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Posted lunedì, 20 Agosto 2012 by Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Noi siamo della pazienza del grano

Noi siamo della pazienza del grano: un viaggio a Orgosolo

Dopo alcuni tornanti deserti adagiati tra terreni rocciosi e incolti, in un’assolata mattina d’agosto con quarantatré gradi all’ombra, un suggestivo cartello stradale crivellato da rose di pallettoni dice Orgosolo.

Ed eccolo, il paese, che mostra immediatamente la sua antica storia di rifiuto d’un padrone, di resistenza all’invasore, di denuncia, raccontata sui vecchi muri che eguali non hanno in nessun luogo! I suoi centocinquanta grandi murales, offrono uno spaccato di vita barbaricina ma anche più lontane vergogne che tutti conosciamo: la guerra in Spagna, l’attentato alle torri gemelle, le condizioni delle carceri nel mondo, lo scenario politico italiano, il furto “legalizzato” di terre ai danni degli indiani d’America… Ce n’è per tutti, con citazioni colte di vario genere, dagli scrittori che hanno fatto la storia della letteratura allo stile pittorico di cubisti e surrealisti, compresa la riproduzione di un Picasso.

Un paese antico, di circa quattromilacinquecento abitanti, nascosto tra Gennargentu e Supramonte ai piedi del monte Lisorgoni, cuore di una Barbagia dal fascino inquietante che val la pena di conoscere senza preconcetti e liberandosi da facili giudizi.

Una scritta sul muro, tra le tante, facilita quell’andare oltre la superficie:

Ma noi siamo della pazienza del grano, siamo del vento che sposta le montagne…

Quanta fatica essere grano, quante aspettative gravano su di lui quando ancora è seme da cospargere sulla terra brulla con gesto di benedizione, e quante torture gli verranno inflitte quando diverrà spiga, prima che contribuisca al miracolo del pane! Grandi scrittori sardi hanno raccontato la sua sorte, la “passione”, il suo destino d’esser vita per l’uomo. Cosa si cela in quella spiga che trasforma una terra morta in luogo di resurrezione? Forza. Coraggio. Dignità. E sono queste le doti di un popolo dal carattere duro come la roccia del Gennargentu, incompreso dai più, così come incompresa è stata l’origine del banditismo che vi invito a scoprire (numerosi sono i testi che la spiegano), per andare a fondo della storia di questa parte di Sardegna ancora sorvolata dall’aquila reale e ricordata solo per faide o sequestri.

Si consideri che durante la dominazione aragonese e poi spagnola, giunsero in questa parte dell’isola numerosi feudatari intenzionati ad arricchirsi espropriando beni e terre a un popolo già provato da dominazioni ed esasperato dalle invasioni: iniziarono proprio allora i primi fenomeni di resistenza sfociati nel tradizionale banditismo. Per sfuggire agli “esattori” pronti a tassare ogni terra, ogni albero, e decisi a istituire la proprietà privata (concetto assurdo per comunità abituate a lavorare e a portare le greggi su terreni considerati di tutto il paese) molti si diedero alla macchia, poiché il rifiuto di sottostare alle nuove “leggi” avrebbe avuto come conseguenza l’arresto immediato. Definiti “banditi” e nascosti tra le montagne, da pastori e contadini si trasformarono in fuorilegge, pronti a tutto per proteggere le famiglie e la stessa comunità in difficoltà con azioni di certo poco nobili ma che – in virtù di queste motivazioni – possono essere meglio comprese, al di là del banditismo inteso come piaga sociale degli anni ‘70.

Il paese, i suoi muri, raccontano a ogni passo ciò che gli schivi abitanti non dicono, ma la storia ne insegna l’indole (molti degli italiani che hanno compiuto atti eroici nelle due grandi guerre vengono da queste montagne…), la cultura ne spiega il valore, lo stile di vita ne mostra la dignità.

Quando mi appresto ad andar via, una vecchia signora che mi osservava da un portone aperto, commenta sul troppo caldo e mi invita a entrare nella sua casa per rinfrescarmi un poco. Nonostante io sia sarda e conosca molto bene quel senso di ospitalità che non si può né si deve rifiutare (nella Barbagia è considerata offesa), tergiverso per educazione, ma lei insiste e il suo tono è fermo: devo accettare.

Mi offre una bibita, delle caramelle per il viaggio, mi chiede se voglio usufruire del suo bagno, accogliendo il viandante sconosciuto come ospite gradito, atteggiamento tipico di questo luogo. Quando me ne vado mi rendo conto che non mi ha detto il suo nome sebbene io le abbia detto il mio, e so che molti occhi ci osservano mentre lei mi accompagna fino alla macchina, con grande gentilezza. Se fosse stata l’ora appropriata, non avrei potuto rifiutare di sedere alla sua tavola per assaporare i piatti tipici di questo atipico luogo.

L’ultimo murales che ammiro ha come titolo Saggezza sarda, poi salgo in auto con uno strano senso di appartenenza.

Noi siamo la pazienza del grano, penso, mentre l’auto si lascia alle spalle tornanti e nuraghi.




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.