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Posted lunedì, 11 Febbraio 2013 by Graphe.it in Poesia e dintorni
 
 

Sylvia Plath, tre sue poesie per ricordarla

Sylvia Plath

Sylvia Plath (1932-1962)

Cinquant’anni fa, l’11 febbraio 2013, Sylvia Plath moriva. Dopo aver preparato la colazione ai suoi figli Frieda e Nicholas (pane e burro e due tazze di latte, sistemate sul comodino nella cameretta), sigillò porte e finestre della cucina per evitare che il monossido di carbonio arrivasse nella stanza dei figli e infilò la testa nel forno a gas. In molti ritengono che non fosse sua intenzione suicidarsi, ma con quel gesto voleva solo chiedere aiuto.

Prima di preparare la colazione ai figli e di suicidarsi, Sylvia Plath scrisse una poesia, dal titolo Orlo:

La donna è la perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Nella raccolta Lady Lazarus e altre poesie, pubblicata da Mondadori, troviamo un’altra splendida poesia di Sylvia Plath che ha per titolo Ultime parole, una sorta di testamento spirituale in versi:

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
con striature di tigre e una faccia dipinta
tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
a scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna –
ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso
fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il
viso di Ishtar.

Il disagio che ha accompagnato la breve vita di Sylvia Plath lo troviamo espresso in termini tanto aspri da non prestarsi ad alcun equivoco anche nella poesia Zitella:

E così questa particolare ragazza
in una cerimoniosa passeggiata d’aprile
col suo più recente pretendente
si trovò all’improvviso oltremodo sconvolta
dalla sfrenata babele degli uccelli,
da quel mare di foglie.

In preda a questo tumulto, osservava
i gesti del suo innamorato che sbilanciavano l’aria,
e il proprio passo vagante ineguale
in quel solitario rigoglio di felci e fiori.
Giudicava i petali in scompiglio,
e la stagione in generale, sciatta.

Come desiderò allora l’inverno! –
Scrupolosamente austero nel suo ordine
di bianco e nero
ghiaccio e roccia, ogni senso nei suoi limiti,
e la gelida disciplina del cuore
esatta come fiocco di neve.

Ma ecco – un germogliare
anormale abbastanza da mettere in scompiglio
le sue cinque regali facoltà –
un tradimento da non tollerare. Sì, impazziscano pure
gli idioti nel manicomio primavera:
lei se ne tirò subito fuori.

E mise tutt’intorno alla sua casa
tale una barricata di spine e impedimenti
contro quella stagione sediziosa
che nessun uomo all’assalto poté sperare d’infrangerla
per anatemi, pugni o terrore:
e nemmeno per amore.

Foto | summonedbyfells




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