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Posted mercoledì, 31 Ottobre 2012 by Luigi Milani in Racconti e testi
 
 

Marea di morte


Isola di Wight, sabato 19 giugno 2010

Tardo pomeriggio. Gli ultimi raggi del sole al tramonto incoronano la baia. La processione delle barche al rientro dalla regata attorno all’isola di Wight, al largo della costa meridionale d’Inghilterra, è uno spettacolo suggestivo, quasi solenne.

Ritto sul ponte come un novello Capitano Achab griffato dalla testa ai piedi, Tony Hayworth ammira con malcelata soddisfazione la prua slanciata di Bob, la barca da cinquecentomila euro di cui è orgoglioso proprietario. La destra posata sulla spalla del figlio decenne, indica con posa ieratica la danza della lunga vela multicolore, che la brezza dell’oceano gonfia con generosa sollecitudine.

Quando vede il contorno frastagliato della baia profilarsi all’orizzonte, gli pare di toccare il cielo con un dito. Di colpo rinfrancato, dopo tutte le vicissitudini e il periodo davvero nero che sta passando dall’inizio della primavera, si sente di nuovo importante, forse addirittura eroico, nella sua nuova giacca a vento nera da ricco lupo di mare, il berretto col logo Rolls-Royce ben calcato sulla fronte, i Ray-Ban in versione limitata a proteggere gli occhi dal riverbero e il Rolex da diecimila euro al polso: è questa la sua vera divisa, non lo scialbo completo giacca e cravatta da Ceo della BG Petroleum!

Dal giorno di quel maledetto incidente la sua vita è profondamente cambiata, al punto che nel corso di una recente intervista alla CBS, ha dichiarato, quasi gridandolo, che vorrebbe riavere indietro la sua vita.

E tuttavia questa frase a molti è parsa oggettivamente impronunciabile e offensiva, rispetto alle vittime della tragedia e alle conseguenze, ancora tutte da verificare, del disastro. Perfino il presidente Obama ha stigmatizzato il suo comportamento: fosse stato un suo collaboratore, uno come Tony Hayworth l’avrebbe licenziato su due piedi, ha tuonato dalla Casa Bianca.

Ah, ma cosa importa tutto questo, davanti alla bellezza – di più, alla gloria! – di una giornata come quella che volge al termine, in un tripudio di vele multicolori, sullo sfondo dell’oceano sfavillante di riflessi dorati?

Le polemiche sui media di mezzo mondo, le proteste, l’indignazione popolare di chi vede la propria esistenza in pericolo a causa dell’incidente si dissolvono come un brutto incubo, sotto i raggi di un sole che Tony percepisce benigno nei suoi confronti, quasi benedicente.

Il sole dei vincitori, certo! riflette, sorridendo a suo figlio. E pazienza se per colpa di quei ficcanaso della stampa e della TV è divenuto di colpo l’uomo più odiato d’America: e poi la gente ha la memoria corta, e lui comunque intende godersela tutta, questa costosa fuga sulla lontana costa dell’Inghilterra meridionale.

Marea di morteHighwater Horizon, 20 aprile 2010

È sera inoltrata, ma il rombo sordo e incessante della gigantesca trivella della Highwater Horizon fruga ancora il fondo del Pozzo Macondo.

“Business as usual, cara” ha appena digitato via sms Steve Perry, il capo piattaforma, a sua moglie.

È dal disastro dell’uragano Katrina che Steve lavora sulla piattaforma, per mettere da parte denaro sufficiente a comprare una nuova casa a New Orleans. La loro è andata distrutta, sbriciolata dalla furia di quella tempesta cui hanno dato un nome di donna, chissà perché.

Forse perché le donne quando perdono il controllo sanno essere peggio degli uomini, riflette Steve scuotendo la testa.

Sorride, perché il suo turno ormai è agli sgoccioli – in tutti i sensi, visto che il petrolio qui impregna ogni cosa, oggetti, suppellettili e persone – e presto si lascerà alle spalle tutto questo. Andrà via, lontano da questo limbo puzzolente, mistura sacrilega di cielo e mare e oro nero, quattrocento miglia al largo delle coste della sua terra, la Louisiana.

