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Posted 6 Novembre 2012 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

La cultura del piagnisteo, di Robert Hughes


[Molti liberals in America chiudevano gli occhi davanti alle atroci realtà dei regimi di Stalin e Mao, come facevano (e avrebbero continuato a fare per tut]ti gli anni Sessanta e ancora nei Settanta) i loro omologhi in Francia e in Italia. Ma niente di tutto ciò può spiegare appieno l’intensità della caccia alle streghe maccartista, la sua presa apocalittica sull’immaginazione americana.

Il successo di McCarthy consisté nell’aprire le cateratte del monismo americano, la lungamente accumulata intolleranza nativista per la diversità; e nel farla entrare in gioco sul terreno specificamente ideologico dello scontro tra comunismo e democrazia liberale proprio nel momento in cui l’America prendeva le armi contro un paese comunista, la Corea del Nord. Più che un movimento politico, il maccartismo fu una Crociata dei Fanciulli, un evento irrazionale semireligioso. Tanto il suo successo iniziale quanto il suo collasso finale furono dovuti alla vaghezza dei bersagli, alla loro carenza di corpi e di nomi. Il maccartismo, opportunista per natura, difettava di messa a fuoco. Quali americani incarnavano le idee del nemico? «La miglior personificazione del nemico cui giunse McCarthy nel corso dei suoi attacchi contro gruppi dertminati» scrivono Lipset e Raab «fu l’élite». I membri dell’élite – ossia i benestanti, i colti, il fior fiore WASP della East Cost – «con il loro comportamento da rinnegati» dichiarò il senatore «hanno venduto il paese».

Prendersela con un’élite, o affermare che i nemici costituiscono un’élite, è una delle più antiche risorse dell’arsenale demagogico. Le élites sono snob, lontane dalla gente, arroganti, chiuse, e manifestamente non-americane. Soprattutto, non c’è la necessità di fare i nomi dei loro membri. Poco dopo che il vicepresidente Quayle aveva tirato un sasso in piccionaia col suo discorso del 1992 sull’«élite culturale», un’intervistatore televisivo gli chiese di fare qualche nome. Quayle rifiutò con un evasivo «sappiamo tutti chi sono».

Finito il comunismo, la politica della divisione ha bisogno di altri gruppi «estranei» e «devianti» di [cui nutrirsi, per esempio gli omosessuali.]

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Il libro (dal sito della casa editrice): «La cultura del piagnisteo è il cadavere del liberalismo degli anni Sessanta, è il frutto dell’ossessione per i diritti civili e dell’esaltazione vittimistica delle minoranze. Ma, a ben guardare, le origini di questa cultura sono più antiche. L’America è una nazione fondata sull’emigrazione e da sempre i diversi gruppi di emigranti sono entrati in collisione tra loro … Nel contempo però questi emigranti volevano costruire una società utopica, parlavano di missione, pensavano a un nuovo mondo che doveva convertire l’Europa degenerata». Della voga del politicamente corretto non poteva esserci miglior evocatore, narratore e interprete di Robert Hughes, polemista formidabile e testimone lucidissimo. Dietro l’occasione, che appartiene ormai alla storia – spesso esilarante – del costume quotidiano, Hughes lascia intravedere una prospettiva non lieta su ciò che la cultura in genere cerca di diventare nel prossimo futuro.

Robert Hughes
La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto
traduzione di Marina Antonielli
Adelphi, 2003
ISBN 9788845917851
pp. 242, euro 8




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