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Posted lunedì, 15 Ottobre 2012 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Il potere della parola e la parola come potere

Parlare ancoraCi sono scrittori che riescono a farci riflettere anche sull’apparente semplicità della quotidianità: come, per esempio, il potere che hanno le parole. Uno di questi autori è Navarre Scott Momaday, forse poco noto in Italia.

Momaday è nato nel 1934 ed è originario della tribù dei Kiowa; da parte di madre è Cherokee. Viene considerato il fondatore del Rinascimento Nativo Americano. Nel suo stile è forte la componente orale nativa (che risente dell’influenza del padre, un cantastorie molto apprezzato nella tribù Kiowa), così come il contrasto fra modernità e tradizione. Momaday è solito affermare: “Sono indiano e credo di essere fortunato ad avere una simile origine”.

Navarre Scott Momaday ha pubblicato tredici libri fra romanzi, poesie, saggi e lavori sulla cultura Nativa Americana. Con Casa fatta di alba (pubblicato in Italia da Guanda), ha vinto il premio Pulitzer nel 1969.

Nella raccolta Scritti e racconti degli Indiani americani (a cura di Shirley Hill Witt e Stan Steiner)  c’è un bell’apologo di Momaday che parla del potere della parola. Il testo è presto dal libro Il viaggio a Rainy Mountain (pubblicato in Italia dall’editore Salamandra nel 1988 ma a oggi di difficile reperibilità) in cui Momaday cerca di porre la letteratura tribale nella prospettiva della storia.

A un primo stadio della presentazione Momaday ci racconta la leggenda tribale, così come è:

Ora avvenne che ciascuno dei gemelli possedeva un anello e la nonna ragno disse loro di non gettare mai gli anelli nel cielo. Ma, un giorno, essi li gettarono su nel vento forte.

Gli anelli rotolarono sopra una collina e caddero giù nella bocca di una caverna. Qui vivevano un gigante e sua moglie. Il gigante in passato aveva ucciso molte persone accendendo fuochi e riempiendo la caverna di fumo, in modo che non potessero respirare.

In quel momento i gemelli ricordarono qualcosa che la nonna ragno aveva loro detto: “Se mai foste catturati nella caverna, dite tra voi la parola thain-mom, sopra i miei occhi”.

Quando il gigante cominciò a preparare i fuochi, i gemelli ripeterono più volte tra loro la parola thain-mom; e il fumo rimase sopra i loro occhi. Dopo che il gigante ebbe fatto tre grandi nubi di fumo, sua moglie vide che i gemelli stavano lì seduti senza tossire o piangere, e cominciò a spaventarsi.

“Lasciali andare” – disse – “o ci accadrà qualche guaio”. I gemelli raccattarono i loro anelli e ritornarono dalla nonna ragno. Ella fu felice di vederli.

A un secondo livello, l’autore sottolinea il significato filosofico del testo:

Una parola ha forza in sé e per sé. Si trasforma dal nulla in suono e significato; dà origine a tutte le cose. Per mezzo delle parole un uomo entra in sintonia di significati con il mondo. E il mondo è sacro. Il nome di un uomo è suo proprio; egli può tenerselo o darlo via come gli piace. Fino a tempi recenti i Kiowas non avrebbero mai pronunciato il nome di un uomo morto. Fare ciò sarebbe stato irriverente e disonesto. I morti portano i loro nomi con sé fuori dal mondo.

Infine, nel terzo e ultimo aspetto dell’esposizione, Momaday ci presenta il punto di vista della sua esperienza personale.

Quando Aho vedeva, udiva o imparava qualche cosa cattiva diceva la parola zei-dl-bei, “spaventevole”. Era la parola con la quale ella confrontava il male e l’incomprensibile.

Mi piaceva che lo dicesse, poiché torceva il viso in una straordinaria espressione di corruccio e faceva schioccare la lingua.

Non era, penso, tanto una esclamazione, quanto un cercare di sottrarsi, uno sforzo del linguaggio sull’ignoranza e la confusione.

Un invito, dunque, alle amiche e agli amici che scrivono: voi che siete professionisti della parola, cercate di servirvene perché sia uno strumento di salvezza, come nell’apologo narrato da Momaday.

Concludiamo con una frase dal libro Italiano. Appunti e disappunti di Natale Fioretto:

Quando, scrivendo, cerchiamo di animare la pagina bianca, teniamo a mente l’espressione limite “bambini in situazione scolastica” e votiamoci alla chiarezza e all’immediatezza.

Tempo fa, l’allora ministro Franco Bassanini ha notato che “il linguaggio astruso è uno strumento di potere per mantenere il cittadino in stato di inferiorità”.

L’oscurità è Potere.

Rendere incomprensibile una frase è affermare il proprio Potere…

Foto | Simone Tagliaferri




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.