È strana la vita, su una piattaforma petrolifera grande come due isolati, immersi nel nulla assoluto, solo stormi di gabbiani stridenti a farti compagnia.

Steve sta fissando un monitor di controllo, lucido di grasso anch’esso. Come ogni cosa del resto, qui. La pressione della trivella è regolare, lo stato d’usura delle parti meccaniche nella norma. La temperatura d’esercizio forse è un po’ elevata, questo sì, ma cosa importa? L’intero sistema è letteralmente a prova di bomba. L’ha dichiarato e ripetuto più volte anche il Ceo della compagnia, Mister Tony Hayworth.

Lui sì che è un grand’uomo. Dio, come lo invidio!, sospira Steve, fissando la foto che lo ritrae in compagnia del presidente della sua Compagnia. L’istantanea risale a un anno fa, quando “Mister H.” è venuto a far visita alle maestranze.

Fu proprio un bel giorno quello, eh sì! Era febbraio, se non ricordo male.

È in quel mese di febbraio 2009 che – in un documento di ben cinquantadue pagine, presentato al Servizio Federale della Gestione delle Risorse Minerarie – la BG Petroleum ha espressamente escluso la possibilità di un incidente sull’installazione petrolifera Highwater Horizon.

«È improbabile o virtualmente impossibile» che un incidente sulla piattaforma, posta a ottanta chilometri dalla costa, possa provocare una marea nera o nuocere in qualche misura alle spiagge, ai pesci, ai mammiferi o alle attività di pesca nella regione.

Nell’analisi dei rischi dello sfruttamento dei pozzi, il gruppo petrolifero sostiene che «è altresì improbabile che si verifichi uno sversamento accidentale di petrolio in superficie o sott’acqua a seguito delle attività effettuate. Grazie alla distanza dal litorale e soprattutto in virtù della immediata capacità di reazione della forza d’intervento della compagnia, «non si prevede alcun impatto negativo significativo».

Quella relazione la conosce bene Steve: la Compagnia l’ha diffusa a tutto il personale impegnato a bordo dell’installazione.

E a un documento come questo devi credere per forza, ragiona tra sé Steve. Sì, è vero, di incidenti ce ne sono stati diversi in passato – alcuni anche di una certa entità, chi può negarlo? – ma lo sanno tutti che i media ci intingono il pane in fatti di questo genere. Per far notizia, certo. Lo sappiamo tutti come lavorano i giornalisti, no?

Alle 22 c’è un attimo di sospensione irreale, tra lo sciabordio delle onde e il rombo incessante del vento. Perfino gli uccelli, che di solito si aggirano in lente, ampie volute, sulla zona della piattaforma, sembrano tacere.

Un fischio sottile, un suono come di risucchio che assorbe tutto il resto. Un attimo di rarefazione assoluta, prima del boato. L’esplosione scuote la piattaforma in ogni sua struttura, provocando onde d’urto come uno tsunami in scala.

Steve e altre dieci persone scompaiono di colpo, inceneriti dalla deflagrazione. Diciassette operai rimangono feriti più o meno gravemente.

Ma non basta. Mentre la piattaforma, o ciò che ne resta, oscilla al rallenti su se stessa in una triste pantomima di danza, un altro frastuono satura l’aria: quello dell’incendio, che divampa furioso, alimentato dal greggio e dal vento.

Ecco una buona rappresentazione dell’Inferno in terra. Anzi, in mare, se così si può ancora chiamare l’enorme distesa di fuoco liquido che sta carbonizzando ogni forma di vita nel raggio di decine e decine di chilometri.

La morte neraIsola di Wight, sabato 19 giugno 2010

La piccola banda sul porto intona le note di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band in un tripudio di fiati, grancassa e cori, che tutto sommato ricrea abbastanza fedelmente l’atmosfera giocosa del celebre brano dei Quattro di Liverpool.

Scelta felice, si direbbe, perché qui, sul molo, si respira aria di festa. Anche per Tony Hayworth, anzi soprattutto per lui: la sua barca ha ottenuto un ottimo piazzamento, quarta.

