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Posted domenica, 26 Agosto 2012 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Boris Pahor compie 99 anni: auguri a un grande scrittore

Lo scrittore Boris Pahor
Lo scrittore Boris Pahor

Boris Pahor compie oggi novantanove anni. Pahor, – “uno degli autori più acclamati in Francia, Germania e Slovenia, deportato in campo di concentramento, arruolato in Libia nel 40-41, combattente nella Resistenza, ha subito la repressione fascista a Trieste”, come scrive Mauro Daltin  – nasce infatti a Triese il 26 agosto 1913, come lui stesso scrive in Figlio di nessuno. Un’autobiografia senza frontiere (con Cristina Battocletti, Rizzoli 2012):

“Sciavi, duri, senza lingua né sentimento nazionale”. A questa “genia” appartenevano i miei genitori, razza bastarda e non riconosciuta nella Trieste dove io venni alla luce, il 26 agosto del 1913, e dove sono sempre vissuto. Mio padre, Franc, nacque nel 1882, mentre mia madre, Marija Ambrožič, due anni dopo. Come molte altre famiglie insediate nel capoluogo giuliano, la mia era di origine carsolina, proveniva cioè dal retroterra carsico che si estende a monte della città e dove sono tornato a vivere dopo tre generazioni. Dall’epoca in cui, nella seconda metà dell’Ottocento, il mio nonno paterno si inurbò.

Di questo “retroterra carsivo” scrive in Srečko Kosovel (Studio Tesi, Pordenone 1993):

L’altipiano carsico comincia al di là della parete rocciosa che racchiude a strapiombo la città, in modo che Trieste appare con le sue fiorite pendici, a dire di Charles Nodier, come una gerla di fiori posta su una roccia. Di fatto, però, è proprio la regione carsica a essere il vero parco per la città, aperta sul mare e scarsa di gradini, un parco che con diversi tentacoli penetra nei sobborghi, ma resta nondimeno un mondo a sé. E ciò innanzitutto per le venere di calcare che affiorano dalle sue zolle; per gli avvallamenti, le doline con le pezze di terra color rame sul fondo e i biondi fusti di granoturco nel mezzo; per i cupi boschi di pini; per i cespugli di ginepro, i filari di viti sulle colline apriche. E poi, per l’architettura solida, creatura e simbolo della pietrosa natura del luogo, del carattere poco espansivo degli abitanti dall’animo mite, chiuso come in un inattaccabile guscio di noce.

Più volte candidato al Nobel (ce la farà quest’anno?), Boris Pahor, che recentemente è stato al centro di una polemica per via di alcune sue dichiarazioni dai contenuti ritenuti razzisti (accuse che lui ha rispedito al mittente) “si è sempre distinto come intellettuale scomodo, impegnato nella difesa delle identità nazionale e culturali, oltre che della libertà dell’individuo”.

La sua opera più conosciuta è Necropoli (Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese, San Canzian d’Isonzo 1997; poi, con prefazione di Claudio Magris, per Fazi Editore, Roma 2008) la cui descrizione di una domenica pomeriggio è perfetta per questo suo novantanovesimo compleanno (anche se il contenuto del libro: i campi di concentramento, non ha niente di festoso), che cade di domenica:

Domenica pomeriggio. Il nastro d’asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitti di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anchiio, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l’immagine onirica che dalla fine della guerra riposta intatta nell’ombra della mia coscienza.

Di Boris Pahor ho sempre apprezzato le descrizioni dei paesaggi e di quello che i suoi personaggi vedono, come, per esempio, leggiamo in Qui è proibito parlare (traduzione di Martina Clerici, Roma, Fazi Editore, 2009):

Piazza Grande era vuota, smarrita, dominata da una lieve brezza che con abile astuzia riusciva a raggirare l’estate. Sui chiaroscuri della facciata del palazzo comunale le ombre si andavano addensando, le due statue di Mihec e Jakec impugnavano immobili il martello, pronte a lasciarlo cadere sulla campana di bronzo al momento opportuno.

Lungo le Rive i lampioni in cima ai pali di ferro condensavano la luce in grosse fragole bianche che, come riempite di latte, rievocavano lo splendore del sole pomeridiano prima che la pioggia investisse il porto con una corrente fredda.

Bella la descrizione della corsa del treno, che troviamo nelle prime pagine del romanzo Una primavera difficile (traduzione di Mirella Urdih Merkù, Zandonai, Rovereto 2009):

Il treno correva rapido nella pianura olandese dondolando con incredibile dolcezza sulle sue molle. Una dolcezza quasi eccessiva per loro, che non erano abituati a una simile comodità e che, per la maggior parte, non erano nello stato d’animo di poterla godere […] Sedeva accanto al finestrino. Dapprima era rimasto disteso, con le gambe allungate sotto il sedile di fronte; abbandonandosi allo stordimento di quel dondolio ovattato il corpo riposava. Poi, quando erano comparsi i mulini a vento, si era messo a sedere; un movimento automatico dettato dalla meraviglia per le rare casette di contadini lungo il binario […] Cercava in esse i segni della storia umana, l’immagine della vita che i veri uomini avevano continuato a vivere durante la sua assenza; la cercava con occhi stanchi e increduli.

Auguri di vero cuore a un grande scrittore, che, nella sua autobiografia, si definisce “un Ulisse povero e nudo” e che Claudio Magris indica in un modo semplice e, allo stesso tempo, dirompente come “un uomo vivo”.

Foto | By Miran Hladnik [CC BY-SA 2.5 si], via Wikimedia Commons




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.