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Posted martedì, 15 Gennaio 2013 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Lacerba rivista letteraria veniva pubblicata cento anni fa

L'editoriale del primo numero de Lacerba

Nel gennaio del 1913 ebbe inizio la vita di Lacerba, rivista di letteratura, arte e politica fondata da Ardengo Soffici e Giovanni Papini, dopo essersi staccati da La Voce. Scrive in proposito Sebastiano Vassalli ne L’alcova elettrica. 1913: il futurismo processato per oltraggio al pudore (edito da Calypso e, in precedenza, da Einaudi):

Il primo numero di «Lacerba» porta la data del 1° gennaio 1913. «Lacerba» è un quindicinale che si avvicina per il formato a quello cosiddetto dei tabloid dei giornali di oggi: il «New York Times», «Le Monde», «La Repubblica». È stampato su buona carta e con buoni caratteri; l’impaginazione nitida ed elegante ricorda quella della «Voce» e sarà un riferimento obbligato per le riviste italiane d’avanguardia fino a quelle del secondo dopoguerra («Il Politecnico», «Quindici», «Alfabeta»: che del resto fanno pensare a «Lacerba» anche per altre cose, ad esempio per la scelta dei titoli e dei tempi e per il modo di trattarli, se non addirittura per lo stile). Sotto il frontespizio rosso mattone c’è il primo verso del poemetto di Cecco d’Ascoli, L’Acerba: «Qui non si canta al modo delle rane».

Il primo editoriale della rivista, dal titolo Introibo, è in sedici punti, ed è un vero capolavoro di “satanismo fin-de-siècle” per dirla con Vassalli.

  1. Le lunghe dimostrazioni razionali non convincono quasi mai quelli che non son convinti prima − per quelli che son d’accordo bastano accenni, tesi, assiomi.
  2. Un pensiero che non può esser detto in poche parole non merita d’esser detto.
  3. Chi non riconosce agli uomini di ingegno, agli inseguitori, agli artisti il pieno diritto di contraddirsi da un giorno all’altro non è degno di guardarti.
  4. Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio. Le nazioni vadano in sfacelo ma crepino di dolore i popoli se ciò è necessario perché un uomo creatore viva e vinca.
  5. Le religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desidero di star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro aggruppamenti. Ma c’è un piano superiore − dell’uomo solo, intelligente e spregiudicato − in cui tutto è permesso e tutto è legittimo. Che lo spirito almeno sia libero!
  6. Libertà. Non chiediamo altro; chiediamo soltanto la condizione elementare perché l’io spirituale possa vivere. E anche se dovessimo pagarlo coll’imbecillità saremo liberi.
  7. Arte: giustificazione del mondo − contrappeso nella bilancia tragica dell’esistenza. Nostra ragione di essere, di accettare tutto con gioia.
  8. Sappiamo troppo, comprendiamo troppo: siamo a un bivio. O ammazzarsi − o combattere, ridere e cantare. Scegliamo questa via − per ora.
  9. La vita è tremenda, spesso. Viva la vita!
  10. Ogni cosa va chiamata col suo nome. Le cose di cui non si ha il coraggio di parlare francamente dinanzi agli altri sono spesso le più importanti nella vita di tutti.
  11. Noi amiamo la verità fino al paradosso (incluso) − la vita fino al male (incluso) − e l’arte fino alla stranezza (inclusa).
  12. Di serietà e di buon senso si fa oggi un tal spreco nel mondo, che noi siamo costretti a farne una rigorosa economia. In una società di pinzocheri anche il cinico è necessario.
  13. Noi siamo inclini a stimare il bozzetto più della composizione, il frammento più della statua, l’aforisma più del trattato, il genio mancato e disgraziato ai grand’uomini olimpici e perfetti venerati dai professori.
  14. Queste pagine non hanno affatto lo scopo nè di far piacere, nè d’istruire, nè di risolvere con ponderatezza le più gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi”.
  15. Si dirà che siamo ritardatari. Osserveremo soltanto, tanto per fare, che la verità, secondo gli stessi razionalisti, non è soggetta al tempo e aggiungeremo che i Sette Savi, Socrate e Gesù sono ancora un po’ più vecchi dei sofisti, di Stendhal, di Nietzsche e di altri “disertori”.
  16. Lasciate ogni paura, o voi ch’entrate!

Nota l’Enciclopedia Treccani:

[Lacerba] Ebbe carattere di violenta polemica contro l’arte e il costume borghesi, contro il conformismo e quietismo così degli individui come dei popoli, auspicando la guerra e la rivoluzione; ma fu polemica non tanto di idee (che erano in fondo quelle di un estremo antitradizionalismo da un lato e di un acceso nazionalismo e interventismo dall’altro), quanto di parole, che si spinsero alle maggiori libertà e bizzarrie (come dice già il titolo, modellato su quello dell’Acerba di Cecco d’Ascoli), con modi decisamente futuristi. Segna infatti il momento futurista, e in certo senso surrealista del vocianesimo, accogliendo fra i suoi collaboratori, accanto a quelli più “di punta” de La Voce (D. Campana, A. Palazzeschi, C. Govoni, P. Jahier, G. Ungaretti ecc.), lo stesso F.T. Marinetti (almeno in un primo tempo), U. Boccioni, C. Carrà, L. Russolo e, fra gli stranieri, G. Apollinaire.

Lacerba 1913-1915, edizione anastatica pubblicata da VallecchiLa rivista non vive a lungo: le pubblicazioni cessano il 22 maggio 1915, cioè due giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Papini scrive il suo ultimo editoriale dal titolo Abbiamo vinto! Che Lacerba non fosse destinata a durare a lungo sembra evidente fin dal principio. Citiamo di nuovo Vassalli:

«Lacerba» nasce malissimo. Il tipografo Attilio Vallecchi, alla sua prima esperienza di editore, ne garantisce l’uscita per tre mesi comunque vadano le cose: ma, a parte questo, la rivista non ha niente che possa dirsi veramente vitale. Mancano i lettori, i collaboratori, le idee. […] Oltre a Papini che l’ha inventata e di fatto la dirige «Lacerba» conta ben tre collaboratori, purtroppo ignoti al grande pubblico. In ordine di apparizione: Soffici, Tavolato, Palazzeschi. […] Con questa piccola compagnia muove all’assalto di un pubblico e di un mercato praticamente monopolizzati dal dannunzismo e dalla «Voce» e le sue possibilità di successo appaiono meno che scarse, nulle.

Nel 2001 la casa editrice Vallecchi ha pubblicato in edizione anastatica tutti i numeri de Lacerba, con un saggio critico del professor Giorgio Luti e gli indici di tutta la rivista. L’edizione è in cofanetto per un totale di quasi novecento pagine e dal costo di euro 247,90.

 




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.