«Niente male. Davvero niente male, vero?» gongola Tony, le lacrime agli occhi per la felicità, con un compagno di regata.

Alle sue spalle una voce femminile prorompe in uno squillante «Complimenti vivissimi!» che lo fa voltare di scatto.

Le parole sono state pronunciate da una donna dalla bellezza sconcertante. La figura snella, fasciata in un abito da sera di Christian Dior, si staglia sinuosa contro il tramonto. I lunghi capelli biondi danzano al vento. Esaltano lineamenti così fini e nobili che a Tony non sembrano di questo mondo.

Non ha mai visto “una femmina così”, pensa rapito, gli occhi sgranati. Non riesce neanche ad attribuirle un’età: potrebbe avere trent’anni, o quaranta e – ne è certo – non cambierebbe niente in quel viso, su quel corpo da sogno.

Non si accorge quasi del calice di champagne che un premuroso cameriere del catering gli sta porgendo, e infatti rischia di farselo sfuggire di mano, mentre balbetta un ringraziamento confuso all’indirizzo della bella sconosciuta.

«Oh, li merita tutti, i complimenti – non faccia il modesto!» insiste lei, sorridendo radiosa.

Forse perfino troppo radiosa, considera a un tratto Tony. E se – Dio ce ne scampi – questa tizia fosse una giornalista? Sono mesi che quei bastardi della stampa e della televisione lo braccano… La guarda nuovamente, alla ricerca di qualche particolare rivelatore. Ma no, questa donna appartiene a un altro mondo, c’è poco da fare: troppo lontana nei modi e nell’aspetto da qualunque pennivendolo da strapazzo.

Tony lascia cadere la riflessione a metà, nel tentativo di non perdere di vista questa specie di dea, che nel frattempo è stata rapita da un nugolo di invitati eccellenti. Per un attimo si fa cogliere dal panico, finché non coglie un rapido sguardo di lei: Di bene in meglio, pensa, è un’occhiata d’intesa, quella. Il vecchio Tony ha fatto colpo!

È un uomo di mondo, Tony. Certe cose sa coglierle al volo, lui. La terrà d’occhio a distanza, e poi, al momento opportuno, si farà avanti.

Accetta un altro calice, sorride compiaciuto.

Questo sì è andare col vento in poppa! gongola tra sé, fingendo interesse per la sterile conversazione di un amministratore locale in cerca di visibilità. Tony sorride entusiasta, sì, ma non a lui: pare che la serata stia assumendo una piega inaspettata sì, ma molto, molto promettente.

E poi si sa come vanno le cose nel jet-set. Se giochi bene le tue carte, può bastare poco per passare una notte… spensierata, diciamo così.

Affidato il figlio alla sua assistente, li liquida entrambi con il primo pretesto che gli viene in mente – un’imprevista cena di lavoro con un manager di una società locale, di cui la sua compagnia intende acquisire il controllo. Gli sguardi perplessi dei due non lo toccano neppure, la prospettiva di una serata selvaggia lo galvanizza.

Non si sbagliava, perché di lì a poco una telefonata lo raggiunge sullo smartphone.

È lei, la donna del molo. Ma come ha fatto a procurarsi il suo numero personale, che pochissimi conoscono? Ah, che importa, conclude, mentre le risponde che, certo, ci mancherebbe, accetta ben volentieri di raggiungerla al Circolo più esclusivo della costa. Ceneranno a lume di candela nel ristorante riservato ai soci dello Yacht Club.

«Io però non sono iscritto al Club» si lascia sfuggire, in un rigurgito di provincialismo.

«Non è un problema, Tony. Lo sono io, e tanto basta» lo tranquilizza in tono scherzoso, ma deciso, lei.

“Tony”: non ha mai sentito nessuno pronunciare il suo nome con tanta voluttuosa eleganza.

Che donna di classe, sorride tra sé il manager. «E che scopata coi fiocchi ti farai, vecchio mio, se sarai all’altezza della situazione» mormora, deglutendo sonoramente.

