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Posted 22 Ottobre 2012 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

Un sogno chiamato rivoluzione, di Filippo Manganaro


“Allo stesso modo in cui ci riescono tutti gli altri, penso. Guarda il signor Cahan: era un emigrato esattamente come noi; e anche il signor Bagarshevsky… anche se spero di non diventare come lui” puntualizzò la ragazza. “Voglio dire che avranno vissuto anche loro la stessa paura, non avevano niente ma si sono costruiti una loro vita. Dipende solo dalle scelte che uno vuole fare”.

“E tu che tipo di vita vuoi fare, piccola mia?”

“Non lo so. Sicuramente non mi vedo a invecchiare in quel laboratorio e diventare come le altre donno che ci sono lì. Sembrano senza vita, senza speranza… sembrano… ecco: sembrano delle macchine per cucire! Spero, col tempo, di riuscire a tirarmene fuori, dare anche qualcosa oltre al lavoro…”

“… e trovare un bravo ragazzo, avere dei figli…”

“Lascia stare, nonno, a questo non voglio pensare” tagliò corto Chaya, ricordando con malessere il sogno della notte precedente.

Shlomo tacque, mortificato. Quella frase infelice era quanto di meglio avesse saputo escogitare in tre mesi per parlare con la ragazza dei traumatici eventi di Kishinev ma, nel momento stesso in cui la pronunciava, gli era suonata falsa e inopportuna. È inutile, pensò, non sono Shaynah o Natalia e nemmeno la vedova Goldberg: non riuscirò mai ad aiutarla in questo campo.

Come se gli avesse letto nel pensiero, Chaya gli prese una mano: “Aiutami, piuttosto, a trovare una scuola serale d’inglese da frequentare dopo il lavoro. Con gli orari del laboratorio non rimarrà molto tempo, ma voglio imparare la lingua alla svelta per non rimanere imprigionata nelle strade attorno a casa”.

“Sì, questo lo posso fare” rispose il vecchio, rincuorato. “Ti trovo una scuola talmente buona che nel giro di qualche mese potrai conversare con il presidente degli Stati Uniti e correggere i suoi errori di pronuncia!”

La scuola fu trovata in pochi giorni ed era un vecchio magazzino su Canal Street i cui lovali ospitavano anche le riunioni di diverse associazioni umanitarie, politiche e religiose.

Era poco probabile che uno qualsiasi dei frequentatori si sarebbe trovato, un giorno, a conversare con il presidente, ma ciò era imputabile alla loro condizione sociale e non certo all’insegnate, Ethna O’Donnel, una giovane donna dagli occhi verdi e dal fisico asciutto. “Il mio nome è irlandese e si pronuncia Eithne ma, dato che è difficile, potete chiamarmi Annie, come fanno tutti” aveva esordito presentandosi agli oltre quaranta immigrati russi, polacchi, montenegrini, italiani e greci. Mancavano del tutto i cinesi che, pure, erano molto numerosi nella zona.

***

Il libro (dal sito della casa editrice): Un sogno chiamato rivoluzione è un romanzo storico che racconta quella parte di Novecento in cui con maggior forza si espresse “la volontà degli ultimi di tentare la scalata al cielo”. In un brillante stile narrativo, seguendo le vicissitudini di ciò che rimane di una famiglia di ebrei russi – il vecchio tipografo Shlomo e sua nipote Chaya – questo libro propone, attraverso la ricostruzione di episodi poco noti o dimenticati, alcuni dei grandi eventi che hanno caratterizzato il secolo scorso: l’incendio alla Triangle di New York, lo sciopero del “Pane e le Rose” del 1912, l’occupazione della Bassa California da parte dell’armata anarchica partita dagli Stati Uniti in appoggio alla Rivoluzione zapatista, fino alla conclusione in Spagna, nel 1936, con l’ingresso delle Brigate Internazionali a Madrid. Un ritratto appassionato che tra sogni e speranze, tradimenti e sacrifici, vede protagonisti tutte quelle donne e quegli uomini che nella condivisione di un ideale trovarono la strada per il proprio riscatto sociale.

Filippo Manganaro
Un sogno chiamato rivoluzione
Nova Delphi Libri, 2012
ISBN 978-88-97376-06-4
pp. 270, euro 16




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“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)