tutto finisca presto e chiedendoti perché continui a fare di questi incontri.

Forse dopo anni in cui mi muovo in questo settore, sono un po’ troppo disincantato ma da lettore, autore, editore e appassionato di libri continuo a chiedermi a cosa servono le presentazioni dei libri, se effettivamente servono a qualcosa e, nel caso in cui non servissero a nulla, perché sono dure a morire. Il vostro parere?

Foto | quinn.anya




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.