La cena trascorre piacevole, tra sofisticate ed eteree portate nouvelle cuisine – cosa importa, per una donna simile potrebbe anche digiunare – vini raffinati, musica suonata da una sofisticata e insopportabile band di “nu jazz”.

Credeva che donne così potessero esistere solo al cinema. La bellezza di Lady Adeth – così si è presentata lei – è sconvolgente, assoluta. Tony Hayworth non ha mai goduto di una conversazione tanto brillante, oltre che di una compagnia così elegante. Lui, che è sempre stato più che convinto che tutte le donne siano oche o puttane o tutt’e due le cose assieme.

Ammirando le forme della donna che sta cercando in tutti i modi di far ubriacare, non riesce a trattenere una risatina, complice lo champagne.

«Perché ridi, Tony?» gli chiede lei, divertita.

«Rido perché penso a quei miserabili pezzenti di pescatori del Golfo della Louisiana, alle loro noiose lamentele. A quei rompicoglioni dei congressmen e, sì, penso anche a quell’ipocrita di Mister Barack Obama… Come se non sapesse, quello stupido negro, che il business è l’unica cosa che conti davvero! Ah, sai cosa ti dico, cara la mia Sarah? Brindiamo alla nostra salute e alla loro giusta, anzi sacrosanta, rovina!» esulta Tony, accostando il calice a quello di Lady Adeth.

«Hai ragione, certa gente proprio non meriterebbe di vivere» sorride lei, sorseggiando con voluttà il vino.

Al termine della cena a Tony pare scontato, vista la piega che ha preso la serata, proporre alla donna di accompagnarlo al suo albergo per un ultimo drink sulla terrazza della suite presidenziale. Il resto verrà da sé, ci scommette.

«Ma no, è una notte così bella, Tony. C’è tempo per… andare a letto» ammicca lei, in un tono che fa quasi girare la testa al manager, già fin troppo su di giri.

«Vuoi fare una passeggiata sul lungomare, piccola

«Non azzardarti mai più a chiamarmi così, capito?» scatta lei, incenerendolo con lo sguardo.

«Uh, e che sarà mai? Siamo suscettibili, eh?» insiste lui, precedendola maldestramente all’uscita del ristorante, intrigato dal piglio della donna. Gli piacciono le puledre da domare, ci sarà da divertirsi più tardi.

La donna stenta a ritrovare l’aria svagata ma brillante che ha esibito per tutta la serata. Attende di essersi lasciata la porta alle spalle prima di rispondere, sorridendo glaciale: «Suscettibile? Oh, si vede che non mi conosci… Potrei uccidere per molto meno, caro».

Tony scoppia a ridere sguaiato. L’alcool sembra aver fatto effetto più su di lui che non sulla sua ospite, che, recuperando di colpo il tono malizioso di poco prima, propone: «Vuoi vedere cos’è in grado di fare la tua ‘piccola’, Tony?»

«Sentiamo» risponde lui, carezzandosi senza più ritegno lo stomaco gonfio.

Tanto ormai è fatta, pensa.

«Faremo un bel giro della costa sulla mia Porsche. Ti va?»

Lui la guarda dubbioso.

«Cos’hai, non ti fidi della mia guida? O non mi dirai che nutri dei dubbi sull’abilità al volante di noi donne?» lo schernisce lei.

Tony è stanco. Ha fretta di concludere, ma deve far buon viso a cattiva sorte: finisce per accettare l’invito. E poi non può mostrarsi più debole di una donna, per nulla al mondo! Non si farà certo spaventare da una corsa in auto. Non lui, Tony Hayworth!

Una rappresentazione grafica della morteHighwater Horizon, sabato 19 giugno 2010

Dicono che un’immagine a volte possa dire più di tante parole.

Nel caso del disastro della H.H. – l’acronimo con cui è ormai nota in tutto il mondo la piattaforma Highwater Horizon – di immagini ce ne sono molte, e anche poco piacevoli, purtroppo. Branchi di pesci che galleggiano morti sulle chiazze di petrolio. Stormi di uccelli marini che, macchiati di liquame nero, si trascinano come zombie sul bagnasciuga. Tartarughe in agonia, spiaggiate e avvelenate dal liquido eruttato in mare dalla falla aperta.

