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Posted sabato, 22 Settembre 2012 by Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Diario di un’attempata ragazza: fari nella notte


Dove sei adesso, papà?

Sono passati anni. Dalla mia anima la rabbia è sgorgata come l’acqua di una sorgente nascosta dalla vegetazione: silenziosamente. La sofferenza per la tua perdita, però, è immutata, babbo, anche se ti ho trasformato in angelo custode: il mio!

Ho nostalgia del tuo abbraccio avuto e difficile da dimenticare, ho la necessità di placare il dolore “dell’esilio” con i ricordi e di tornare bambina accarezzata dal tuo sguardo.

Le poche volte che vengo a trovarti, ti porto sempre un mazzo di rose rosa e uno di piccole orchidee viola. Mi piace accomunare il colore rosa al mio primo vagito, che immagino consolato dal tuo fischiettare affettuoso, mentre il colore viola – che è la somma del rosso come il tuo grande cuore e del blu come l’energia dell’incavo della tua spalla sinistra – risvegliano in me quelle emozioni rasserenanti e rassicuranti, delle quali tante volte mi sono privata e che adesso bramo.

Questi colori mi ricordano il nostro passato… Il tuo si è fermato in una grigia giornata di settembre; in cielo una folla di piccole nuvole azzurrine che per effetto di una leggera brezza si muovono lentamente come tanti angioletti, lasciando cadere con discrezione gocce trasparenti di pioggia che si perdono tra le mie lacrime. Guardando la tua foto incastonata come una pietra preziosa su questa lastra di marmo, e deponendo i fiori nel vaso cercando di copiare l’arte magica dell’ikebana, ho la conferma che la tua morte non è stata un brutto sogno.

Sant’Agostino diceva che i morti non sono assenti ma invisibili. Dunque, dietro questo “cassetto” chiuso e inaccessibile, ci sono i tuoi pensieri?

Sono sicura che ricordi il disegno che feci quando ero in seconda elementare e che voleva raffigurare una roccia scavata dal mare con un pesciolino comodamente adagiato. Era la mia risposta personale a un compito assegnatoci dalla maestra.

Bambine oggi fate un disegno il cui tema è: Il mio babbo”. Credo sia stato una carezza per il tuo cuore, perché quando riuscisti a capirne il senso, riconoscendoti in quella roccia, una lacrima pudica attraversò veloce il tuo viso trovando rifugio nei tuoi “orgogliosi” baffi.

Tra noi c’era un vincolo, e non solo di sangue, che hai improvvisamente sciolto senza neanche prenderti la briga di chiedermi se fossi d’accordo. E questo babbo, come lo chiameresti? Tradimento? Io sì!

Sei morto nello stesso mese in cui sei nato, settembre. Nel 1926 tu nascesti proprio il giorno in cui un tale di nome Giovannini Ermete lanciò una bomba contro la macchina dell’allora primo ministro Benito Mussolini, e in quel giorno i giornali scrissero: “Il Duce è immortale: non v’è forza umana che possa colpirlo. Perisca di piombo chi di piombo ferisce”.

Rimasto orfano di madre dall’età di tre anni, sei cresciuto quasi in mezzo alla strada, ma con tenacia ti sei costruito una posizione di tutto rispetto. Mi sgridavi sempre quando camminavo scalza, ricordando che le tue prime vere scarpe le indossasti da adolescente, con i tuoi primi guadagni.

Sono così fiera di essere tua figlia, babbo… di portare il tuo cognome, che mai sostituirò con nessun altro.

Ti ho accompagnato, ho dovuto, mentre proprio quella mano voleva trattenerti. Mi pare sempre di sentirla la tua ultima stretta, e tu sentivi la mia stringere la tua mentre il tuo cuore smetteva di battere?

Conservo una tua foto nel portafoglio: hai lo stesso sorriso di quando rientravi dopo avere esultato per i gol di Gigi Riva, l’espressione da tifoso soddisfatto e in mano un vassoio di pasticcini.

Come posso io, pesciolino spaesato, fare a meno della roccia del disegno, scavata dal nostro meraviglioso mare azzurro antico di millenni? Mi abbevero di ricordi per la grande sete, eppure l’arsura non passa …

Peccato tu non possa più leggere l’Unione Sarda, che come ogni giorno ho comprato per te. Ti sarebbe piaciuto il titolo della prima pagina: Il Cagliari all’Amsicora si esalta come ai bei tempi. Su quel caldo, accogliente e glorioso prato che odora ancora di scudetto, la tua squadra del cuore rossoblu vince per due a zero con la Salernitana, riportando quell’entusiasmo, che tu ben conosci, da tempo dimenticato sugli spalti vetusti, inadeguati ma stracolmi del vecchio stadio.

Grande babbo mio… introverso, timido e con un senso del pudore smisurato.

Ero incinta di tua nipote, quando un giorno posai il mio viso sul tuo petto chiedendoti di mettere la tua mano sulla mia pancia, ma con grande imbarazzo mi abbracciasti velocemente “ordinandomi” di passarti il telecomando della tv. Te lo ricordi? Allora non ho capito… adesso so che mi abbracciavi ogni volta che i nostri sguardi s’incontravano. Non è facile quando sei solo figlia capire che ci sono tanti modi per abbracciare qualcuno o per stargli vicino. Ricordi quando, prima di andare al lavoro, socchiudevi la porta della mia camera per un saluto silenzioso? Solitamente erano le due del mattino. Ti vedevo, babbo. Tra il sonno e la veglia, ti vedevo. Anche quello era un abbraccio!

Ecco il perché di quel senso d’abbandono, di solitudine e di insicurezza: mi manca il tuo sguardo, che come un faro nella notte guidava la mia vita.

Anna


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Foto | hobgadlng




Antonella Serrenti