Immaginate il volto di un teschio, le orbite bruciate dal fuoco, che aleggia sui resti della colossale piattaforma petrolifera, e non sarete andati troppo lontani dalla realtà.

Un muro di fuoco altissimo circonda la struttura devastata, che si estende su una superficie vasta come due campi di calcio. Elicotteri, aerei e navi della guardia costiera cercano senza tregua i dispersi, un eufemismo burocratico che sostituisce un’altra, più definitiva, espressione. Cinque navi lottano per domare le fiamme che infuriano sulla piattaforma, attorno alla quale è stata dichiarata una zona di sicurezza estesa cinque miglia nautiche. Il danno ai sistemi di galleggiamento e stabilizzazione della base è peggiore di quanto si temeva: la piattaforma si è inclinata pericolosamente e rischia di rovesciarsi in acqua.

Due giorni dopo le peggiori paure si avverano: la H.H. si rovescia. In un lasso di tempo sorprendentemente rapido affonda, fino ad adagiarsi sul fondo, a quattrocento metri di profondità.

Ma c’è di più: il relitto si è depositato non lontano dall’imbocco del giacimento petrolifero. Le valvole di sicurezza poste all’imboccatura del pozzo non hanno reagito come avrebbero dovuto, e il greggio, sospinto dalla pressione del giacimento sottostante, ha preso a sgorgare incontrollato, affiorando in superficie con la forza di un geyser gigantesco.

Al confronto, il disastro della petroliera Exxon Valdez del 1989 è un’inezia: ci troviamo di fronte alla peggiore catastrofe ambientale che abbia mai colpito l’America. Il disastro passerà alla storia con l’eloquente espressione “Marea nera”.

Non è un caso, se dopo la Louisiana, il Florida e l’Alabama, anche il Mississipi abbia decretato lo stato d’emergenza, di fronte allo spettro dell’avanzata della marea nera.

«Questa fuga di petrolio rappresenta una grave minaccia per il nostro ambiente e la nostra economia», ha osservato in una nota il governatore dell’Alabama Matt Ripley.

Il governo del Mississipi ha annunciato di aver indetto lo stato di emergenza «per aiutare il governo locale e le agenzie federali a lavorare insieme e con maggiore efficacia per contrastare questa gigantesca marea nera».

Isola di Wight, sabato 19 giugno 2010

«Questa zona è un vero paradiso, non è vero Tony?» dice Lady Adeth, spingendo la BMW Cabrio Serie 3 nera lungo gli insidiosi tornanti del lungomare. Il nastro scuro della strada è indistinguibile dal blu cobalto della notte. La vasta distesa del mare, che lambisce con le sue onde la costa dell’isola, è solo una vaga, sottilmente inquietante, presenza.

Tony è scosso da conati di nausea: ha bevuto troppo.

E la guida di questa pazza non aiuta affatto, si rammarica Tony, sorridendo tirato all’indirizzo della donna al volante. All’inizio della corsa si divertiva, ora molto meno. A un accenno di testa coda che gli fa osservare da vicino le giunture del guard rail non riesce più a trattenersi: «Ehi, capisco che voglia farmi vedere quanto sei brava al volante, ma non credi di andare un po’ troppo veloce?»

Lei gira appena la testa. Un sorriso enigmatico aleggia sul viso incantevole della donna, per nulla intaccato dall’alcool e dall’ora tarda.

«Ma no, ti pare forse che stia correndo troppo?» lo schernisce, scalando le marce e accelerando ulteriormente.

Lo stridio delle gomme sull’asfalto umido lo fa rabbrividire. Tony si aggrappa al poggiabraccio della portiera. Questa donna è una squilibrata. Forse però fa parte di una specie di rituale. Magari fa così per eccitarsi prima di fare l’amore… pensa, gli occhi chiusi nel tentativo di ignorare le fitte allo stomaco e soprattutto le ondate di paura.

In un sussulto tardivo d’eccitazione, appoggia la sinistra sulla coscia levigata di lei, affiorata tra le pieghe del costoso vestito da sera. La destra della donna scatta come un serpente, cingendo il suo polso con una stretta insostenibile, che fa scricchiolare tutte le ossa della mano.

«Aaah! Diosanto, ma dico, sei pazza? Mi stai facendo un male atroce, lasciami la mano!» grida lui, la voce stravolta dal dolore.

«Ma come, un grand’uomo come te che si lamenta per la stretta di una donna?» ribatte lei, stringendo più forte fino a tranciare legamenti e sbriciolare le ossa.

Il grido isterico dell’uomo risuona soffocato nel piccolo abitacolo. Addossato allo sportello, rannicchiato sul sedile, si dispera. Impreca contro la donna, bestemmia, tossisce.

«Dove stiamo andando, brutta pazza?» riesce a dire dopo qualche minuto, sorreggendosi l’arto fratturato.

Lei si volge a guardarlo, l’attenzione di un entomologo per un insetto di scarsa importanza. Punta l’indice verso la gola dell’uomo, che comincia subito ad ansimare in crisi d’ossigeno e lo ammonisce: «Non mancarmi di rispetto, miserabile!»

Tony annaspa, i polmoni in fiamme, finché riprende a respirare normalmente. Dà un’occhiata alla sicura, per un attimo o due prende in considerazione l’ipotesi di spalancare la portiera.

«Vuoi gettarti di sotto, caro Tony?» dice lei, noncurante. Accende lo stereo e gli arpeggi di chitarra di Starway to Heaven si diffondono maestosi nell’abitacolo.

Terrorizzato, sfinito. È così che si sente Tony Hayworth. Mio Dio, in quale incubo sono precipitato? si chiede, osservando l’arco dei fari sulla strada davanti a loro.

«Dio non c’entra in questa storia» osserva glaciale la donna.

Tony sbianca. «Tu… tu puoi leggere nella mia mente?»

«Oh, sì… Per quel poco che c’è da leggere, in quel tuo misero cervello da mentecatto. Sai Tony, ti credevo più intelligente e smaliziato. Uno come te, che affronta a testa alta persino una Commissione del Congresso…»

È in quel momento che Tony sente tutti i campanelli suonare nella sua testa.

«Avanti, dimmi chi sei! Una giornalista, un’ecologista? Parla! Non sai cosa ti accadrà se non mi fai scendere da questa cazzo di macchina!»

«Mi hanno chiamata con molti nomi, nel corso dei millenni…» risponde la donna, in tono annoiato.

Sull’altro lato della strada, un camion segnala la sua presenza suonando il clacson e lampeggiando a più riprese. È la luce di un lampeggio a rivelare per una frazione di secondo il vero volto di Lady Adeth. Il teschio eburneo della donna ha ben poco d’umano, ora.

Ma è solo un attimo. L’istante seguente la candida luce della luna torna a carezzare il solito viso dai lineamenti perfetti. Tony ormai è certo di essere uscito di senno.

«Quei porci del Congresso non contano un cazzo per me!» inveisce lui, slanciandosi contro il volante. «Hai capito?» ripete lui, accalorandosi, staccando la schiena dal sedile.

Lei annuisce noncurante e lo schiaccia al sedile con un cenno della mano. «Immagino che per te non contino nulla neanche tutti le persone morte nell’incendio della Highwater Horizon, vero?»

«Cosa vuoi che me ne freghi. È stato un incidente, lo sanno tutti!»

«Questo è quello che dici tu, caro il mio Ceo della BG Petroleum» risponde la donna, uscendo da una curva a tutta velocità. Che la velocità piaccia a Lady Adeth è innegabile, almeno a giudicare dall’impegno che profonde nella guida.

«E che mi dici del disastro ecologico?»

Tony non risponde. Farebbe spallucce, se il dolore dal polso non si fosse propagato a tutto il braccio sinistro.

«… Le colonie di pellicani, i delfini, le tartarughe: hai fatto un bel barbecue, direi».

«Non sono stato io. E poi cos’è questo, una specie di processo?»

«Sì, in un certo senso. Però, vuoi mettere? Invece di una fredda aula di tribunale, ti trovi ad affrontare solo… una povera donna come me, ahah!»

«Non ho fatto esplodere io la piattaforma comunque, se è questo che vuoi sapere!» sbotta Tony.

«Non direttamente, certo. Ma in un certo senso è stato proprio così, invece».

«Che cavolo vai cianciando, brutta puttana?»

Lo schiaffo che lo colpisce in pieno viso frantuma il setto nasale e squarcia una guancia dell’uomo. Tony vorrebbe perdere i sensi, tale è il dolore che prova. Ma rimane vigile, mentre il sangue fuoriesce a fiotti dall’interno della bocca ferita.

«Ti avevo avvertito. Devi usarmi rispetto, capito?» lo ammonisce lei, il tono di chi rimprovera un bambino dispettoso, prima di riprendere il discorso. «Non è forse vero che le norme di sicurezza a bordo della tua base erano puntualmente ignorate su precisa disposizione della Direzione? E che si erano già verificati diversi incidenti gravi, che avrebbero dovuto, al contrario, indurre la Compagnia a innalzare il livello di guardia?»

Tony guarda attraverso il finestrino, la mente svuotata da ogni pensiero coerente.

«Non rispondi, eh?»

«No che non rispondo!» biascica il Ceo della BG Petroleum. «E sai perché? … Cristo, sta’ attenta! Ancora un po’ e quel furgone ci avrebbe presi in pieno!»

«D’accordo, starò più attenta» risponde lei, spingendo il motore alla soglia del fuorigiri. «Ma non hai ancora risposto alla mia domanda. Cos’hai da dire a tua discolpa, per esserti macchiato di crimini così gravi contro i tuoi simili?»

«Vuoi che ti dica che mi dispiace per quei poveri bastardi che ci hanno rimesso le penne, eh? Beh, scordatelo! Non lo dirò mai. Perché, vedi, cara la mia pazza attivista o chiunque tu sia, a me non importa un cazzo di quella gente, chiaro?»

«Oh, se è per questo, anche a me non importa nulla di te, né tanto meno della tua inutile e indegna vita» risponde Lady Adeth, staccando le mani dal volante, dissolvendosi lentamente nella notte.

Gli occhi fiammeggianti della donna sembrano aleggiare davanti al viso del manager per qualche secondo ancora di calma relativa.

Poi la carrozzeria della Porsche, ormai senza più pilota, vibra e sussulta sotto la spinta dei cavalli impazziti. A quella velocità, nonostante la tenuta dell’auto, le ruote perdono aderenza in pochi secondi, e non potrebbe essere diversamente.

Tony tenta di afferrare il volante, ma il dolore è più forte del proposito. Così si addossa allo schienale del sedile, il cuore in gola, madido di sudore. La BMW ha imboccato a tutta velocità un lungo rettifilo, al termine del quale s’intuisce la presenza di una serie di tornanti.

Anche se potessi guidare, a una simile andatura nessuno, neanche un pilota di Formula Uno, potrebbe controllare questo bolide, riflette con orrore il manager. Le ultime parole di senso compiuto che riesce a pronunciare sono sovrastate dal rombo del motore. Ma è facile immaginare che implori ancora e ancora che gli venga risparmiata la vita.

I fari dell’auto tracciano una duplice, inutile scia lungo l’orizzonte ancora immerso nell’oscurità.

«Giustizia è fatta» ripete la voce di Lady Adeth nella testa di Tony Hayworth, una frazione di secondo prima dell’impatto con la scogliera.

Foto | TheTimhakonthingstadgarryknightVectorportal




Luigi Milani

 
Luigi Milani è giornalista freelance, editor e traduttore. Autore di due romanzi e una raccolta di racconti, ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tešanović, Processo agli Scorpioni e Nefertiti (Stampa Alternativa 2008-2009), e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). È tra i fondatori delle Edizioni XII. Vive e lavora a Roma. Per la Graphe.it edizioni dirige la collana di narrativa digitale eTales.